Dell’essere italiani


Io credo che in un mondo globale le nazionalità non abbiano più molto senso mentre hanno un senso le culture, intese come quell’insieme di tradizioni mutuate dalla storia che costituiscono il genius  loci di un popolo. Culture da tutelare, tramandare e preservare, per non perdere noi stessi.

Sono   fieramente anti liberista, perché ritengo che l’attuale società abbia scelto la strada, non necessaria, di mantenere il proprio tenore di vita a spese dei più poveri e di favorire, al proprio interno,  le classi agiate a scapito di quelle proletarie. Se il liberismo ha una colpa capitale, e ne ha molte e molti morti ha sulla coscienza, non ultimi quelli per terrorismo, è quella di non preoccuparsi ma anzi di osteggiare la globalizzazione dei diritti, non comprendendo che diventa così assai complicato globalizzare anche le regole. Altra colpa è quella di uniformare le culture a una sola: quella del mercato e del consumo, senza curarsi dello sfruttamento intensivo delle risorse e della disuguaglianza sociale. E’ una scelta, non una strada obbligata: il liberismo classico nasce con altri intenti e la deriva attuale è figlia della scuola di Chicago e di Milton Friedman.

Ho da quindici anni il privilegio di lavorare in un quartiere multi etnico con alunni che provengono da tutto il mondo. Anni fa lavoravo con classi di soli stranieri, oggi la situazione è cambiata perché, forse Salvini questo non lo sa, gli stranieri che riescono a guadagnare qualcosa tornano a casa loro molto volentieri. Io tocco con mano la globalizzazione e i frutti avvelenati del liberismo ogni volta che mi siedo in classe.

Da figlio di immigrati meridionali, terrone che non si è mai deterronizzato, simpatica espressione raccolta dal web, provo una particolare simpatia verso i figli dei migranti che, come me, hanno il privilegio e la maledizione di essere nati senza terra sotto i piedi, di non essere etnicamente compiuti.Come il sottoscritto non è del tutto siciliano o ligure, loro non sono del tutto ecuadoriani, pakistani, senegalesi o italiani. Crescendo, solitamente, riscoprono l’orgoglio delle proprie origini e trovano nel nostro paese una terra da amare. Se non succede, accade quello che abbiamo visto succedere nelle banlieues qualche anno fa, quello che rischia di succedere nelle nostre periferie se non si interviene in fretta: lo straniamento, il mancato senso di appartenenza, si trasformano in rabbia, autoemarginazione e violenza. Il limite estremo di questo processo è il terrorismo.

Per questo ritengo che lo ius soli, oltre che un provvedimento naturale e inderogabile, oltre che un atto di civiltà troppo tardivo e cervellotico, così come è stato disegnato, sia anche un atto di autodifesa, un’arma contro il radicalismo che nasce dall’emarginazione.

E’ un peccato che il Pd banalizzi questa caratteristica (ma cosa non banalizza Renzi, forse lo statista più ignorante che mai abbia guidato il paese?) estraendo dal cappello il provvedimento nel corso di una campagna elettorale giustamente critica, dato lo sfacelo in cui sta gettando il nostro paese e la rabbia che ha generato in quello che dovrebbe essere il suo bacino elettorale,. ma a caval donato non si guardi in bocca, la norma va approvata al più presto.

L’opposizione a tale provvedimento da parte della lega è grottesca, aggettivo che quasi sempre descrive adeguatamente la mentalità leghista. Il nazionalismo di Salvini è anacronistico e insensato, ammesso che la sua mente riesca ad elaborare ancora pensieri logicamente coerenti. ma è pericoloso, molto pericoloso e non va né ridicolizzato né sottovalutato, ma combattuto.

E’ pericoloso perché basta guardare i social network per rendersi conto di come certi slogan, certi frammenti di video montati ad arte, attecchiscano presso le fasce di popolazioni culturalmente più svantaggiate, di conseguenza più deprivate economicamente e più arrabbiate. La rabbia monta dove manca il pane quotidiano.

Se una mia alunna dolcissima, posta un video fascista in cui viene teorizzata l’idea assurda che gli stranieri vogliano lo ius soli per prendere il potere e conquistarci, significa che i filtri sono saltati, che la gente non è più in grado di decodificare i messaggi da cui è bombardata e rischiano di rivivere vecchi fantasmi che credevano ormai sepolti dalla storia. da quando la televisione non è più servizio pubblico, a meno che non consideriate tale quello proposto da Fazio e Gramellini, due menti rubate all’agricoltura, da quando media e social propongono tutto e il contrario di tutto, seguendo la regola aurea che se qualcosa deve andare storto ci andrà, inevitabilmente le persone scelgono il peggio, non perché naturalmente malvage ma perché prive di basi epistemologiche adeguate per decodificare le assurdità, per distinguere non il vero dal falso, ma l’accettabile dall’inaccettabile.

E’ così che una  foto che ritrae i migranti che fumano diventa un pretesto per disquisire sulle reali condizioni di bisogno di chi arriva spesso per miracolo sulle nostre coste. E se chi la condivide è una brava persona e sai che lo è, quello che provi è solo amarezza e sconforto e rabbia verso chi getta benzina sul fuoco.

In questo quadro, il problema delle periferie è prioritario e una scuola che faccia non integrazione, orrenda parola che a un vecchio appassionato di Star Trek come me ricorda i Borg, ma condivisione di percorsi comuni, concetto più complesso, più difficile, e articolato, ancora più necessaria.

Concludo dicendo che qualsiasi processo di incontro tra culture diverse, può generare ricchezza o conflitto, dipende dal livello di rispetto reciproco. A scuola, i ragazzi non percepiscono la propria multi etnicità, spesso i miei alunni scoprono che il compagno di banco è musulmano in terza, casualmente. E non gliene può fregare di meno. E si chiedono perché quando qualcosa non torna. Gli adulti, invece, a volte i genitori di quegli stessi ragazzi, non si chiedono perché e brancolano nell’oscurità del pregiudizio perché nessuno gli spiega come uscirne.

Grillo e Salvini sono pericolosi, e in un paese normale non lo sarebbero ma sarebbero dei freaks, perché cercano di acquisire il potere sfruttando quell’oscurità, a spese della povera gente. E’ una visione della politica spietata, priva di etica e di tenerezza, lo specchio della guerra del liberismo moderno. Il problema è che lo stesso atteggiamento lo ritroviamo, in forma più edulcorata ma non meno dannosa, in quella che dovrebbe essere la controparte. Stessa spregiudicatezza aggravata dal fatto che lì un retroterra di valori esiste ma viene bellamente ignorato o tirato fuori quando comoda, senza convinzione.

E’ necessario che i due più potenti agenti di democrazia, la scuola e la società civile (sindacati, terzo settore, ecc,), dal momento che la politica ha momentaneamente abdicato da questo compito, propongano valori forti e fondanti e pretendano dalla politica un impegno forte su quei valori. O si rifonda un’etica della convivenza in questo paese o diventeremo terra di conquista non degli immigrati, come paventano i primati leghisti o i fedeli della setta grillina, ma di quella globalizzazione nefasta che i migranti li crea, un ingranaggio di quel meccanismo che parte da McDonalds e arriva all’Isis.

Essere italiani per me significa essere umani, solidali, cooperativi e inclusivi: senza distinzione di sesso, razza, religione. Come recita il testo politico più alto mai prodotto dai nostri rappresentanti.

Bjorn Larsson, l’avventura di scrivere


Bjorn Larsson

 

 

 

 

 

 

 

 

Bjorn Larsson è un uomo distinto, cordiale, dotato di quel carisma sempre più raro che nasce dalla cultura e dall’intelligenza. Ho avuto occasione di ascoltarlo ieri, nella bella sede dl centro storico di A Compagna, associazione che si occupa di tutelare le tradizioni popolari genovesi e che ha deciso di promuovere una serie di incontri culturali in vari siti del centro storico a cui partecipano autori di statura internazionale.

A rendere l’incontro con lo scrittore svedese ancora più gradito è stato Sergio Buonadonna, giornalista, ex capo della pagina culturale del Secolo XIX: preparato, intelligente e spiritoso ha fatto domande interessanti e acute: una vera sorpresa, tenuto conto, ad esempio, della valanga di banalità e cretinate con cui Fabio Fazio oscura gli scrittori anche importanti che è solito ospitare.

Larsson è diventato famoso in Italia con La vera storia del pirata Long John Silver, esempio più unico che raro di tentativo di fare un sequel di un classico, in questo caso L’isola del tesoro di Stevenson, assolutamente riuscito. E’ necessaria una grande cultura e una certa dose di incoscienza per affrontare un’impresa letteraria di questo livello e lo scrittore svedese, che passa la maggior parte del tempo navigando sulla sua barca a vela, possiede entrambe in misura considerevole.

Sarebbe riduttivo considerarlo solo un autore di libri d’avventura: Il cerchio celtico, Il segreto di Inga, L’occhio del male, per citare alcuni dei suoi titoli, sono libri che trascendono ogni genere e affrontano temi di scottante attualità: il nazionalismo e il problema dell’identità, l’integralismo religioso, le limitazioni della libertà a cui siamo sottoposti nell’era della tecnologia. Temi importanti che Larsson affronta in modo non superficiale, con una cura particolare per la psicologia dei personaggi e e la credibilità degli intrecci, doti rare, da autentico scrittore. A fare da sfondo a molte delle sue storie, il mare, un mare che sembra quasi di vedere e sentire, leggendo le sue pagine.

Narratore autentico, dote assai più rara di quel che si pensi, ieri Larsson si è dimostrato anche un conversatore affascinante e profondo. Ha parlato dell’identità, di come per lui non significhi nulla essere svedese,  cittadino di quel mondo senza confini che è il mare, e di come susciti in lui curiosità il campanilismo un po’ grottesco dei nostri paesi e dei nostri quartieri. Di come per lui la solitudine non sia un problema ma una necessità mentre ha riscontrato che nel nostro paese c’è quasi il panico di restare soli. Ha raccontato, esprimendosi in un italiano perfetto, la genesi di Long John Silver, la curiosità per questo personaggio di cui Stevenson ci racconta pochissimo nel suo capolavoro lasciando però intuire alcuni particolari che hanno catturato l’attenzione di Larsson: il fatto che parli latino, ad esempio, o che possieda la patente di comandante e pilota di nave.

La discussione poi è scivolata su temi di scottante attualità: L’occhio del male anticipava i problemi legati al fondamentalismo islamico e, all’inevitabile domanda riguardante quello che è accaduto nei giorni scorsi, Larsson ha risposto che, come c’era voluto un po’ di coraggio per scrivere quel libro, così ognuno di noi dovrebbe avere un po’ di coraggio per mettere in discussione le proprie certezze e dialogare con l’altro, perché senza dialogare nessuno cambierà mai la propria posizione. Riguardo alcune sue visioni “profetiche” ha detto che non esiste alcun mistero, ripetendo inconsapevolmente la lezione manzoniana del verosimile come strumento: bisogna scrivere di qualcosa che comunque potrebbe esistere anche se non ne abbiamo esperienza sul momento.

L’ultima parte dell’incontro è stata dedicata a un libro particolare, I poeti non scrivono gialli, un divertissement letterario, una giallo non giallo in cui Larsson fa una garbata parodia dell’ondata di thriller nordici che hanno invaso il mercato europeo a partire dalla trilogia del suo omonimo, Stieg Larsson, l’autore di Uomini che odiano le donne.

L’ultimo libro di Bjorn Larsson, appena edito per festeggiare i venticinque anni di Iperborea, è Diario di bordo di uno scrittore, sapido sguardo dietro le quinte sull’arte di scrivere, con gustosi aneddoti e riflessioni acute e fulminanti.

E’ stato veramente rigenerante staccarsi per un momento dalla quotidianità grigia e squallida di questi giorni per concedersi una pausa culturale e ascoltare qualcuno che aveva molte cose interessanti da dire. Non capita spesso ma quando capita è un evento da ricordare. Per chi volesse avvicinarsi all’opera di Larssen consiglio naturalmente La vera storia di Long John Silver ma soprattutto, Il cerchio celtico, il suo primo romanzo, in cui già dimostra la sua padronanza dell’arte narrativa. Ma tutti i libri di questo cittadino del mondo sono godibili e interessanti, fiori freschi in mezzo alla spazzatura commerciale che riempie gli scaffali delle librerie.