Un paese sospeso- appunti di un uomo comune


A volte ti spinge a scrivere un’urgenza che non sai spiegare, un desiderio insopprimibile di comunicare quello che provi, di dare corpo e parola agli astratti furori che si agitano dentro di te.

Questo libro, che potete trovare su Amazon in formato ebook e cartaceo, è nato così.

Alla fine dell’anno appena trascorso, ho sentito la necessità di raccogliere gli articoli pubblicati nel blog, da Gennaio a Dicembre 2018, consapevole che si è trattato di un anno importante, seminale, che si è consumata nel suo corso una frattura, lasciando il paese in sospeso, come i due monconi del ponte Morandi, terribile metafora della nostra realtà quotidiana, una divisione del paese inedita, una mutazione antropologica degli italiani non del tutto imprevedibile, per chi ha saputo leggerne i segnali.

Ne è venuta fuori una fotografia, certo parziale e di parte ma non credo distorta, di un’Italia diversa, che si sta muovendo lentamente verso un obiettivo che appare ancora nebuloso, distante, confuso. Un Italia meschina e razzista contrapposta a un’Italia smarrita, priva di punti di riferimento, stordita dalla rapidità del cambiamento

Il futuro sarà il populismo, la xenofobia, un muro dietro cui trincerarsi dimentichi e indifferenti al mondo o la manifestazione di sabato a Genova (ancora Genova che torna nei momenti cruciali della storia del paese) è l’inizio di un reazione da parte di chi non crede che quella sia una strada percorribile? Perché il futuro si gioca anche sui diritti civili, sulla capacità di uscire dalla dinamica polverosa fascismo/antifascismo e cercare di comprendere lo spirito del tempo per elaborare nuove strategie di umanità.

L’Europa resisterà agli attacchi delle forze post fasciste o cadrà, come l’Inghilterra, diventando terra di conquista per le super potenze vecchie e nuove? L’Europa saprà finalmente diventare quella terra dei diritti e degli esseri umani liberi e uguali sognata a Ventotene?

Domande pesanti, inquietanti, angosciose, a cui credo nessuno possa oggi dare risposta. Ma la domanda che più mi sta a cuore è: che fine farà l’Italia? Riuscirà a uscire da questa specie di incubo a metà tra il grottesco e lo spaventoso in cui è caduta o tornerà ad evocare fantasmi di un tempo che credevamo tutti di esserci lasciati alle spalle? Siamo circondati da mostri o è la paura a crearli?

Il libro non offre risposte ma punti di vista, idee, pagine rabbiose ed altre più pacate, spunti di discussione e di confronto. Qualcuna delle cose che ho scritto, purtroppo, si è avverata, e non è una buona notizia. Se qualcuno avrà la pazienza di leggerlo, sarebbe interessante discutere, confrontarsi, parlarne insieme, giusto per sentirsi meno soli in mezzo alla confusione di questi giorni.

Non sono come te, quindi sono


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Il problema non sta nella sindaca del varesotto che profana la giornata della memoria con un post idiota e omofobo, casomai sta in quelli che l’hanno eletta.

Il problema non è Salvini e le assurdità che vomita quotidianamente, il problema sono quelli ( troppi) che gli stanno dietro, che gli regalano un consenso non oceanico ma comunque consistente.

Il problema del razzismo e dell’intolleranza, che in Italia esiste ed è in utile negarlo o consolarsi col fatto che la maggioranza degli italiani non è razzista, assunto tutto da dimostrare, sta nel fatto che da anni vengono proposti alla gente modelli raggiungibili di bellezza, successo, potere come se fossero alla portata di tutti.

Quando il successo non è più realizzazione del sé, una famiglia, un lavoro gratificante, una cerchia di amici e rapporti sociali, ma si traduce in accumulo di denaro, di fama, di visibilità mediatica, genera indubbiamente frustrazione in chi deve accontentarsi e non sa più farlo perché continuano a dirgli che  vivere normalmente, invecchiare normalmente, lavorare normalmente, non è in, non è qualcosa a cui, nel mondo di oggi, si possa aspirare.

Nasce allora un meccanismo di identificazione negativo: di fronte all’angoscia che genera il non essere ricco, famoso, ecc,, si reagisce col trovare in altri non essere  una conferma della propria identità, un modo per sentirsi diverso da chi ha ancora meno e sentirsi uguale agli altri, quelli che sono come noi.

Ecco allora che non essere neri, non essere gay, non essere migranti, ecc., diventa il primo passo per recuperare la propria identità messa in crisi dal pensiero comune, il secondo passo è quello di attribuire alle categorie vittimarie le colpe del mancato successo: invece di muoversi, rimboccarsi le maniche e cercare di risolvere i problemi, diventa molto più semplice gridare, manifestare, aggredire chi è diverso da noi, per sentire un noi a cui si appartiene. Questo paese ha già conosciuto una guerra civile, un riconoscersi come noi solo negando l’altro, portando all’esasperazione il processo che ho descritto.

E’ questo il meccanismo con cui Casapound e miserabili affini raccolgono consensi tra le fasce più disagiate della popolazione, ma è anche il meccanismo per cui migliaia di ragazzi, ogni domenica, non vedono l’ora di menare le mani allo stadio. La violenza è il terzo, inevitabile passo.

Come si può fermare questa logica perversa? Con una rivoluzione culturale,  che l’attuale storytelling della politica rende del tutto improbabile: non perché siano tutti uguali, qualche lievissima differenza c’è ancora, nonostante tutto, ma perché sono tutti privi di cultura nel senso più ampio del termine, cultura che contempla principi, valori morali non solo di facciata, valori etici. Con le dovute eccezioni, certo, ma che non contemplano politici di primo piano.

Non è un caso se le migliori fiction italiane parlano proprio di questo, concentrandosi in particolare sullo stadio della violenza e descrivendolo molto bene in tutto il suo squallore e la sua assurdità.

Viviamo in un mondo assurdo, dove un pregiudicato fa campagna elettorale e ci scaglia con odio contro dei poveracci che non chiedono altro che sopravvivere, un mondo assurdo dove per risolvere un problema basta non vederlo, non raccontarlo e renderlo, quindi, inesistente.

La politica, per chiunque ci si schieri, e il panorama italiano è, a usare un eufemismo, una terra desolata, non ha risposte perché non si pone le domande e il problema è che nella tanto evocata società civile, spesso si ripetono in piccolo le stesse dinamiche della politica, gli stessi giochi di potere, le stesse meschine vendette.

Quindi come cambiare questa situazione, come spingere chi lo guida a traghettare questo paese lontano da derive pericolose?

Il lavoro ben fatto, quotidiano, incessante, incalzante, il lavoro ben fatto da parte di ognuno  nel proprio ambito, con le proprie capacità, il lavoro ben fatto per orgoglio e dignità, non per diventare qualcuno ma per essere qualcuno. Un’altra strada non la vedo.

Memoria dell’Infamia


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Sono emozioni contrastanti quelle che mi spingono a scrivere questo articolo. Da un lato, la visione limitata, di pochi minuti, del programma di Santoro di ieri sera, riguardante il razzismo, dall’altro la visione odierna di un film a mio parere bellissimo, Un sacchetto di biglie, un film che più che dell’Olocausto parla di solidarietà, del bene che si può incontrare anche nell’oscurità, dell’istinto di sopravvivenza che permette di trovare risorse insperate dentro di noi.

Tanto il film è delicato, curato come un quadro di Renoir, con una capacità di coinvolgimento empatico nei riguardi del protagonista che ha coinvolto sia i colleghi che i ragazzi che abbiamo accompagnato al cinema in occasione della memoria dell’Olocausto, tanto ho trovato la trasmissione di ieri sera, per quel che ho visto, di pessimo gusto, retorica, un’occasione sprecata per parlare di un problema serio e attuale.

Personalmente, su un problema come quello del razzismo e dell’intolleranza, non tollero contraddittori: avrei gradito invece ascoltare a lungo Sergio Quirico e Fabrizio Gatti, giornalisti veri, di una razza in via d’estinzione, e prima che giornalisti uomini veri, disposti a rischiare di loro per capire e guardare negli occhi vittime e colpevoli.

Invece, dopo il momento kitsch di Stefania Rocca che interpretava una  insopportabile Oriana Fallaci rediviva che vomitava assurde litanie razziste, mi è toccato sentire l’altrettanto intollerabile Zecchi confondere la passione politica con l’ottusità e la chiusura mentale dell’ultima Fallaci e perfino la fiaccolante di Multedo, capopolo in sedicesimo, dallo sguardo truce e i toni accesi, ieri sera assolutamente moderati, di una disgustosa crociata razzista in un quartiere della mia città.

Sarò impopolare e anti democratico, lo ammetto, probabilmente anche un po’ stalinista, vista la mia tendenza politica, ma ritengo che certi temi, il razzismo, l’antisemitismo, l’antifascismo, quando trattati, debbano essere affrontati da persone che sanno quel che dicono e non possano essere oggetto di dibattito. Cardini sì, Zecchi no, tanto per intenderci.

Dobbiamo dibattere se è lecito o no salvare esseri umani? Se è morale rimandarli indietro a farsi torturare nelle prigione libiche in nome della massima che recita “occhio non vede cuore non duole”? Dobbiamo discutere sul fatto che Mussolini e Hitler fossero due schifosi criminali, due esseri umani miserabili e spregevoli che la Storia ha condannato? Dobbiamo davvero aprire un dibattito sull’assenza del diritto dei fascisti a dichiararsi tali perché proibito dalla Costituzione?

Io non voglio ascoltare tutte le campane su questi temi, perché chi è razzista e fascista  non ha, per la nostra Costituzione, diritto di parola.  Il candidato alla presidenza della regione Lombardia che ha parlato di purezza della razza bianca andrebbe perseguito per istigazione al razzismo, così come i decerebrati che ieri hanno bruciato l’effige della Boldrini in piazza. Berlusconi che dà cifre assurde sugli extracomunitari che delinquono andrebbe perseguito per procurato allarme e per incitamento al razzismo, per non parlare di Salvini.

La libertà di parola non è la libertà  di dire quel che si vuole ma la facoltà di controbattere a una argomentazione usando lo spirito critico non le esalazioni escrementizie di una mente malata. La libertà è tale fino al momento in cui non lede i diritti dell’altro. Se parlare di Locke e Rousseau con Salvini è come discettare della scommessa di Pascal con Di Maio, perché questa gente deve continuamente apparire nei vari talk show e vomitare il proprio odio da frustrati oscurando chi cerca di dibattere in modo serio e articolato? Perché bisogna applicare la par condicio anche agli idioti? Trovo immorale che l’informazione gli conceda uno spazio così ampio.

In nome di un garantismo che tutela solo gli intolleranti, i fascisti, i razzisti, i corrotti, in questo paese non è solo il pensiero a essere diventato liquido, anzi, gassoso, ma anche i principi e i valori che rappresentano le basi della convivenza civile. Un paese nato sull’antifascismo si è trasformato in un paese fascista, e le leggi di Minniti acclamate da persone per bene, sensate, per nulla di parte, ne sono la prova, senza colpo ferire, per ignavia, perché la memoria dell’infamia si è dissolta in tante piccole infamie quotidiane, in una degenerazione lenta e irreversibile del tessuto morale del paese. la massima di Machiavelli sul fine che giustifica i mezzi, parole che non ha mai pronunciato nè scritto, è diventata l’unica regola della politica, peccato che si ometta sempre che Machiavelli considerava lecito anche l’illecito ma in nome del bene comune.

Nel film i due ragazzi protagonisti incontrano l’orrore del nazismo ma anche la solidarietà di tanti, spesso insperata, spesso inattesa. Io credo che sia proprio da questa parola che si debba ripartire: la solidarietà implica il riconoscimento dell’altro come mio simile, con gli stessi bisogni e gli stessi diritti, gli stessi desideri, gli stessi sogni, le stesse sconfitte.

Oggi la politica è diventata un ciarlare vuoto che promette solo modesti aumenti pecuniari. Più soldi, più consumi, è questa l’etica di queste elezioni, votateci e avrete l’iphone, votateci e vi daremo quel tanto che basta per illudersi di essere sicuri, inattaccabili, inamovibili, per maturare la falsa certezza che nessuno di noi diventerà mai un profugo, un rifugiato, un disperato in cerca d’aiuto.

Io vorrei che la politica  promettesse più scuola per tutti, sanità migliore per tutti, periferie a misura d’uomo, aree verdi, lotta alla criminalità organizzata, lotta  senza quartiere alla corruzione, ecc.

Io vorrei che la politica tornasse ad avere una visione e non fosse una mera lotta per il potere di pochi sulle spalle di molti.

Viviamo in una società orwelliana e la soluzione non può che essere orwelliana: “Il potere è nei prolet”, certo, come sempre, se e quando si sveglieranno, se e quando troveranno la forza di tornare a sognare.

Una modesta proposta per una nuova antimafia


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Le elezioni in Sicilia hanno avuto un esito scontato, vista la campagna elettorale che si è svolta nell’isola e la vocazione masochistica che da qualche tempo sembra attanagliare un sinistra che non sembra in grado, in ogni sua personificazione, di fare proposte concrete, nuove e coraggiose.

La vecchia nomenklatura  torna dunque a governare l’isola, dal momento che quello che sembrava il nuovo, rappresentato da Crocetta, è miseramente fallito.

Si è parlato pochissimo di mafia, durante questa nuova campagna elettorale, ancor meno di corruzione e l’arresto odierno di un neo eletto consigliere della maggioranza, accusato di essere a capo di un consistente giro di evasione fiscale, dimostra che è stato un errore.

C’è nell’aria, riguardo la mafia, un’aria di normalizzazione, un silenzio sospetto, come un tacito accordo a non affrontare un problema scabroso e sgradevole. Aria di normalizzazione che sembra respirare anche un’antimafia sempre più istituzionalizzata, dal fiato corto e dalla vista offuscata, che sembra più impegnata a celebrare sé stessa piuttosto che a tenere alto l’allarme nel paese.

E’ un po’ come se il vecchio adagio “se tutto è mafia allora niente è mafia”, fosse diventato realtà non solo al sud, ma in ogni parte del paese.

Certo non tutto è mafia ma la corruzione dilaga ovunque, il clientelismo e gli sprechi idem, e la politica a tutto sembra interessata tranne che a risolvere questi che sono problema sistemici del paese. Tutta la politica, compresa l’estrema destra e la sua paccottiglia fascista, impegnata nella costruzione di un nuovo nemico, lo straniero, mentre fa affari o tace col nemico di sempre di questo paese.

Io credo che il movimento antimafia possa e debba dare ancora molto al paese se abbandona le celebrazioni, se cancella la parola legalità dal proprio vocabolario e rinuncia alla sua assurda pretesa di apoliticità.

Perché è esattamente di politica che questo paese ha bisogno, di una politica diversa e concreta, oltre che pulita.

Vorrei che l’antimafia celebrasse meno la memoria, operazione necessaria e irrinunciabile ma che, se deve continuare a  essere prioritaria con le nuove generazioni, non può esserlo in generale,vorrei chiedesse invece a gran voce, ad ogni elezione, non solo il rispetto della legge ma ponti (non sullo stretto), strade, infrastrutture, un’antimafia attiva che esce dai palazzi dei convegni e va tra la gente, nelle periferie, nei quartieri dimenticati, piantando le proprie bandiere dove non lo fanno gli altri e ascoltando la gente per portare all’attenzione della politica richieste concrete.

La mafia nasce dall’assenza dello Stato e lo Stato non è solo giudici e divise ma ponti, strade, scuole, servizi pubblici efficienti, ecc.

E’ tempo che l’antimafia si doti di una piattaforma politica che non solo non deve mettere tutti d’accordo ma deve scontentare tutti, perché dice quello che non è carino dire, perché tocca nervi scoperti e debolezze, perché mette il dito nella piaga.

E una volta portate le proposte bisogna che la politica locale senta costantemente il fiato sul collo ad ogni richiesta disattesa, a ogni provvedimento sospetto, a ogni  grido inascoltato, perché solo così si possono ottenere risultati.

Un movimento antimafia non deve avere amici e nemici politici, tutele da proteggere, favori da ricambiare, deve essere libero, indipendente e presente, sempre in prima fila quando si tratta di difendere i diritti dei più deboli. Non si possono combattere tutte le battaglie ma non si può neanche sostare sempre nella terra di nessuno, come equilibristi in bilico sul filo e incerti sulla direzione da prendere.

Purtroppo oggi l’antimafia è un’ èlite, più o meno nobile, più o meno attiva ma pur sempre un’ èlite, che riscuote simpatie ma non consensi, che è blandita, a volte usata, dal potere, che non riesce a incidere in profondità come vorrebbe sulla coscienza del paese.Questo, forse, perché all’antimafia manca una classe dirigente matura, problema che sembra essere epidemico nel nostro paese a tutti i livelli, non di facile soluzione quando si maneggiano materie incandescenti e pericolose come le mafie.

Tanti  giovani  di buona volontà,  tante realtà straordinarie di impegno e volontà, come le cooperative di Libera terra,  tanti rivoli di resistenza in varie parti del paese,  è tempo che diventino fiume.  Un simile patrimonio di impegno ed energie deve essere capitalizzato al meglio e trasformarsi in un volano di civiltà.

Io non sono d’accordo con chi attacca indiscriminatamente Libera e altre associazioni antimafia, e ultimamente lo fanno in tanti, in troppi, e questo desta qualche sospetto. Finché si dà fastidio, la strada è quella giusta.  Credo però che liberandosi da ogni retorica, non si debba correre il rischio di adagiarsi su quanto è stato fatto, anche se è importante, anche se è molto, ma sia necessario acquisire una nuova concretezza diffusa e trovare nuove vie che non possono non ripartire dalle periferie, dove si annida il malessere e dove la criminalità organizzata trova un fertile terreno di crescita e nuove reclute. Non si può ripartire che dai diritti civili e da una lotta senza remore alla corruzione e alla mala politica, qualunque sia il colore di chi governa. Bisogna continuare a tenere la guardia alta.

Questo vale per una Sicilia dove il sessanta per cento degli elettori  ha scelto di non andare a votare, è questo il vero e unico dato politico significativo di queste elezioni e per tutto il paese, perché i mali che ci siamo illusi fossero del sud, si mostrano oggi ovunque.  A quelle persone, a quei siciliani, agli italiani, va data una nuova speranza, una nuova consapevolezza, quella di avere la possibilità concreta di cambiare le cose.

Se non si fa questo scatto, se chi ha uno slancio ideale e la voglia di spendersi per gli altri  si ferma e non guarda avanti con coraggio, dovremmo rassegnarci a dire che se tutto è mafia…

Dieci cose che non succederanno se passerà la legge sulle unioni civili.


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1) Gli uomini non diventeranno tutti gay e le donne non diventeranno tutte lesbiche. Sembra incredibile, ma è scientificamente provato che è così.

2) Non diminuiranno i femminicidi, quelli sono di pertinenza delle coppie eterosessuali.

3) Non scompariranno i maltrattamenti alle donne da parte dei mariti, idem come sopra.

4) Gli intolleranti non smetteranno di essere tali perché l’intolleranza, quella sì, è una malattia che nasce da una incurabile ignoranza.

5) Gesù non scenderà dalla croce indignato, è già furibondo per i muri, i calci ai bambini immigrati, le guerre inutili, la corruzione, ecc., se si legalizzasse l’amore, casomai, gli tornerebbe il sorriso.

6) Non scomparirà la prostituzione perché i migliori clienti delle prostitute sono un certo tipo di mariti.

7) Non si estinguerà la razza umana e non ci trasformeremo in statue di sale a meno che non si continui a devastare allegramente l’ambiente.

8) Non smetteremo di essere un paese sostanzialmente incivile e arretrato, il paese delle mafie, il paese al secondo posto tra gli stati europei nella classifica sulla corruzione.

9) Non insegneremo nelle scuole ai bambini come diventare gay, casomai gli insegneremo a non concepire mai un pensiero così cretino.

10) Non diminuiranno le nostre buste paga, a quello provvedono buona parte dei politici, sia quelli progressisti sia quelli che andranno al Family day magari dopo aver fatto un salto da una trans.

Libertà, fraternità, uguaglianza ( ma per pochi)


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MI chiedo dove sono tutti quelli che erano Charlie qualche mese fa, gli stessi che hanno marciato insieme ai grandi della terra a Parigi, quelli dei girotondi e delle bandiere della pace, mi chiedo dove siano finiti i valori dell’Europa e dell’occidente, quelli che, a detta di chi sa che le cose, ci renderebbero superiori al resto del mondo e ci darebbero il diritto di portare democrazia e libertà a suon di bombe ai poveri oppressi del mondo, che ci facevano tanto comodo fino a pochi mesi prima che ci accorgessimo che erano oppressi, da dittatori generalmente pagati da noi.

Strana cultura, la nostra: portiamo la guerra in casa degli altri con il pretesto di liberarli, creiamo masse di profughi e li scacciamo quando arrivano sulle nostre coste, a chiedere una speranza di vita.

Le parole pronunciate da Beppe Grillo ieri riguardo  Roma ( una città piena di topi, zingari e immigrati) oltre a evocare il nazismo, non sono peggiori di quelle che ogni giorno pronuncia Salvini, a parte il fatto che non arrivano da un partito dichiaratamente razzista e xenofobo (quindi anticostituzionale e mai mi stancherò di scriverlo) ma da un movimento che si attribuisce la volontà di rinnovare la democrazia e ripulirla dalla corruzione. Non è meno pericolosa neppure l’assoluta incapacità di Renzi di andare oltre vuoti proclami e velate minacce all’Europa che lo fanno apparire ormai come un vecchio comico stanco, che ripete ossessivamente lo stesso sketch che ormai non fa più ridere nessuno. La politica è morta, soffocata dai consigli d’amministrazione delle multinazionali e dalle fluttuazioni di borsa. I numeri non hanno anima e chi gioca con i numeri non ha cuore. Gli economisti sono i nuovi epuratori, se Marinetti fosse vivo direbbe che l’economia è l’igiene del mondo. Lo sappiamo, ne prendiamo atto e continuiamo a illuderci di poter cambiare le cose.

Ma a sconfortare di più è la gente: le idiozie sui social network, le infamie sui forum dei giornali, le chiacchiere sull’autobus, sono lo specchio di un paese dove dilaga l’ignoranza e, con essa, il sonno della ragione che genera mostri. Un paese che ha perso la memoria e la dignità, che non ha più riferimenti etici e ha abiurato a quei valori che generazioni di lavoratori hanno costruito sulla propria pelle.

Non possono bastare i magnifici volontari di Milano, le splendide persone di Lampedusa, i tanti gesti di solidarietà in ogni parte del paese per avere fiducia nel futuro. Non può bastare un volontariato vivo e attivo che illumina il buio con magnifici lampi ma non riesce più a proporre un modello, una alternativa praticabile, perché non c’è più la politica vera, quella che guarda al bene di tutti. Se paragoniamo Renzi a De Gasperi siamo di fronte a uno schema Darwiniano al contrario, l’involuzione della specie e del pensiero.

La libertà si conquista giorno per giorno e comincia dal rispetto per gli altri, per tutti gli altri, non solo quelli che ci somigliano. La libertà, noi italiani ed europei, la stiamo perdendo ogni volta che chiudiamo la porta in faccia a un disperato, che ignoriamo il problema, che cerchiamo di convincerci che non ci riguardi.

O comprendiamo questo, o presto tardi, quelli che bussano alla porta saremo noi.

Perché Landini non può essere l’alternativa a sinistra


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Non l’ho mai trovato simpatico, forse per via di quel suo volto perennemente contratto dalla rabbia o, snobisticamente, lo ammetto, per quel suo eloquio colorito e sgrammaticato che l’ha trasformato in capo popolo.

Non ne ha azzeccata una, Maurizio Landini: ha perso quasi tutti i referendum indetti dalla Fiom, non è riuscito a spaccare la Cgil né a cancellare gli altri sindacati che, malgrado quello che predica, continua a vivere come nemici e a trattare da nemici nelle normali dinamiche sindacali. Non è fortunatamente riuscito nel suo progetto di trasformare il sindacato in forza politica, uccidendo l’uno e l’altra.

Tuttavia è degno di rispetto: coerente, chiaro, nonostante l’eloquio di cui sopra, le sue argomentazioni spesso sono sensate, si rifanno al buon senso  ,  sono prive di bizantinismi. Mi sono sorpreso più di una volta a condividere quasi totalmente le sue analisi. Ripeto, Landini è uomo degno di rispetto. E’ nella sintesi che difetta.

La manifestazione di sabato che non era contro il governo ma lo era, che non era la fondazione di una forza politica ma lo era, ha mostrato una volta per tutte i limiti di una sinistra arcaica, legata a un tempo che (purtroppo o per fortuna, sarà la storia a dirlo) non c’è più e a una classe operaia che ha perso numeri, forza e cambiato obiettivi. Landini non ha capito che l’aspirazione comune alla maggior parte della gente è di diventare bravi borghesi, la rivoluzione non interessa più a nessuno e le bandiere rosse che in tanti abbiamo sventolato in passato, sono un ricordo da conservare o da gettare via, a seconda del sentimentalismo di ognuno. La  solidarietà di classe è scomparsa e la solidarietà tout court è un termine desueto, da rispolverare a Natale.

Ma soprattutto, Maurizio Landini non ha capito che non può fare muro contro muro contro un potere elusivo, invisibile e opprimente, il potere delle banche e della finanza, sinistramente affine per metodi e sistemi a quelle delle mafie e spesso con quello colluso, non ha capito che i Berlusconi e i Renzi, nonostante il loro narcisismo patologico, sono burattini senza fili, comandati via bluetooth dalle fluttuazioni del mercato, schiavi di un tasso d’interesse, pallidi e vuoti epigoni della politica che fu.

Landini propone una rivoluzione politica quando la politica non esiste più e quella che serve è una rivoluzione di sistema, riporta a galla l’orgoglio di una parte quando sarebbe necessaria l’unione di tutti, si auto marginalizza e marginalizza chi lo appoggia, nascondendosi dietro vetusti orpelli del passato quando sarebbe necessario comprendere il presente per provare a cambiare il futuro. Vuole dare un volto a un nemico che trae la sua forza dal non avere volto né nome, o dall’averne troppi, che è la stessa cosa.

Non faccio del pessimismo né del nichilismo, sono sempre stato e resto un uomo di sinistra, non credo che si debba accettare fatalisticamente il presente né che si debba smettere di credere di poter cambiare la situazione, solo non penso che tornare al passato sia la strada giusta.

Nell’epoca del pensiero liquido e dell’esasperazione mediatica, la lotta contro lo status quo deve dotarsi di nuove armi, più sottili, più efficaci che non una manifestazione di piazza che inaugura un progetto politico confuso e stanchi slogan urlati con voci sempre più fioche.

Dispiace che Landini sia destinato a cadere nell’oblio rapidamente, affossato da quella macchina che si è illuso di poter inceppare, dispiace perché, lo ripeto, è degno di rispetto. Ma se è lui a rappresentare il futuro della sinistra, allora la sinistra è morta.