Ma non è più tempo di silenzio


foto tratta da
Credit Foto – storiedibuonenotizie.blogspot.it

Io rispetto profondamente don Giacomo Martino, non ho avuto l’onore di stringergli la mano ma dalle foto e dai filmati in cui compare, leggo nel suo sguardo quel dolore per i mali del mondo che provava il protagonista di Conversazione in Sicilia, leggo la rabbia contenuta di chi, per il suo ruolo, non può sempre dire tutto quello che vorrebbe.

Rispetto don Giacomo Martino ma non credo che, dopo la notizia della morte di Prince Jerry un ragazzo di ventiquattro anni che si è suicidato perché gli è stato rifiutato il permesso di soggiorno per motivi umanitari che il cosidetto decreto sicurezza ha cancellato, sia il momento del silenzio.

Prince Jerry era laureato, si era integrato nel campus di Coronata, forse gli ho anche stretto la mano quando sono andato a visitare quel gioiello di integrazione, nato in un quartiere non sempre accogliente, non sempre disposto a porgere la mano all’altro. Era poi andato a Multedo dove, passata la canea iniziale, i ragazzi ospitati nella struttura creata nell’ex asilo erano stati accolti anche dal quartiere.

Proprio da Multedo voiglio partire, perché leggo oggi le esternazioni sdegnate di chi, a suo tempo, sottovalutò quei fatti e preferì prudentemente tacere, e forse saranno addolorati e sdegnati anche quei (pochi) colleghi che votarono contro la mozione che presentai in collegio docenti in cui si ribadiva che la scuola ripudia ogni forma di discriminazione e razzismo. “Non c’è nè bisogno” dicevano, chissà se continuano a pensarlo anche oggi.

Non è il momento del silenzio, don Giacomo, è il momento del dolore e della rabbia. L’avevo scritto un anno fa, ne fa memoria il mio libro, basta leggere gli articoli sui fatti di Multedo e quelli seguenti, avevo scritto che Genova spesso segna il passo al paese e che, continuando su quella strada, avremmo finito per contare i morti. Mai come oggi avrei preferito essermi sbagliato.

Non facciamo abbastanza, non faccio abbastanza per fermare questa follia, per lottare contro chi crede che si possa dire a degli esseri umani tornate da dove siete venuti, andate a morire di fame a casa vostra e non pagare un prezzo. Un prezzo che comporta non la perdita dell’anima, quello riguarda i credenti autentici, ma la perdita dell’umanità.

Non facciamo abbastanza, non denunciamo abbastanza, non gridiamo abbastanza contro questa deriva della pietà, siamo diventati cinici, impregnati di real politik, dimentichiamo troppo spesso che al centro della questione c’è un’umantà sofferente, ridotta ai minimi termini.

Non è il momento del silenzio, don Giacomo, basta con i bassi profili, con il lavoro costante, faticoso e doloroso che lei porta avanti quotidianamente, io credo che debba dire quello che pensa, alleggerire la sua grande anima dal peso di una rabbia trattenuta, dall’angoscia di un dolore che immagino senza fondo.

Forse ho stretto la mano, a Prince Jerry, certo ho parlato di lui e degli altri ai miei ragazzi, spesso, nel tentativo di instillare in loro il germe della solidarietà che quando attecchisce non va più via, nel tentativo di dare un piccolo contributo insignificante a formare uomini di domani migliori di quelli che mandano giovani uomini e donne a morire di fame e di stenti.

Non so se ho conosciuto Prince Jones, aveva certamente un sorriso luminoso, come gli altri, era una risorsa per tutti noi, una potenzialità, avrebbe potuto fare molto per sè, per la sua gente, per tutti noi e adesso, per colpa di una legge disumana, non possiamo che augurargli di riposare in pace, non possiamo che sperare che la terra gli sia lieve.

Basta così, non riesco a scrivere oltre.

Un paese sospeso
Un anno di articoli del blog, fotografia di un paese alla deriva
in vendita su Amazon

Un paese sospeso- appunti di un uomo comune


A volte ti spinge a scrivere un’urgenza che non sai spiegare, un desiderio insopprimibile di comunicare quello che provi, di dare corpo e parola agli astratti furori che si agitano dentro di te.

Questo libro, che potete trovare su Amazon in formato ebook e cartaceo, è nato così.

Alla fine dell’anno appena trascorso, ho sentito la necessità di raccogliere gli articoli pubblicati nel blog, da Gennaio a Dicembre 2018, consapevole che si è trattato di un anno importante, seminale, che si è consumata nel suo corso una frattura, lasciando il paese in sospeso, come i due monconi del ponte Morandi, terribile metafora della nostra realtà quotidiana, una divisione del paese inedita, una mutazione antropologica degli italiani non del tutto imprevedibile, per chi ha saputo leggerne i segnali.

Ne è venuta fuori una fotografia, certo parziale e di parte ma non credo distorta, di un’Italia diversa, che si sta muovendo lentamente verso un obiettivo che appare ancora nebuloso, distante, confuso. Un Italia meschina e razzista contrapposta a un’Italia smarrita, priva di punti di riferimento, stordita dalla rapidità del cambiamento

Il futuro sarà il populismo, la xenofobia, un muro dietro cui trincerarsi dimentichi e indifferenti al mondo o la manifestazione di sabato a Genova (ancora Genova che torna nei momenti cruciali della storia del paese) è l’inizio di un reazione da parte di chi non crede che quella sia una strada percorribile? Perché il futuro si gioca anche sui diritti civili, sulla capacità di uscire dalla dinamica polverosa fascismo/antifascismo e cercare di comprendere lo spirito del tempo per elaborare nuove strategie di umanità.

L’Europa resisterà agli attacchi delle forze post fasciste o cadrà, come l’Inghilterra, diventando terra di conquista per le super potenze vecchie e nuove? L’Europa saprà finalmente diventare quella terra dei diritti e degli esseri umani liberi e uguali sognata a Ventotene?

Domande pesanti, inquietanti, angosciose, a cui credo nessuno possa oggi dare risposta. Ma la domanda che più mi sta a cuore è: che fine farà l’Italia? Riuscirà a uscire da questa specie di incubo a metà tra il grottesco e lo spaventoso in cui è caduta o tornerà ad evocare fantasmi di un tempo che credevamo tutti di esserci lasciati alle spalle? Siamo circondati da mostri o è la paura a crearli?

Il libro non offre risposte ma punti di vista, idee, pagine rabbiose ed altre più pacate, spunti di discussione e di confronto. Qualcuna delle cose che ho scritto, purtroppo, si è avverata, e non è una buona notizia. Se qualcuno avrà la pazienza di leggerlo, sarebbe interessante discutere, confrontarsi, parlarne insieme, giusto per sentirsi meno soli in mezzo alla confusione di questi giorni.

Memoria dell’infamia presente


Foto tratta da: Gruppoabele.org

Centosettanta di meno. Questa è la reazione di molti degli elettori dell’attuale governo alla notizia dell’ennesima strage del Mediterraneo, centosettanta di meno. Reazione reiterata sui social con orgoglio compiaciuto, infame quanto le parole del ministro che si scarica della responsabilità politica della strage addossandola alle Ong che sono tornate nel Mediterraneo ( c’è solo una nave, la Sea watch, per la cronaca) con parole ipocrite e false   quanto la costernazione espressa dal Presidente del Consiglio e le puerili, demenziali, insopportabili banalità di Di mMaio che non sa fare di meglio che attaccare di nuovo la Francia.

Siamo governati da piccoli mostri e viviamo accanto a piccoli mostri, infami appunto, talmente squallidi da non poter essere nominati (questo significa infame in greco), da essere destinati, presto o tardi, all’oblio.

Questa settimana si celebra la Giornata della Memoria e a Marzo si celebrerà la Giornata delle Memoria delle vittime innocenti di mafia.

MI chiedo che senso abbia celebrare le vittime dell’Olocausto di fronte a quest’Olocausto quotidiano, silenzioso, che non merita nemmeno grandi titoli sui giornali. Come gli ebrei, i migranti sono tutti uguali nell’immaginario dell’infamia, indistinguibili, forme vuote, come gli involucri dello splendido romanzo di Giulio Cavalli, privi di identità, tutti nemici, tutti loro che minacciano noi.

E’ così che l’odio ci ha sommerso, che i mostri hanno preso il sopravvento, che l’Olocausto continua e le mafie fanno affari indisturbate, senza neanche bisogno di uccidere più di tanto, almeno direttamente.

Mi chiedo che senso abbia celebrare le vittime innocenti di mafia quando, in un paese dove la Camorra comanda, qualcuno bacia le mani al ministro, qualcuno chiede di fare fuori Saviano e lui sorride compiaciuto.

Ci siamo persi nelle celebrazioni, abbiamo incorniciato il male nella memoria pensando che bastasse marciare insieme una volta l’anno, fare un minuto di silenzio, pronunciare nobili discorsi per esorcizzarlo.

Abbiamo perso di vista l’obiettivo, il senso con cui sono nate quelle celebrazioni e abbiamo confuso il fatto esteriore col suo significato.

Abbiamo dimenticato che la libertà non è un diritto acquisito, ma soprattutto, che non possiamo essere davvero liberi se un uomo è perseguitato dalla guerra, oppresso dalla fame, minacciato dalla mafia: la nostra libertà non può basarsi sull’oppressione degli altri.

Abbiamo dimenticato di essere internazionalisti per diventare globalisti, abbiamo confuso la democrazia col privilegio, abbiamo piano piano trasformato l’attenzione per il mondo nell’indifferenza.

Ci siamo specchiati nella nostra retorica, crogiolati nella nostra cultura, convinti che il fatto di aver letto qualche libro ci rendesse superiori e vincitori nei confronti dei miserabili che gioiscono delle stragi e abbiamo perso.

L’odio razziale e le mafie non si combattono restando comodamente seduti nelle nostre case o nei luoghi di ritrovo, facendo convegni e manifestazioni, la rivoluzione non è un appuntamento per il the, diceva Mao, la rivoluzione è un atto di violenza. Abbiamo cominciato a perdere quando abbiamo smesso di sdegnarci, quando abbiamo cominciato ad essere equidistanti, a non schierarci, ad avere paura di stigmatizzare l’odio che stava salendo, quando siamo diventati pacati, sorridenti, talvolta ironici e sprezzanti ma solo un po’, per non offendere nessuno.

Siamo diventati moderati, maggioranza silenziosa e passiva, capace di gesti esteriori ma priva di convinzione, spinta più dalla necessità di dare un contentino alla nostra coscienza che dalla rabbia.

Ma la colpa più grande, è quella di aver smesso di credere che non doveva necessariamente andare così.

Nella mia scuola, come in altre cento, abbiamo posato una pietra d’inciampo per celebrare il Giorno della memoria  e nel farlo, ho ricordato ai ragazzi che c’è un filo sottile che unisce il loro coetaneo morto annegato con la sua pagella nella tasca, Anna Frank, Ettie Hillesum e le troppe vittime di quell’immane massacro: il filo dell’oppressione, della violenza, dell’odio verso l’altro, un filo che solo i ragazzi domani potranno spezzare per cominciare davvero a ricordare qualcosa che non c’è più. Non è stata una celebrazione, non c’è contraddizione con quanto ho scritto sopra: loro non hanno una memoria condivisa, non sanno cosa è successo, per loro le celebrazioni hanno ancora un senso. Il futuro è loro, il futuro sono loro, perché noi abbiamo fallito.

Quanto a un ministro che difende a priori con una battuta dei poliziotti che potrebbero aver commesso un possibile abuso che ha causato la morte di un fermato, straniero, tanto per cambiare, e che mente sapendo di mentire commentando l’ennesima strage, non posso che chiedermi e chiedervi se questo è un uomo.

Un faro nella nebbia


foto tratta da gg.geowiev.info

Duemila persone che in una città  governata dal centro destra partecipano a un presidio contro il decreto sicurezza, a favore della dignità e della difesa dei diritti umani, non sono molti ma, di questi tempi, non sono di certo pochi. E’ accaduto a Genova, qualche giorno fa, ed è confortante, perché questa città, nel bene e, nel recente passato, soprattutto nel male, ha spesso segnato la strada.

Io non c’ero al presidio, non perché non condivida pienamente i valori di chi era presente ma perché, dopo vent’anni di sindacato, sono piuttosto disincantato verso questa forma di manifestazione delle proprie opinioni. Invidio quelli che erano presenti, tutti, perché hanno una fiducia nella possibilità di sensibilizzare il prossimo che io comincio a non avere più, o almeno, la riservo al mio lavoro quotidiano di insegnante. Io credo che a cambiare le cose debba essere la politica e che l’influenza della gente, oltre che manipolabile con estrema facilità, sia al giorno d’oggi assolutamente irrisoria nelle scelte dei governi.

Ma sarebbe bello se non fosse così, sarebbe bello se fosse un inizio, se si potesse costruire un ponte ideale, vero, incrollabile tra quelle duemila persone e i sacerdoti che da ottobre celebrano messa in una chiesa dell’Aja per impedire che una famiglia armena venga espulsa, eh già, non è solo l’Italia ad avere l’esclusiva del potere cieco e della discriminazione, un ponte che continui superando l’oceano e arrivi al confine messicano, scavalcando qualunque muro l’idiozia di un presidente criminale possa costruire, un ponte che passi per l’Africa, la Siria, la Cina, un ponte di solidarietà che tocchi chiunque vede violati i propri diritti e che circondi il mondo, diventando una strada aperta, senza dogane, senza decreti, senza divise pronte a impedire il passaggio, un ponte talmente alto da essere irraggiungibile per chi ha pensieri bassi, per chi pensa che la soluzione sia l’odio, per chi non ha il coraggio di specchiarsi nell’altro e scoprire sé stesso.

Solo così Genova potrà sanare davvero quella ferita aperta che vedo ogni mattina, quell’assenza più forte di ogni presenza, solo così renderà davvero omaggio alle vittime, molte delle quali erano straniere, lo si ricorda poco e mal volentieri, solo così darà un senso  a quelle morti atroci, ingiuste, laceranti.

Solo costruendo ponti di pace e solidarietà Genova potrà tornare davvero Superba, ritrovare orgoglio e dignità. Forse ci andrò al prossimo presidio, forse d’ora in poi dedicherò questo spazio a storie belle di civiltà e amore, come quella dei sacerdoti protestanti dell’Aja, forse la smetterò di amplificare gesti e parole di piccoli uomini con piccole menti e pensieri meschini per dare visibilità ai costruttori di ponti.  

Duemila persone in una città di destra, e fa male dirlo, anche a me che vi abito e non la amo più da tempo,  forse sono poche, forse sono moltissime, forse sono un grido nel silenzio, forse le fondamenta del ponte che verrà, difficile dirlo. Ma fa bene pensare che siano una luce nella nebbia, il segnale fioco ma visibile, di una nuova rotta.

Uomini piccoli


Non importa il mezzo passo indietro sul provvedimento dell’aumento delle tasse alle associazioni no profit, se non si vuole fare una legge, non la si scrive…