La responsabilità dell’uomo comune


 

begato-diamante

Una delle mie alunne, dopo aver partecipato alla giornata in memoria delle vittime di mafia e aver visto a scuola con la classe il film “I cento passi”, mi chiede, con la logica ferrea che solo i bambini e gli adolescenti possiedono: ” Ma perché non fanno tutti il percorso sulla mafia che abbiamo fatto noi? Una volta che i mafiosi attuali sono morti tutti, non ce ne sarebbero più”. Le rispondo con un sorriso amaro:” Quante classi di questa scuola hanno partecipato alla manifestazione?”- “Noi”- “Ti sei già risposta da sola”.

Prendere atto di un fallimento è sempre sgradevole ma, preso atto di non essere riuscito, come attivista di Libera, a coinvolgere i miei colleghi nelle attività di educazione all’antimafia che svolgo da tempo nella mia scuola, è anche giusto e corretto chiedersi perché, come è giusto e corretto chiedersi perché a Genova, capoluogo di una regione dove ieri è stato chiuso un comune per mafia, e non è certo l’unico episodio di presenza delle mafie registrato in Liguria, alla manifestazione è mancata la gente comune, quella che incontriamo ogni giorno per strada.

La risposta, in entrambe i casi è semplice e dovrebbe, secondo me, e dovrebbe secondo me fornire uno spunto di riflessione a chiunque si occupi di contrasto alle mafie nel nostro paese: alla maggior parte della gente, sostanzialmente, trasversalmente, del contrasto alle mafie e alla corruzione non importa nulla. Punto.

Non esiste in Italia qualcosa che possa anche lontanamente paragonarsi a una coscienza civile condivisa, a un concezione del bene comune come patrimonio collettivo da tutelare insieme. Non esiste una cittadinanza attiva se non per una parte minoritaria della popolazione che diventa, suo malgrado, elitaria.

Libera da qualche anno a questa parte segna il passo, non riesce più  a crescere, non riesce più a incidere come un tempo sulle coscienze. Tanto che, spesso, finisce sulle prime pagine con titoli poco lusinghieri, cosa che fino a qualche anno fa era impensabile. Una buona parte di questi titoli sono falsi scoop, come quello del giudice che ci ha messo più di un anno per ammettere pubblicamente di aver detto delle idiozie su una inesistente gestione delle cooperative da parte di Libera.

Questo accade non solo per errori di percorso, inevitabili e giustamente evidenziati, perché la trasparenza deve valere per tutti, ma perché, passata l’onda emozionale che ha accompagnato la nascita del movimento, ottenuti alcuni risultati importanti, anche se non ancora del tutto compiuti, come la legge sui beni confiscati, il punto di arrivo attuale è quello di tutti quelli che hanno provato a cambiare le cose realmente in questo paese: il muro di gomma dell’indifferenza da parte della maggioranza dei cittadini.

Indifferenza spesso di comodo, come quella degli imprenditori del nord che con la mafia fanno affari e la considerano un attore come un altro del mondo della finanza, indifferenza spesso dettata dall’ignoranza, dalla percezione che le mafie riguardano il sud, da una stampa che fa molta fatica ad ammettere la presenza mafiosa al nord, da una magistratura che fa ancora più fatica a certificarne l’esistenza con sentenze chiare, da una politica che da anni semplicemente nega il problema, ma è un’indifferenza soprattutto dettata dalla naturale ritrosia degli italiani ad assumersi le proprie responsabilità, dalla tendenza a delegare ad altri ciò che va fatto insieme.

Il pensiero liquido qui si trasforma in amnesia, la resilienza in tiriamo a campare finché mettiamo qualcosa nel piatto.

Non si spiega altrimenti come la mostruosa norma che vieta di dare da mangiare agli extracomunitari, recentemente applicata ad un cittadino francese reo di aver commesso un gesto di empatia umana,  possa essere accettata in silenzio e la notizia di questa multa, roba da leggi razziali, passi come un trafiletto sui giornali.

Non si spiega altrimenti come si possa anche solo pensare una legge sul decoro dei centri storici che permette di allontanare, non si sa bene come e in che termini, chi non commette alcun reato ma disturba il comune senso del decoro.

Non si spiega altrimenti che un vice presidente di regione, si allontani da una manifestazione contro le mafie perché è partita Bella ciao, l’inno di chi, dando la vita per un’idea di democrazia, ha permesso che lei e quelli come lei, potessero governare (male) una regione ed esprimere le loro  (pessime) opinioni.

Stiamo parlando di palesi tradimenti della carta costituzionale, dello spirito della carta, se non della lettera ( anticipo in partenza le dotte eccezioni del leguleio di turno) cioè del contratto sociale che riguarda ognuno di noi.

Se la gente non scende in piazza per queste cose, perché dovrebbe farlo contro un potere ombra come quello delle mafie, che si alimenta del silenzio, che non si vede ( se non si vuol vedere), l’unico che applica, purtroppo per tutti noi, quella politica del fare tanto blaterata dai politici di tutto il mondo.

Forse l’antimafia dovrebbe ripartire dai margini , dalle periferie dove si condensa la rabbia, dove gli ultimi continuano a non esistere, chiusi nei loro ghetti, divisi da muri di odio e diffidenza verso la città “normale”, rispettabile, dove si consumano crimini anche più gravi, nelle banche, negli uffici delle finanziarie, che nessuno mai condannerà.

Libera lo fa, in parte, con i suoi corsi di formazione per gli insegnanti, con il progetto “Anemmu”, a Genova si chiama così,in altre regioni con altri termini dialettali,.un lavoro fantastico, portato avanti da giovani volontari che meriterebbero un monumento, che riguarda ragazzi che sono sottoposti alla messa in prova da parte del tribunale, gli ultimi, appunto. Poco, ma qualcosa: poco perché siamo pochi e siamo pochi perché la parola “impegno” alla maggior parte degli italiani fa venire l’orticaria.

Una parte di me, quella dell’insegnante, vorrebbe incontrare chi ha scritto Don Ciotti sbirro su un muro di Locri e chiedergli perché lo ha fatto, da dove nasce quella rabbia, qual è il possibile punto di contatto per incontrarsi e trovare un dialogo costruttivo.

E’ troppo comodo dire siamo tutti sbirri, mettere frasi a effetto sui social network e liquidare la questione come provocazione mafiosa, troppo semplice, troppo italiano.

Perché Locri è periferia del mondo, perché al mondo non esistono solo le belle persone che marciano festanti sventolando le loro bandiere ma anche le persone povere, che belle non sono, perché la povertà non ha niente di bello e di nobile, persone disperate che applicano alla lettere quella morale dell’ostrica che Verga ha così ben descritto nei suoi capolavori, restando attaccate al loro nido, alle loro abitudini, al loro micro mondo. Sono persone disperate e la fase successiva alla disperazione è la rabbia.

Se c’è rabbia, c’è volontà di reazione. Quello che dovremmo fare, la sfida del futuro, forse, è cercare di incanalare quella volontà di reazione verso fini positivi far capire a chi ha scritto quella frase, a tutti quelli che scrivono quelle frasi, che esiste qualcosa di diverso dal guscio della loro ostrica.

Per fare questo bisogno ricominciare da capo, rimboccarsi le maniche, buttare nel cesso la retorica e trov
are nuove strade, muoversi verso altre direzioni diverse da quelle battute fino a oggi.

Personalmente non sono per nulla soddisfatto di quanto io ho fatto fino ad oggi, sono consapevole di dover fare di più, soprattutto nel mio lavoro, e a darmi una spinta a continuare sono le domande di una ragazzina di dodici anni e un classe che mi chiede di mettere sulla Lim il testo de I cento passi per cantarli tutti insieme. Non perché senta di aver lavorato bene, ma perché penso che questi ragazzi sono migliori di noi, più responsabili di noi e meritano tutto l’impegno possibile. Almeno quello, visto che gli stiamo distruggendo il futuro con la nostra indifferenza.

Una tragedia inammissibile


E’ sempre difficile commentare a caldo tragedie come quella che si è consumata ieri in Puglia.  Tra rabbia e pietà, non è possibile trovare un equilibrio e ancora più complicato risulta analizzare un incidente assurdo e, per questo, tanto più doloroso.

Le parole del presidente della Repubblica che ha definito “inammissibile” la tragedia consumatasi ieri, suonano alte e pesanti come macigni,ben diverse da quelle del presidente del Consiglio che si è affrettato a dire che “i responsabili verranno trovati”, un refrain stucchevole che abbiano già ascoltato in occasione dell’omicidio di Giulio Regeni, con l’esito che conosciamo.

Renzi, annunciando aperta la caccia all’errore umano, assolve la politica, la vera responsabile di quanto accaduto ieri. Non solo perché i fondi europei per eliminare il binario unico sono rimasti inutilizzati, non solo perché due ministri delle infrastrutture hanno ignorato le interpellanze in proposito, ma soprattutto, perché la politica ha abbandonato da decenni il sud del paese a sé stesso.

Autostrade mai portate a compimento, viadotti caduti, ferrovie a binario unico e vetture obsolete, servizi inesistenti in larghe parti del territorio, una politica clientelare quando non asservita alle mafie, la speculazione edilizia come metodo sistematico di devastazione del territorio,  questa è la realtà di buona parte del meridione d’Italia. Di questa parte del paese questo governo, come quelli che l’hanno preceduto, si sono totalmente disinteressati, perché, in una logica globalizzata, non è produttiva, quindi non conta.

La Puglia è  la regione di Taranto, dei morti di Taranto, del mito del lavoro barattato con la vita di uomini, donne, bambini. La Sicilia è la regione dell’autostrada Messina- Palermo, infinita e incompiuta da sempre, come la rete ferroviaria, obsoleta e pericolosa, la Calabria è la terra di Rosarno, degli schiavi stagionali, la Campania è la terra dei fuochi e della quotidiana guerra di Camorra, tutto il sud è terra di cattedrali nel deserto., di mala sanità, di una gestione del potere feudale da parte di tutte le forze politiche, nessuna esclusa.

La gente del sud non merita questo, perché il meridione è anche Lampedusa, che insegna al mondo il rispetto per l’altro, è la Calabria che resiste alla ndrangheta e le cooperative di Libera terra in Campania, che dimostrano che si può cambiare, che un altro mondo è possibile, è la gente della Puglia che donna il sangue in massa per i feriti. La gente del sud, costretta a emigrare, a sopportare pregiudizi e umiliazioni, che troppo spesso si è sentita straniera nel suo paese, non merita questo.

Ma la tragedia di ieri insegna anche che il mito della privatizzazione nel nostro paese è, appunto un mito: non è vero che il privato funziona meglio, se il disastro di ieri è legato a un fonogramma, è ormai stato provato più volte che il privato, per ridurre i costi, taglia sistematicamente per prima cosa sulla sicurezza. Questo accade nel traporto aereo, nelle fabbriche, nelle ferrovie. Nonostante la nostra normativa sulla sicurezza sia tra le più avanzate del mondo, tanto che Berlusconi tentò, per fortuna senza riuscirci, di abolirla.

“Non è mai successo niente” ha detto il direttore dell’azienda che gestisce il traffico ferroviario in quel tratto, esemplificazione perfetta di quel “tiriamo a campare” che sta diventando il logo non solo del meridione d’Italia, ma di tutto il paese, e di una politica incapace di assolvere al suo compito primario: rispettare e tutelare la vita  e i diritti dei cittadini.