Gli invisibili


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Non li vedi, quindi non esistono: sono nascosti, senza nome, rinchiusi in un mondo a parte che non ci riguarda, un mondo di giorni e notti interminabili, tutti uguali, dove a scandire le ore sono la noia e la paura, un  mondo dove non esiste mai il silenzio, violato dai rumori di cancelli che si aprono e chiudono, lamenti, bestemmie, pianti.

I carcerati sono colpevoli, non sempre ma di solito sì, pagano per quello che hanno fatto e vengono esclusi temporaneamente dal mondo per entrare in un mondo altro, spesso un anticipo d’inferno o un’anticamera di un futuro segnato. Non sono più uomini degni di essere  considerati tali, hanno violato il contratto sociale e per questo devono essere banditi da quella società che hanno offeso, devono diventare invisibili, non disturbare, soffrire ed espiare.

La storia carceraria italiana è una storia di repressione e violenza, nonostante il nostro codice penale non sia solo repressivo ma anche mirato al recupero alla società di chi ha sbagliato. In questo senso si muove il progetto di riforma carceraria del ministro Orlando ed è un passo di civiltà, qualcosa di sinistra, qualcosa che guarda agli invisibili, ai senza voce. Qualcosa che colma una lacuna che dura da quando venne vara la Costituzione.

L’approvazione del disegno di legge è quasi un disperato segnale da parte della sinistra, un flebile richiamo: non ci siamo ancora e siamo diversi. Noi ci siamo e stiamo dalla parte di chi non si vede.

C’è voluto coraggio a farlo in questo momento, il tema non è esattamente di quelli graditi alla gente, bombardata da una distorsione mediatica e politica che dipinge il nostro paese per quello che non è, c’è voluto coraggio: il coraggio di stare dalla parte degli ultimi, un coraggio di sinistra.

Di Maio, con le sue rozze dichiarazioni, ha dimostrato di non aver letto la legge, o di non averla capita e di schierarsi sulla stessa linea forcaiola della Lega, forse un primo assaggio di alleanza tra i due peggiori schieramenti politici che mai abbiano ottenuto un successo elettorale nel nostro paese.

Travaglio, con l’editoriale di oggi, mostra di essere quello che è sempre stato: un fascista, senza neanche il coraggio di affermarlo chiaramente, come faceva il suo maestro, Montanelli.

Il popolo è dalla loro parte, il popolo vuole pene dure per chi delinque, poco importa se la certezza della pena non è un deterrente, poco importa se la pena è certa solo per i disgraziati, poco importa se le pene alternative esistono da decenni nella giurisprudenza di quei paesi civili tirati in ballo quando fa comodo. Poco importa, se in un paese cattolico, un carcere umano dovrebbe essere la regola, poco importa se è la Costituzione a dire che, quando possibile, a chi sbaglia va data un’altra occasione.

Tra multe per chi rovista nei cassonetti, leggi sul decoro dei centri urbani, ONG accusate di associazione a delinquere, il disegno di legge del ministro Orlando è una ventata d’aria fresca, un segno che esiste ancora qualcuno che vede gli invisibili.Comunque vada, anche se i nuovi fascisti la affosseranno, grazie di averci provato.

Triste sommario di giorni cupi


Avevo intenzione di parlare in modo diffuso dell’Unità e della paura che in questi giorni attanaglia l’uomo che non è stato eletto e i suoi sodali al pensiero di perdere i ballottaggi, in particolare volevo soffermarmi sul triste ricatto politico della bella addormentata nei boschi che, tolta la maschera da madonna fiorentina, si svela per quello che è: una arrogante figlia di papà che, come tutti gli arroganti mocciosi, quando ha paura perde la testa.

Ci sono purtroppo cose più importanti di cui parlare, anche più importanti della vittoria della nazionale, ottenuta con un vergognoso catenaccio contro una squadra di masturbatori solitari del pallone che non l’avrebbe messa dentro neanche se Buffon fosse andato a prendere il caffè.

Nonostante il potere ipnotico del calcio, non bastano due gol a dimenticare gli omicidi che hanno avuto come vittime alcune donne in queste ultime settimane e la strage di Orlando.

Cosa hanno in comune queste tragedie? La spersonalizzazione dell’altro, la riduzione della persona a “cosa”: nel primo caso, una cosa che si ribella al proprietario e deve essere punita, nel secondo caso, una cosa che disturba, che non rientra nell’ideale di purezza inculcato nella mente dei terroristi e che perciò va cancellata,

Questa spersonalizzazione dell’individuo è il frutto più avvelenato del nostro sistema di vita, il lato più oscuro del capitalismo. Non c’è differenza sostanziale tra l’assassino che brucia viva l’ex fidanzata e il pedofilo che compra un bambino per abusarne: entrambi trattano l’altro come oggetto, lo privano di anima, di sentimenti, di respiro vitale, lo considerano come un giocattolo da usare e gettare via quando non diverte più. Entrambi questi “mostri”, a noi fa comodo considerarli così, sono frutto di una società dove tutto è in vendita, a partire dalla dignità e dal corpo, dove tutto è dovuto e nulla è richiesto, tanto meno il rispetto per l’altro. Possiamo parlare, a mio modesto avviso, di una vera proprie epidemia di narcisismo sociale che colpisce prevalentemente gli uomini, che progressivamente hanno perso status e ruolo sociale e sentono il dovere, come se vivessero in una giungla, di dimostrare di essere ancora loro a tenere le redini, di dimostrare che sono i più forti.

Quanto alla strage dei cinquanta ragazzi e ragazze gay di Orlando, va, molto sinceramente, fatta una riflessione: non c’è stata, in rete, la mobilitazione, la commozione che si è vista in altre occasioni, segno che il pregiudizio che ha armato la mano dell’assassino, alberga in forma embrionale in molti di noi.

I terrorismi islamici non sono pazzi, sono fanatici, ma non folli. Molti tra noi “normali” a volte provano la sensazione di non sentire il mondo come il proprio posto: ci si rifugia allora nella religione, nella politica, nell’impegno sociale, per ritagliarsi spazi di libertà, per respirare un’aria diversa. Il meccanismo che porta un ragazzo islamico a radicalizzarsi non è diverso da quello che spinge un hooligan a trovare la propria dimensione nella ricerca costante di violenza. raramente, per fortuna, ma capita, la strada che si sceglie è quella dell’annullamento dell’altro, vissuto come l’avversario che impedisce la propria realizzazione.

Alessandro Orsini, uno dei massimi esperti di terrorismo al mondo, nel suo libro sull’Isis, spiega molto chiaramente le tappe che conducono un ragazzo che si sente nel mondo ma non parte del mondo a estraniarsi totalmente dalla realtà, a ritrovare una propria dimensione nel radicalismo islamico e a ricostruire la propria personalità e la propria identità sulla base di quella ricerca di purezza che comprende l’eliminazione di ciò che puro non è, anche a prezzo della propria vita.

In entrambi i casi parliamo di uomini  e donne vulnerabili, psicologicamente disagiati, non necessariamente, anche se spesso, socialmente disagiati, le cui terribili azioni seguono un percorso che porta a una soluzione estrema.

Questo straniamento dal mondo, in fasi diverse della vita, appartiene a ognuno di noi, ma fortunatamente di solito troviamo soluzioni meno nocive a noi e agli altri per vincerlo.

Questo significa che sia la violenza sulle donne, sia il radicalismo islamico, sia la violenza in genere, sono fenomeni prima di tutto culturali, che andrebbero combattuti culturalmente e politicamente, la società dovrebbe proporre percorsi e valori alternativi e la nostra società, la politica in generale, questo non è più in grado di farlo.

Un sistema che produce Trump e Salvini e li fa diventare leader, è un sistema culturalmente difettoso, che non riesce più a funzionare in modo adeguato, i cui gas di scarico producono il narcisismo sociale di cui sopra.

Non vedo soluzioni a breve termine, in questo momento, data anche l’abdicazione degli intellettuali al proprio ruolo.

Per proporre valori condivisi è necessario senso etico, volontà di dialogo, capacità di cooperazione, tutti fattori in contrasto con un sistema spregiudicato, amorale, individualista e competitivo come quello in cui viviamo. Sarebbe necessario un cambio di paradigma, una nuova epistemologia della società che nessuno, in questo momento, ha il coraggio non dico di proporre, ma di sognare.

Molto più comodo e tranquillizzante gioire davanti alla tv per una partita di pallone.