Il peso della realtà


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La notizia odierna del recupero di sette corpi a Lampedusa riporta drammaticamente lla mia attenzione su un fatto inconfutabile: esseri umani continuano a morire nel mediterraneo e nessuno fa niente perché la strage si fermi.

Quando parlo di concretezza e prassi della protesta, come ho fatto ieri,  mi riferisco anche a questo: chiedere poche cose e insistere finché non si ottiene un segnale. Credo che la fine delle stragi nel mediterraneo sia una di queste poche cose e sarebbe opportuno che il Pd, invece di continuare ad insultare Renzi, aprisse un tavolo comune con tutta la sinistra per affrontare il problema immigrazione in modo pragmatico e non con slogan che lasciano il tempo che trovano.

C’era un modello, il modello Riace, che prevedeva il ripopolamento di quei borghi che i nostri giovani abbandonano, trasformandoli in deserti, quando potrebbero, se utilizzati in modo sensato e ripopolati, costituire un primo passo verso la soluzione del dissesto idrogeologico in molte zone del nostro paese. Perché, come scriveva giustamente ieri MIchele Serra, il èprimo passo per risolvere il problema è prendere in mano la pala e imparare ad usarla.

Guardate che la sostenibilità chiamata ieri a gran voce da molti ragazzi in tutta Europa, ignorati dai media italiani, significa anche questo: recuperare il territorio, coimprese le aree coltivabili, dare l’opportunità a chi arriva in cerca di una qualità di vita migliore di averla, con agevolazioni statali che verranno ripagate da un lavoro che in Italia nessuno vuole più fare e che ripagheranno la comunità in un futuro neanche troppo lontano.

Nel quartiere di Genova in cui lavoro sono stati i rifugiati africani a rivitalizzare le vigne che sulle colline erano ormai morte, soffocate dal cemento, dalle esalazioni dell’Italsider e poi abbandonate. Non lo sa nessuno, non si dice, perché quello che va bene, gli esperimenti di integrazione che funzionano, non fanno notizia. ma esistono e non sono pochi, indicano una strada.

Il modello Riace è esportabile in tutto il nord Italia, dove i borghi abbandonati e le terre incolte abbondano. Ovviamente va strutturato e organizzato con la collaborazione delle associazioni serie che si occupano di accoglienza, e sottolineo serie, e offrirebbe la possibilità di razionalizzare i flussi migratori, almeno in parte, e di offrire opportunità di lavoro.  Ma la sinistra sembra averlo dimenticato, forse per non favorire Salvini.

La sinistra sembra aver dimenticato tutti i suoi valori fondanti e dare la colpa a Renzi è solo un comodo scaricabarile. Sono almeno vent’anni che la sinistra non è più tale e  sbaglio per difetto.

Ripeto: le persone continuano a morire nell’indifferenza di tutti e noi stiamo a discutere delle ville di Renzi.

Non vorrei che l’enfasi sull’antifascismo, che non condivido non perché non sia antifascista ma perché, a mio parere, non c’è un pericolo fascista in Italia, c’è ben di peggio, facesse dimenticare le altre emergenze.

Manifestare e cantare canzoni partigiane va benissimo, con qualche distinguo, ma vedo più difficoltà a manifestare per i diritti degli ultimi, se non intermini qualunquistici: sì all’accoglienza, che non significa un cazzo. Vedo poca solidarietà concreta in giro, poca voglia di spendersi per gli altri.

Continuo a non vedere la sinistra nelle periferie e le piazze piene sono sempre quelle centrali, che assicurani visibilità mediatica, mentre lasciamo gestire l’emarginazione a chi soffia sul fuoco dell’odio sociale e della rabbia. Continuo a non sentire dichiarazioni forti e chiare di un cambio di rotta sull’immigrazione da parte di leader di sinistra a ogni conta di morti, continuo a veder ignorati dal governo molti dei problemi strutturali che ricadono sulla pelle di quei giovani che riempiono le piazze: il lavoro, la lotta contro le droghe, con una revisione e una inversione delle leggi, ormai vecchie e stantie, sull’argomento, la dimunzione dell’abbandono scolastico sopra i livelli di guardia anche al nord, il potenziamento dei servizi sociali, bloccati in molte città dopo la cagnare di Bibbiano, ecc.

Il peso della realtà, sempre più gravoso, sempre più difficile da alleggerire, non si risolve, a mio avviso,  con una gioiosa macchina da guerra ma col coraggio e con la buona politica, con la competenza e una visione a lungo termine, tutte qualità che latitano da tempo dalle nostre parti.

Quando ero giovane pensavamo che li avremmo sconfitti con la fantasia: ci sbagliavamo, la fantasia può poco contro l’interesse, l’avidità e l’egoismo. Serve concretezza e coraggio, serve una sinistra che torni a guardare avanti e la smetta di vagare alla cieca pensando solo al consenso.

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Salvini, Di Maio, Zingaretti: la politica dov’è?


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Certo che questa delle elezioni europee è tra le più anomale campagne elettorali che si siano vissute: non ho infatti letto o sentito da nessuno dei rappresentanti dei tre partiti principali uno straccio di programma elettorale, un’idea di Europa, una soluzione ai grandi problemi dell’Unione.

Salvini continua a non svolgere il suo lavoro, a insultare volgarmente chi lo contesta, non importa se cardinale o studenti, a citare cifre false per testimoniare i suoi finti successi e a litigare con Di Maio come se non fosse un alleato di governo. proponendo, di tanto in tanto, leggi talmente illiberali da essere quasi grottesche se non fossero pericolose.

Di Maio litiga con Salvini, rinfacciandogli il caso Siri, vantando con cifre false il successo del reddito di cittadinanza, che è un fallimento, addirittura assumendo posizioni vagamente antirazziste come se Salvini non fosse un alleato di governo e i Cinque stelle non avessero votato decreto sicurezza, legittima difesa, negato l’autorizzaizone a procedere.

Zingaretti fa proclami ecumenici, con frasi generaliste su cui non si può non essere d’accordo, ma non propone una linea politica nuova, anzi, una linea politica tout court e continua a barcamenarsi cercando di non scontentare nessuno e limitandosi a commettere l’errore capitale di incentrare la campgna elettorale sull’attacco a Salvini e il bla bla sull’antifascismo, candidandosi a una sconfitta annunciata. Solo l’entità della sconfitta deciderà il suo destino. Renzi, nell’ombra, arrota i denti e aspetta, sperando in una nuova pacca sulla spalla.

Di politica europea non una parola, appunto. Come se non importasse nulla, come se non dovessimo, tra breve, far fronte alle nostre inadempienze economiche, come se l’immigrazione non fosse un problema europeo così come la svolta filo nazista di alcuni paesi appartenenti all’Unione.

Eppure il Pd potrebbe proporre all’Europa il modello di integrazione che Mimmo Lucano ha sperimentato con successo, prima che  il ministro dell’Interno e qualche magistrato decidessero che quel modello funzionava troppo bene. Sarebbe una bella scelta di campo, qualcosa di sinistra, una svolta decisa, chiara, senza ambiguità. Invece si agita Lucano come un santino ma si sta bene attenti a dire che quel modello è una strada possibile per risolvere il problema. Con i tanti borghi quasi disabitati che ci sono nel paese, si potrebbe creare, sulla media distanza, una nuova possibilità di sviluppo e ricchezza.  Invece niente, forse per l’incapacità di controbattere adeguatamente in un dibattito pubblico la rozza e volgare vis oratoria di Salvini, di sentirsi dare dei professoroni? O forse per paura di perdere altri elettori moderati?

E ancora: perché il Pd non porta in Europa il problema della corruzione, che Salvini ritiene secondario, e della lotta congiunta alle mafie con la creazione di una polizia europea? Sono problemi ormai dilaganti nel continente, che riguardano, questi sì, la sicurezza dei cittadini, e che una forza di sinistra non può esimersi dall’affrontare.

Ultimo punto: le periferie.. Non è andando in periferia che il Pd risolve la sua latitanza. Nelle periferie manca quella ricchezza umana che era data dalle sezioni, dall’associazionismo, da punti di aggregazione che permettevano di avere il polso della situazione e dare risposte a problemi immediati, oltre che a pungolare circoscrizioni e comuni a svolgere quell’ordinaria amministrazione che è il cuore della politica.

E’ un patrimonio umano dilapidato dal dopo Pci in poi, beffeggiato dal renzismo e ignorato da quelli che l’hanno preceduto. Le sezioni erano una scuola di vita e lo scrive uno che frequentava l’Acr ma aveva molti amici che facevano vita di sezione con cui si confrontava e dialogava, imparando e crescendo di riflesso.

Questa campagna elettorale è lo specchio del passaggio dall’anti politica alla non politica, del nulla che ci sommerge, della mancanza assoluta di un pensiero sulla società, sul futuro del paese, sull’Europa, su dove stiamo andando.

Siamo in una terra di nessuno dove nessuna delle due sponde che si fronteggiano riserva particolari attrattive. Speriamo solo di non trovarci, presto o tardi, in mezzo al fuoco incrociato.

i RAGAZZI DI PERIFERIA SOGNANO di vedere il mare


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Assegno un tema ai miei alunni di prima media: immaginate di essere il sindaco della città, cosa fareste per il vostro quartiere?

Gli svolgimenti sono tutti piuttosto simili, tolti quelli dei più piccoli che  vorrebbero un grande falò delle scuole e giganteschi luna park, la maggior parte dei ragazzini e delle ragazzine vorrebbe un quartiere più pulito,  meno traffico, più posti dove mangiare, il ripristino delle poche aree verde degradate.  Tutto sommato, un’agenda ragionevole per una giunta comunale che volesse tornare a guardare alle periferie con occhio diverso. Non per quella attuale.

Due cose mi colpiscono, una in negativo, l’altra mi tocca il cuore.  Quella negativa è che tutti vorrebbero un nuovo centro commerciale e che ragazzini di quell’età siano già totalmente affascinati da quei santuari del consumismo, soggiogati da sogni preconfezionati e venduti  a prezzi scontati, lo trovo molto triste e la dice lunga sui punti di riferimento dei ragazzi ( e delle loro famiglie) oggi.

La cosa che mi ha toccato il cuore è che tutti vorrebbero che venissero abbattute le ultime vestigia dell’Ilva e  Cornigliano, il loro quartiere, tornasse a sorridere al mare, quel mare che le è stato tolto quando si è deciso di installare l’acciaieria.

Trovo che questo desiderio infantile contenga un po’ di quella poesia che solo i ragazzi oggi sembrano possedere: dateci il verde, le pizzerie, pulite le strade, ma, soprattutto, ridateci il mare. Quel mare che significa spazio aperto, una possibilità permanente di fuga, forse solo immaginata ma presente, quel mare che per tanti abitanti del quartiere che parlano lingue musicali che suonano strane alle nostre orecchie, ha significato libertà e riscatto.

Nessuna sogna una biblioteca, un posto dove studiare o poter viaggiare nel mondo navigando in Internet, ma tutti vorrebbero una scuola superiore nel quartiere, forse consapevoli del penoso stato in cui versano i servizi pubblici cittadini, forse timorosi nei riguardi di quella città così vicina e così lontana, che vivono come aliena, come altro da sé.  Uscire dal quartiere è come lasciare il nido: fa paura.

Vorrebbero incontrare anche gente più serena, sorridente, soprattutto vorrebbero incontrare anziani meno tristi, persone meno arrabbiate e rancorose, meno diffidenti.

Sono sogni di periferia, sogni ingenui di piccoli esseri non ancora bambini e non più adolescenti, vie di mezzo, insomma, come una via di mezzo è il quartiere in cui vivono, non del tutto non luogo, non del tutto  spazio concluso e autosufficiente. Come  una  via  di mezzo è la mia scuola, il lavoro mio e dei colleghi, che non si riduce più a insegnare ma ad ascoltare, a capire, a dare conforto, spesso a sopportare una burocrazia impietosa e indifferente e burocrati altrettanto indifferenti.

In media res stat virtus, dicevano gli antichi e accontentiamoci di questo, nella speranza che prima o poi, qualcosa cambi anche per le periferie, dove il tempo è sempre lo stesso, fermo e impassibile, un non tempo che si trascina tra un programma spazzatura alla tv e un salto al centro commerciale.

Che bello,  però, sarebbe rivedere il mare a Cornigliano!