Anatomia dell’odio


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Carolin Emcke è una delle più importanti giornaliste tedesche. Ha lavorato in moltissime aree di crisi toccando l’odio con mano e raccontandolo. E’ lesbica e conosce il peso della discriminazione.

Carolin Emcke ha scritto un libro bellissimo. Contro l’odio  edito in Italia da La nave di Teseo, la bella casa editrice fondata da Umberto Eco prima di lasciarci      

A  Eco sarebbe piaciuto molto questo libro, per il rigore con cui l’analisi viene condotta, per la passione che anima ogni pagina,  per la coerenza di pensiero dell’autrice.

Fossi un insegnante delle superiori lo adotterei come testo obbligatorio per i miei studenti e mi permetto di consigliarlo ai tanti intellettuali in erba radical chic impregnati di un retorica sinistrorsa vecchia e stantia che riempiono le pagine dei social di  perle di pensiero  understatement e accettano acriticamente le tesi del vate del momento, specie in questo momento di stasi politica e di calcoli più o meno abietti su chi deve sedere nella stanza dei bottoni.

Perché l’odio ha dominato la campagna elettorale e ce ne siamo dimenticati. Minniti, soffiando sul fuoco dell’odio, con un provvedimento di rara viltà politica perfino nel nostro  paese, ha tentato di cavalcare l’onda e così hanno fatto, con gradazioni e sfumature diverse tutti i partiti che oggi potrebbero essere investiti di responsabilità di governo. L’odio non è stato un tema elettorale, è stato il  tema elettorale e tutti sembrano essersene dimenticati. Per ora.

Carolin Emcke parte da un episodio molto simile a quello di Multedo: un pullman di migranti, donne e bambini, viene bloccato da un gruppo di esagitati e tenuto per ore fermo davanti al centro di accoglienza che rappresentava la sua meta. Carolin non fa  retorica, non si mostra sdegnata verso la canea di esagitati, non organizza una marcia di protesta contro il neonazismo ma fa quello che dovrebbe fare ogni intellettuale: si chiede perché.

Perché quella gente odia donne e bambini che vengono da storie di guerra durissime e hanno già pagato un prezzo altissimo alla vita? Perché la polizia osserva immobile e non interviene? Perché chi non è d’accordo resta in silenzio?

La risposta è articolata, documentata , puntuale. Novella Chomsky due punto zero, la Emcke  parte dalla spersonalizzazione del nemico, dalla sua riduzione a massa indistinta dalle caratteristiche omogenee per spiegare sia l’odio di massa verso un’altra massa sia l’omologazione all’odio da parte di chi lo pratica. Ritrova i medesimi meccanismi nell’odio verso gli ebrei, nell’emarginazione sociale della comunità Lgbt, nelle dinamiche dell’Isis.

A  fare da trait d’uniòn è la dittatura della normalità, considerata una paradigma assoluto entro il quale si deve rientrare per non subire l’odio e il disprezzo della massa. In un mondo sempre più omologato, globalizzato, chi si distingue perché ama in un modo diverso, ha un colore diverso o parla una lingua diversa è un’anomalia e come tale va “guarita”, per garantire la tranquillità dei normali.

Particolarmente toccanti sono e pagine riguardanti Eric Garner, morto soffocato per un attacco d’asma durante un immotivato e violento fermo della polizia. La colpa di Garner era di essere nero, la sua colpa era il suo corpo nero  , in quanto tale, bersaglio, un oggetto che aveva perso la propria umanità.

La disumanizzazione dell’altro, del diverso, è il primo atto della commedia razzista, il primo, necessario passo verso lo scatenamento dell’odio. Il razzista non prova a capire, a conoscere perchè, se lo facesse, entrerebbe in contatto con le singole storie, sarebbe costretto a riconoscere nell’altro l’umanità.

La parte finale riguarda la parresia  di Foucault e riguarda tutti noi. Parresia significa dire il vero e quel dire il vero, ci dice la Emcke, deve essere agito, senza se e senza ma. Il detto e il non detto non hanno luogo se si applica la parresia, il  vero va sempre detto senza eccezioni. Ma per essere detto deve essere vissuto , sentito come proprio.

Un liberal è un repubblicano che è stato dentro, dicono gli americani e c’è del vero in questa affermazione. Si può essere animati di buone intenzioni, essere anti razzisti, di sinistra, a favore dei diritti degli omosessuali, etc…, ma se queste sono solo affermazioni di principio, se non si prova a capire cosa significa essere migrante, negro, gay, ecc., se non si fa qualcosa di concreto per dare vita a queste affermazioni di principio e ci si sente nobili, puri e superiori perché le si pensa, non serve a nulla.

Il razzismo si combatte confutandolo, dice Carolin, ogni giorno, in ogni luogo va ribaltato il senso comune che recita: io con quella gente non parlo,  in  io con quella gente parlo, porto la mia verità, confuto la loro menzogna.

E’ inutile anche continuare a proporre valori nei vecchi modi consolidati. la Shoah, le migrazioni, il razzismo, la violenza, non possono semplicemente essere spiegati alle giovani generazioni, vanno spiegati con parole nuove, con metodi nuovi di insegnamento perché non siano storia ma presente, non qualcosa che è  stato ma un pericolo sempre incombente.

La parresia va adottata da chiunque voglia contrapporsi al razzismo, all’odio, alla  discriminazione, all’oppressione, senza ipocrisia, ignorando le convenienze e il timore di offendere qualcuno.  Dire il vero sempre e comunque forse finirà per inimicarci qualcuno ma servirà a molti per non sentirsi soli.

Ho banalizzato colpevolmente un libro denso, ricco, necessario.

A Coronata si lavora per un futuro diverso


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Ci accoglie sulla soglia del Campus sorto al S. Raffaele, l’ex ospedale di Coronata, Maurizio Aletti, presidente della cooperativa Un’altra storia che si occupa della gestione della struttura. Insieme a lui ci sono alcuni d ei ragazzi che stanno provando a costruirsi una strada dopo essere stati sbalzati fuori a forza da quella che avrebbe dovuto essere la loro: vengono dal Mali, dal Ghana, dal Pakistan, dalla Costa d’Avorio, dal Senegal e tanti altri posti di un mondo in guerra.

Sono giovani, timidi, hanno sorrisi aperti e occhi grandi ed espressivi, sono richiedenti asilo. Vengono qui da diverse strutture sparse per la città a studiare italiano, imparare usi e costumi del nostro paese e ad imparare un mestiere. Come non c’è modo migliore per imparare a scrivere che scrivendo, così non c’è modo migliore per apprendere un mestiere che lavorando e qui, questi ragazzi, lavorano. Stanno ristrutturando una parte del vecchio ospedale. con fatica, impegno e passione. I fondi provengono dai famosi trentacinque euro che, è bene non stancarsi mai di ripeterlo, non vanno nelle loro tasche ma nelle casse della cooperativa che provvede al loro sostentamento, alla loro istruzione e, con gli avanzi, a comprare i materiali per la ristrutturazione.

L’idea è quella di creare un ambulatorio e un centro per gli anziani, l’idea è quella di restituire quello che per troppi anni è stato un rudere, al quartiere e ai cittadini, a tutti i cittadini.

I ragazzi sono controllati, prima di entrare al campus vengono sottoposti a rigorose visite mediche, hanno un pass che gli permette di accedere alle lezioni, alla mensa, al dormitorio (ottanta di loro sono ospitati al S. Raffaele), chi non rispetta le regole viene mandato via.

Visitando le aule, la palestra, guardando le foto del lavoro fatto per riportare a nuova vita i vigneti, mi commuovo. In questi giorni in cui le pagine dei giornali riportano cronache di odio e incomprensione, passeggiare per questi corridoi è vivificante, ti fa pensare che c’è speranza in un futuro diverso, un futuro di condivisione di percorsi di vita, un futuro in cui il colore della pelle sarà un dettaglio insignificante, come accade con i ragazzi nelle mie classi multicolori. Mi commuovo anche quando, quasi a forza, senza troppe parole, raccontano le loro storie. Uno a un certo punto, sottovoce, mi chiede cosa significa “odio”: gli rispondo che significa volere il male degli altri. – E’ una parolaccia? mi chiede  un po’ confuso. -No, ma non è una bella parola. Rispondo. Già.

Purtroppo la realtà attuale è diversa, a causa anche di una politica che sembra aver dimenticato qualunque dimensione etica e, soprattutto, appare incapace di comprendere i vantaggi di una convivenza serena con chi viene da lontano (scusate, ma integrazione non mi piace, la trovo una parola aberrante). Non è un caso se S. Egidio aprirà una scuola della pace al Cep, altro quartiere a forte disagio della nostra città.

Non a caso, il campus è gestito da una cooperativa con molti volontari e da Migrantes, la Chiesa, con la collaborazione di S Egidio. Dello Stato, nemmeno l’ombra ed è una latitanza che si protrae da tempo in tutte le aree critiche del nostro paese.

Credo che esperienze come questa segnino la strada, aprano porte, offrano alternative concrete all’odio, alla paura e al rifiuto. Chiederò a S. Egidio di mandare qualcuno dei ragazzi nella mia scuola e, lo confesso: non lo faccio solo perché parlino ai miei alunni, loro non hanno troppo bisogno di riconoscere l’umano nel diverso, anche se ripassare non guasta, ma perché parlino tramite i miei alunni agli adulti, perché questa realtà diventi conoscenza acquisita del quartiere e le brutte cose, i brutti pensieri che ricomincio a sentire in giro scompaiano, cancellati dalla forza dei fatti.

Cornigliano, dunque, è ancora una volta un laboratorio, Lo è stato con la scuola dove insegno, che tanto ha fatto in passato e tanto fa ancora per la reciproca conoscenza di italiani e stranieri, lo è adesso con il campus del S. Raffaele, un esempio di restituzione di un bene sociale alla comunità che dovrebbe essere motivo di orgoglio per la cittadinanza. 

La speranza è che si smetta di dare risalto e prime pagine a chi incita all’odio senza comprendere, per lasciare il posto a chi silenziosamente, ma senza retrocedere dalle proprie posizioni, senza altre sovrastrutture ideologiche che non siano il rispetto per la dignità di tutti gli esseri umani, si adopera giorno dopo giorno, per abbattere tutti i muri, soprattutto quelli mentali, i più difficili da eliminare.

Una rete senza cultura genera odio e paura


Che gli italiani siano un popolo di creduloni non stupisce: non avremmo avuto il ventennio berlusconiano, un comico non sarebbe il capo del maggior partito d’opposizione e Renzi non passerebbe per un coraggioso riformatore, se non fosse così.

Che gli italiani non leggano né libri né giornali è notizia vecchia: siamo fanalino di coda in Europa e ben classificati a livello mondiale, non male per la patria di Dante, Petrarca, Boccaccio, Goldoni, Leopardi, Manzoni, ecc.

La notizia è che sempre più gli italiani cercano la verità su internet e si bevono le bufale della rete, il che spiega, tra l’altro, il successo del comico di cui sopra e del suo movimento che, quanto a credulità, non ha rivali. Si spiegano anche i flames fastidiosi, i video virali, il cyberbullismo e l’uso teppistico di Internet in genere.

la notizia nasconde una realtà ben più grave: intanto la crisi della scuola, fortemente voluta dall’establishment, che negli ultimi dieci anni non ha fatto altro che delegittimare gli insegnanti e la cultura in genere, tagliare fondi alle istituzioni scolastiche o distribuirli malissimo, ad esempio insistendo sull’adeguamento tecnologico senza riformare i programmi, creando classi digitali che rischiano di portare più danni che benefici, mettendo i bastoni fra le ruote a tutti i tentativi della scuola di formare, educare, istruire. Con la ciliegina sulla torta, inevitabile, di un ministro dell’istruzione senza una laurea e con un diploma discutibile, unico caso in Europa. Questo dopo aver avuto all’istruzione manager e visionarie che blateravano di tunnel fantascientifici. Sull’uso delle nuove tecnologie a scuola consiglio un ottimo libro di un psichiatra tedesco, si intitola Dementi digitali  e offre un punto di vista illuminante che il sottoscritto, che non è un luddista ma un appassionato di nuove tecnologie da sempre, condivide pienamente.

Io non credo alla rete come spazio di libertà, non sono d’accordo con i teorici come Castell che fantasticano di un popolo in grado di influenzare le scelte dei governi, o meglio ,non ci credo più. La rete è una grande occasione persa. Poteva essere uno spazio di confronto e approfondimento, uno strumento per raccontarsi in pubblico e guarirsi o uno spazio di crescita intellettuale,  è diventato una specie di bassofondo della mente dove le persone non hanno alcun pudore a manifestare la propria ignoranza e i peggiori istinti, a offendere sadicamente e gratuitamente, a diffondere idiozie e menzogne create ad arte, a esibirsi nei modi più triviali.

La notizia nasconde anche la sfiducia della gente verso i mezzi d’informazione tradizionali, sfiducia del tutto giustificata: il giornalismo italiano è mediamente, mercenario, cortigiano e di pessima qualità, la televisione, con alcune felici eccezioni nel campo della fiction, è se possibile, ancora peggiore. Non si fa più cultura, al ricerca ossessiva dell’audience ha porta a un involgarimento generale, alla ricerca del colpo a effetto, della caduta di tono che fa parlare i giornali per settimane. Con alcune felici eccezioni, sempre più di nicchia.

Per approfondire le notizie, per cercare nuovi punti di vista, mi rifugio anch’io nella rete, solo che cerco di selezionare: in fondo, capire se chi scrive è colto o ignorante, in buona o in malafede, non è così complicato. Ho ad esempio evitato di esprimere la mia opinione sulla questione basca perché quasi del tutto a digiuno di notizie. MI sto documentando, leggendo anche i quotidiani spagnoli e comincio a formarmi un’idea. E’ un metodo che uso ogni volta che non conosco un argomento che balza agli onori delle cronache.

Fermo restando che la rete non potrà mai sostituire un buon libro, documentato, con una bibliografia ampia, scritto da persona informata dei fatti. Giusto in questi giorni sto leggendo un interessantissimo testo di Alessandro Dal Lago sui nuovi populismi e sull’influenza di Internet, anche questo illuminante, preoccupante, ma assolutamente lucido e condivisibile in quasi tutti i suoi assunti.

In conclusione, questo sondaggio fotografa un paese sempre meno interessato alle verità, anche parziali, come tutte le verità e sempre più orientato alla conferma delle proprie verità, sempre meno interessato alla cultura, privo di punti di riferimento forti, di valori fondanti, descolarizzato, autoreferente. Una deriva culturale che è terreno di coltura di frutti avvelenati, come il razzismo, il qualunquismo, l’odio a priori verso chi è diverso o la pensa diversamente da noi. Su internet, l’etica e la morale non hanno cittadinanza, l’odio e il sonno della ragione, sì. Chissà cosa scriverebbe oggi Unamuno.

Non mi sembra che ci sia la volontà politica di affrontare il problema, di consdierare il problema come tale: ad esempio restituendo alla scuola il proprio ruolo, riformando il servizio pubblico e sfruttando professionalità e intelligenze che ancora in Rai ci sono, promuovendo la cultura a tutto campo, regolamentando la stampa mantenendo la libertà ma punendo severamente chi viola la Costituzione ad esempio incitando alla discriminazione e all’odio razziale, riportando il dibattito politico su livelli di civiltà accettabili.

Se è vero che la classe politica è lo specchio del paese, è inevitabile che la mancanza di dignità e di rispetto di cui fa mostra quotidianamente finisca per trasferirsi alla gente, che ha trovato nella rete uno spazio dove ottenere quei cinque minuti di popolarità di cui parlava Andy Warhol. Dalle grandi cose alle piccole cose, si potrebbe dire parafrasando un famoso detto latino, dagli scontri di basso livello a cui quotidianamente assistiamo in parlamento, agli scontri infimi a cui assistiamo in rete.

Forse questa preferenza degli italiani per la rete e la loro credulità è il minore dei mali che affliggono il nostro paese o, forse, no, forse invece è un male grande, foriero di sinistri sviluppi. Come tante altre, la risposta a questa domanda si perde nel vento.