Il ritorno di Murakami Haruki


Commendatore

Dopo un paio di prove al di sotto dell’altissimo livello a cui ci ha abituati, Murakami torna alla sua altezza con L’assassinio del Commendatore, è in libreria da poco il primo volume, il secondo uscirà a gennaio.

I libri di Murakami sono difficilmente incasellabili in un genere letterario preciso: sono quasi sempre romanzi di formazione con accenni di ghost story, fantasy, fantascienza, horror, romanzo onirico ecc., in un melting pot che nelle mani di qualunque altro autore risulterebbe indigesto ma in quelle di un grande narratore come il Nostro funziona perfettamente. Grazie anche a quegli elementi della cultura giapponese che, distribuiti in picolle dosi donano uno stuzzicante sapore esotico.

In quest’ultima prova la trama ruota attorno a un ritrattista che, dopo essere stato a sorpresa abbandonato dalla moglie e aver girovagato per il Giappone, va ad abitare nella dimora di un altro pittore molto più famoso di lui, internato in una  casa di cura. Nell’abitazione del pittore, isolata, in una località di montagna, come obbedendo a un richiamo, trova una tela nascosta, quella che dà il titolo al quadro.

Da questo punto in poi il romanzo cambia genere eMurakami inserisce quegli elementi stranianti che sono ben noti ai suoi lettori. Il pittore, che aveva scelto quell’abitazione nel tentativo di ritrovare un’ispirazione autentica persa negli anni della gioventù, sente una notte suonare una campanella e…

Non rivelo altro per non fare dello spoiler, basti sapere al lettore che ci muoviamo apparentemente in quel terreno già esplorato nella trilogia di 1Q84.

Dico apparentemente perché, a mio avviso, il paragone è improprio. Nell’ Assassinio del Commendatore c’è maggiore approfondimento psicologico dei personaggi, più storie nelle storie che completano lo sfondo, meno divertimento e più profondità. E’ un romanzo polisemantico, che merita una lettura e un rilettura approfondita per i tanti temi affrontati.

Murakami usa strumenti collaudati per scrivere un apologo sulla creatività artistica come fonte di rigenerazione, sulla necessità di perdersi per ritrovarsi, sul potere dell’amore e il peso del passato sulle scelte che hanno condotto la nostra vita su certi binari invece che su altri. Lo fa col suo consueto stile chirurgico, quasi asettico, riuscendo a rendere plausibile e convincente l’incredibile.

Mentre 1Q84 era una favola, un fantasy post moderno, L’assassino del Commendatore è un apologo raffinato, una meditazione profonda sull’arte, su dolore come fonte di  ispirazione e sulla difficoltà di essere autentici.  Tutto il romanzo verte su un pirandelliano gioco degli specchi tra ciò che siamo, ciò che percepiamo di noi stessi e ciò che percepiscono gli altri, tra quello che crediamo di essere e quello che siamo veramente.  E’ una meditazione condotta sul filo di un’ironia a tratti beffarda a tratti amara, l’autore parla di sé ma, come accade nei grandi libri, de te fabula narratur, è giusto mettere in guardia il lettore.

Bisogna attendere il secondo volume per giudicare l’opera in modo adeguato ma l’impressione è quella di trovarsi tra le mani un altro capolavoro.

Commendatore

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Doppia recensione


Ho deciso di astenermi per un lungo periodo dallo scrivere di politica. Sono nauseato da quello che sta accadendo in Italia, da una democrazia fatta a manganellate e proclami smentiti il giorno dopo, dal mare di ipocrisia in cui galleggiamo a stento. Dunque per qualche tempo mi occuperò di libri, arte, cultura. In fondo, è quello il mio campo.

Vorrei recensire in questo post due libri, diversissimi, lontani anche geograficamente,  che hanno in comune un visione desolata, amara del presente che si manifesta nell’impossibilità dell’amore.

“Libertà” di Jonathan Franzen, potrebbe intitolarsi “Una splendida festa di idioti”. Non c’è un personaggio di questo libro che non sia un perfetto cretino: dalla protagonista, frustrata e ipocrita, a suo marito, un ecologista che finisce per fare gli interessi delle aziende di estrazione del carbone, dall’amante di lei, un genietto del rock che spara sentenze a tutto andare per giustificare la sua vita sregolata e il suo maschilismo spregevole, ai due figli della coppia, un manager che si accorge che la guerra è una cosa sporca e una spietata ragazzina perfetta. Tramite le vite di questi personaggi l’autore ci racconta l’America di Reagan e dei due Bush, l’ennesima fine dell’innocenza, l’inconsistenza di alcuni degli ideali del sessantotto, l’impossibilità dell’amore in un mondo dove l’unico valore che conta è il denaro. Da buon americano lo scrittore rovina un buon libro fino allora tenuto con maestria sul filo di un’ironia velenosa e del dramma che appare improvviso e inaspettato, con un happy end nauseabondo. Non posso dire che mi sia piaciuto, per altro Franzen ha fatto recentemente un’uscita idiota sui libri elettronici parlando dell’inconsistenza del prodotto digitale rispetto al libro cartaceo. Come se in un testo non contassero solo ed esclusivamente le parole che sono inconsistenti solo se sono mal scritte o inutili.Tuttavia, è un libro da leggere se si vuole capire più a fondo la crisi del colosso americano, se si vuole analizzare almeno in superficie il vuoto, la confusione, lo smarrimento del nostro tempo. Anche se alla fine l’impressione che ne ho ricavato è uguale a quella di alcuni libri di Pennac: una scrittura sontuosa, una superficie sfavillante ma una sostanza poco densa, che evapora con i primo raggi del sole.

1Q84 di Murakami Haruki, scrittore giapponese che vive negli Stati Uniti, è qualcosa di completamente diverso. Un fantasy, un thriller, una riedizione punk di 1984? Questo, e molto altro. Siamo di fronte a un vero capolavoro, a una storia straordinariamente avvincente, fantasiosa, ben scritta, a tal punto che situazioni assurde appaiono perfettamente verosimili nel mondo che lo scrittore è riuscito a creare. La trama non è riassumibile. Come far capire che una serial killer in tacchi a spillo e minigonna, una vecchia signora che protegge ragazze stuprate e ha al suo servizio un letale ex agente segreto gay, un professore di matematica con la passione per la scrittura, una ragazzina di poche parole che nasconde un segreto terribile e minuscole creature che costruiscono prigioni d’aria sono gli ingredienti di uno dei libri più divertenti, tristi. amari, avvincenti e desolati sulla impossibilità dell’amore e sulla necessità della ricerca dell’autenticità nel nostro tempo?

L’analisi dei personaggi è spietata, minuziosa, autoptica, sembrano quasi uscire dalla pagina tanto risultano veri,credibili, reali. Le citazioni si sprecano anche se il modello sullo sfondo è il capolavoro orwelliano. In qualche modo questo libro è una riscrittura geniale, allucinata e post moderna di 1984. Divertimento, dramma, rabbia e commozione si alternano quasi in ogni pagina senza lasciare tregua e spingendo a terminare il libro il più presto possibile, per l’ansia di conoscere il vari se… che l’autore dissemina nella narrazione.

Libro complesso e semplice a un tempo, ricco di suggestioni orientali che per noi risultano difficili da afferrare eppure scritto con uno stile tagliente, veloce, fulminante, 1Q84 è sicuramente, insieme a un paio di libri di Cormac McCarthy, nella mia personale classifica dei capolavori letti negli ultimi anni, classifica scarna, nonostante io legga moltissimo.

Due libri dunque che affrontano il tema della solitudine, dell’incomunicabilità, dell’incapacità di capirsi in un mondo che sembra sempre più piccolo e sempre più social mentre innalza barriere sempre più alte tra le persone, svilisce e mercifica i sentimenti, appiattisce e serializza sogni e desideri.  Da leggere e da amare o odiare incondizionatamente, come deve essere per ogni libro che vale.