Tutto come prima, sicuri?


“Speriamo che torni tutto come prima”.

Probabilmente queste parole saranno le più pronunciate domani, al momento degli auguri per la fine di questo anno terribile. Ma davvero, a rifletterci bene, è quello che desideriamo?

Davvero vogliamo di nuovo tornare alla guerra contro gli ultimi, a riempire come alveari i centri commerciali consumando e spendendo alla faccia di chi non può farlo, davvero vogliamo, di nuovo, rinchiuderci dietro i nostri muri che ci proteggono, solo in apparenza, come il Covid ha dimostrato, dal male che viene dal modo esterno, vogliamo di nuovo il razzismo, la guerra contro gli ultimi?

Davvero vogliamo tornare al clientelismo, alla politica opportunistica e priva di valori di questi ultimi decenni, al tradimento di tutte le lotte e le conquiste dei lavoratori, al populismo gretto e truce di squallidi bulli senza pensiero?

Davvero vogliamo tornare a essere indifferenti a tutto, tranne che a noi stessi, a ignorare quello che durante questa pandemia ci è stato tolto in termini di diritti e si è invece verificato in termini di autoritarismo, davvero vogliamo ignorare l’ombra dello stato etico, che talvolta si è palesata su di noi?

Non sarebbe invece il caso di augurarci che no, non torni tutto come prima, ma che si costruisca il futuro su nuove basi, senza ricreare le condizioni che hanno permesso il dilagare della pandemia, senza più commettere gli errori e i ritardi legati al predominio dell’interesse sulla politica, alla dittatura della finanza sulla tutela della salute pubblica?

Non sarebbe meglio augurarsi una politica che riparta dalla tutela dell’ambiente, dai giovani, dai diritti sul lavoro, da un’istruzione che esca dal limbo fangoso in cui è costretta da troppi anni? Augurarsi più cultura, più natura, più diffusione e fruizione della bellezza, più fantasia al potere, più cervelli che vengano valorizzati e non siano costretti a fuggire, più preveggenza e capacità di previsione, più programmazione di soluzioni alternative al ricorso a uno stato di polizia con leggi speciali?

Sono successe cose molto gravi, in quest’anno maledetto, sono morte troppe persone, altre soffriranno per anni i postumi della malattia, tanta gente ha perso il lavoro, tanta gente ha visto cancellare il sogno di una vita.

Non finirà tutto con le due punture del vaccino, perché è stata tracciata una strada che dice che in nome del bene comune è accettabile il sacrificio di persone socialmente improduttive, in nome del bene comune si può derogare ai diritti dell’individuo, impedendogli di circolare, di manifestare, di associarsi, in nome del bene comune si possono oscurare statistiche, dati, controllare l’informazione, ecc. ecc.

Ma so benissimo che il problema che affligge moltissima gente in questo momento, è non poter fare il veglione di Capodanno e quindi queste mie parole suonano fastidiose, un po’ spocchiose e inutili.

Quindi buon anno, a tutti, senza rancore.

Un paese sospeso- appunti di un uomo comune


A volte ti spinge a scrivere un’urgenza che non sai spiegare, un desiderio insopprimibile di comunicare quello che provi, di dare corpo e parola agli astratti furori che si agitano dentro di te.

Questo libro, che potete trovare su Amazon in formato ebook e cartaceo, è nato così.

Alla fine dell’anno appena trascorso, ho sentito la necessità di raccogliere gli articoli pubblicati nel blog, da Gennaio a Dicembre 2018, consapevole che si è trattato di un anno importante, seminale, che si è consumata nel suo corso una frattura, lasciando il paese in sospeso, come i due monconi del ponte Morandi, terribile metafora della nostra realtà quotidiana, una divisione del paese inedita, una mutazione antropologica degli italiani non del tutto imprevedibile, per chi ha saputo leggerne i segnali.

Ne è venuta fuori una fotografia, certo parziale e di parte ma non credo distorta, di un’Italia diversa, che si sta muovendo lentamente verso un obiettivo che appare ancora nebuloso, distante, confuso. Un Italia meschina e razzista contrapposta a un’Italia smarrita, priva di punti di riferimento, stordita dalla rapidità del cambiamento

Il futuro sarà il populismo, la xenofobia, un muro dietro cui trincerarsi dimentichi e indifferenti al mondo o la manifestazione di sabato a Genova (ancora Genova che torna nei momenti cruciali della storia del paese) è l’inizio di un reazione da parte di chi non crede che quella sia una strada percorribile? Perché il futuro si gioca anche sui diritti civili, sulla capacità di uscire dalla dinamica polverosa fascismo/antifascismo e cercare di comprendere lo spirito del tempo per elaborare nuove strategie di umanità.

L’Europa resisterà agli attacchi delle forze post fasciste o cadrà, come l’Inghilterra, diventando terra di conquista per le super potenze vecchie e nuove? L’Europa saprà finalmente diventare quella terra dei diritti e degli esseri umani liberi e uguali sognata a Ventotene?

Domande pesanti, inquietanti, angosciose, a cui credo nessuno possa oggi dare risposta. Ma la domanda che più mi sta a cuore è: che fine farà l’Italia? Riuscirà a uscire da questa specie di incubo a metà tra il grottesco e lo spaventoso in cui è caduta o tornerà ad evocare fantasmi di un tempo che credevamo tutti di esserci lasciati alle spalle? Siamo circondati da mostri o è la paura a crearli?

Il libro non offre risposte ma punti di vista, idee, pagine rabbiose ed altre più pacate, spunti di discussione e di confronto. Qualcuna delle cose che ho scritto, purtroppo, si è avverata, e non è una buona notizia. Se qualcuno avrà la pazienza di leggerlo, sarebbe interessante discutere, confrontarsi, parlarne insieme, giusto per sentirsi meno soli in mezzo alla confusione di questi giorni.

Non sono come te, quindi sono


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Il problema non sta nella sindaca del varesotto che profana la giornata della memoria con un post idiota e omofobo, casomai sta in quelli che l’hanno eletta.

Il problema non è Salvini e le assurdità che vomita quotidianamente, il problema sono quelli ( troppi) che gli stanno dietro, che gli regalano un consenso non oceanico ma comunque consistente.

Il problema del razzismo e dell’intolleranza, che in Italia esiste ed è in utile negarlo o consolarsi col fatto che la maggioranza degli italiani non è razzista, assunto tutto da dimostrare, sta nel fatto che da anni vengono proposti alla gente modelli raggiungibili di bellezza, successo, potere come se fossero alla portata di tutti.

Quando il successo non è più realizzazione del sé, una famiglia, un lavoro gratificante, una cerchia di amici e rapporti sociali, ma si traduce in accumulo di denaro, di fama, di visibilità mediatica, genera indubbiamente frustrazione in chi deve accontentarsi e non sa più farlo perché continuano a dirgli che  vivere normalmente, invecchiare normalmente, lavorare normalmente, non è in, non è qualcosa a cui, nel mondo di oggi, si possa aspirare.

Nasce allora un meccanismo di identificazione negativo: di fronte all’angoscia che genera il non essere ricco, famoso, ecc,, si reagisce col trovare in altri non essere  una conferma della propria identità, un modo per sentirsi diverso da chi ha ancora meno e sentirsi uguale agli altri, quelli che sono come noi.

Ecco allora che non essere neri, non essere gay, non essere migranti, ecc., diventa il primo passo per recuperare la propria identità messa in crisi dal pensiero comune, il secondo passo è quello di attribuire alle categorie vittimarie le colpe del mancato successo: invece di muoversi, rimboccarsi le maniche e cercare di risolvere i problemi, diventa molto più semplice gridare, manifestare, aggredire chi è diverso da noi, per sentire un noi a cui si appartiene. Questo paese ha già conosciuto una guerra civile, un riconoscersi come noi solo negando l’altro, portando all’esasperazione il processo che ho descritto.

E’ questo il meccanismo con cui Casapound e miserabili affini raccolgono consensi tra le fasce più disagiate della popolazione, ma è anche il meccanismo per cui migliaia di ragazzi, ogni domenica, non vedono l’ora di menare le mani allo stadio. La violenza è il terzo, inevitabile passo.

Come si può fermare questa logica perversa? Con una rivoluzione culturale,  che l’attuale storytelling della politica rende del tutto improbabile: non perché siano tutti uguali, qualche lievissima differenza c’è ancora, nonostante tutto, ma perché sono tutti privi di cultura nel senso più ampio del termine, cultura che contempla principi, valori morali non solo di facciata, valori etici. Con le dovute eccezioni, certo, ma che non contemplano politici di primo piano.

Non è un caso se le migliori fiction italiane parlano proprio di questo, concentrandosi in particolare sullo stadio della violenza e descrivendolo molto bene in tutto il suo squallore e la sua assurdità.

Viviamo in un mondo assurdo, dove un pregiudicato fa campagna elettorale e ci scaglia con odio contro dei poveracci che non chiedono altro che sopravvivere, un mondo assurdo dove per risolvere un problema basta non vederlo, non raccontarlo e renderlo, quindi, inesistente.

La politica, per chiunque ci si schieri, e il panorama italiano è, a usare un eufemismo, una terra desolata, non ha risposte perché non si pone le domande e il problema è che nella tanto evocata società civile, spesso si ripetono in piccolo le stesse dinamiche della politica, gli stessi giochi di potere, le stesse meschine vendette.

Quindi come cambiare questa situazione, come spingere chi lo guida a traghettare questo paese lontano da derive pericolose?

Il lavoro ben fatto, quotidiano, incessante, incalzante, il lavoro ben fatto da parte di ognuno  nel proprio ambito, con le proprie capacità, il lavoro ben fatto per orgoglio e dignità, non per diventare qualcuno ma per essere qualcuno. Un’altra strada non la vedo.