Antonio Manzini- Fate il vostro gioco. Il ritorno di Schiavone


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Rocco Schiavone ritorna. Malinconico, tormentato, sempre più solo, l’anti eroe più noir della narrativa italiana è alle prese con una indagine intricata, lo strano omicidio di un ispettore di gioco del Casinò di Saint Vincent. Sulla base di indizi quasi surreali, degni di un quadro di De Chririco, un gatto che non è al suo posto, la fiche di un altro casinò, una bic bianca, Schiavone elabora, immagina, comprende, deduce, arrivando a una soluzione parziale, perché quel delitto è avvenuto “per qualcosa che deve ancora accadere”

Nel frattempo lui e Italo sfogano in modo diverso la rabbia per il tradimento di Caterina, in scene crude e livide, che fanno da sfondo al vuoto che l’ispettrice ha lasciato.

Nel frattempo, un crudele assassino legato al momento più tragico del suo passato, rivela quello che non deve essere rivelato, gettando ombre pesanti sul futuro di Schiavone.

Nel frattempo, il gruppo degli amici di una vita si allontana e sempre più Schiavone prende coscienza che lui è una guardia e loro sono loro, anche se un amico non ti lascia mai solo nel momento del bisogno.

Come sempre, il romanzo della vita personale del vicequestore, con i suoi fantasmi, le poche luci e le molte ombre, si intreccia con la trama poliziesca che, in questo romanzo, è è ben oliata, non ha mai un calo di tensione e risulta convincente, come convincenti sono le scene esilaranti che, di tanto in tanto, spezzano il tono piuttosto cupo della narrazione.

Indimenticabili il briefing della scombinata squadra di Schiavone o l’arrivo della squadra al casinò.

Manzini ha una scrittura cinematografica, ha assimilato la lezione di Chandler e dei grandi maestri americani del genere, mentre si legge si visualizza già Giallini incarnare il vicequestore. I romanzi della serie, come ha detto lo stesso autore, sono capitoli di un unico, grande romanzo, quellod ella vita di Rocco Schiavone, che matura, invecchia e accumula nostalgia, rabbia e ferite ad ogni nuovo capitolo.

Non manca l’attenzione al sociale, la focalizzazione su alcuni problemi di cui la cronaca si occupa solo quando scoppia la tragedia: la ludopatia, lo strozzinaggio, i traffici ambigui con i paesi dell’est, ecc.

Probabilmente, insieme a Pulvis et umbra, che aveva un ritmo diverso, assillante, mentre qui Manzini sembra aver voluto privilegiare l’introspezione di Schiavone e di Italo all’azione, si tratta del miglior romanzo della serie, in cui ha un ruolo importante Gabriele, il disastroso ragazzino vicino di casa di Schiavone, una sorta di geniale deus ex machina che fa venire fuori il meglio del vicequestore, limandone in parte la scorza ruvida.

E la storia di Schiavone con il ragazizno, capace di toccare i recessi più profondi della sua coscienza, rivela la capacità di approfondimento psicologico di Manzini, con un tocco delicato e unos guardo affettuoso che rendono le parti con Gabriele quasi un piccolo romanzo nel romanzo.

Se amate il noir, se il personaggio di Rocco Schiavone vi è entrato nel cuore con i suoi libri o attraverso la fiction, se volete divertirvi, rattristarvi, riflettere, questo è il libro che fa per voi. Imperdibile.

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Di Rocco Schiavone, di ignoranza e code di paglia


Rocco Schiavone è il protagonista di una serie di romanzi scritti da Antonio Manzini, caratterizzati da una trama gialla robusta e assai curata e da un protagonista, Rocco, appunto, che sembra preso dalla grande tradizione del noir americano, quella di Dashiel Hammet e Raymond Chandler.

Rocco è tormentato, incapace di elaborare il lutto per la tragica morte della giovane moglie,non beve come i suoi eponimi americani ma si fa una canna ogni mattina, nonostante ci sia sempre qualcuno a descrivere dettagliatamente i danni di questo gesto, lui la considera la sua hegeliana preghiera laica mattutina, ha modi rudi, amici discutibili e fa cose discutibili, ed è uno straordinario investigatore.

Non è un eroe senza macchia e senza paura e ogni volta che risolve un caso si sente come contagiato dal male che ha appena sconfitto, forse consapevole che nel suo mestiere ingrato per ogni vittoria ci sono cento sconfitte.

Schiavone non è rassicurante, non è il tipico poliziotto alla Montalbano che piace alle mamme, anche se di Montalbano possiede lo stesso senso della giustizia.

La trasposizione televisiva del personaggio è azzeccata, ben sceneggiata, ben diretta, con attori convincenti e nella parte, un Giallini assolutamente tagliato per il personaggio del vicequestore. Un successo di pubblico che conforta: la qualità paga ancora.

Gasparri e l’incorreggibile Giovanardi, chiamarli onorevoli è troppo, hanno presentato una mozione alla Camera contro il personaggio. Dando per scontato che i due non abbiano mai aperto un libro e se ne ritraggano inorriditi alla sola vista, il motivo di tale interrogazione è il fatto che il personaggio getterebbe discredito sulle forze dell’ordine. Stessa demenziale e assurda motivazione da parte del sindacato autonomo di polizia che aveva applaudito con entusiasmo, invece, le gesta del cretino Coliandro, evidentemente ritenuto dagli iscritti a questo sindacato, un rappresentante più degno.

Siamo dunque arrivati alla meta-denuncia, alla persecuzione di un personaggio di fantasia. Che arrivi da un fascista, un ottuso ex democristiano di quarta fila che sembra un personaggio disgustoso  preso di pari passo dal Commissario Pepe, immortale personaggio di Tognazzi e da un sindacato che ha applaudito l’assoluzione dei presunti responsabili della morte di Cucchi, non stupisce più di tanto.

Forse sarebbe stato più rappresentativo delle forze dell’ordine il racconto delle gesta di uno di quelli che nel 2001 a Genova furono responsabili della macelleria messicana del G8 (definizione data da un poliziotto), o di quelli che conducono ragazzi in carcere e li pestano a sangue, o dei poliziotti che caricano operai e studenti, ecc. Forse Giovanardi e Gasparri si sentono più utili al paese bloccando, insieme a tanti colleghi, l’introduzione del reato di tortura nel nostro codice penale.

Scusate, a me questa gente dà la nausea.  Io credo che la polizia svolga un servizio necessario e prezioso per la tutela dei diritti di ciascuno di noi, credo che l’impunità di cui oggettivamente godono le forze dell’ordine nel nostro paese non sia un male necessario ma un vulnus della nostra democrazia, che danneggia la stragrande maggioranza dei poliziotti, quelli che non picchierebbero mai un fermato, che abbasserebbero il manganello davanti a un ragazzino o a un anziano, che non perderebbero mai il senso del loro dovere.

Schiavone è personaggio di fantasia umano, forse troppo umano per alcuni, dotato di vizi e virtù come ognuno di noi. A me piace leggere le sue avventure e guardarle in tv, e riesco benissimo a comprendere che non rappresenta la realtà, anche perché, al contrario di quanto accade nella vita reale, Schiavone alla fine vince sempre.

Trovo semplicemente vergognoso che con tutti problemi che affliggono il paese, si debba sprecare tempo alla camera a discutere di una  fiction, vergognoso ma esemplificativo dei tempi che viviamo. Quanto alla polizia, trovo assolutamente lodevole che i suoi rappresentanti veri non invochino censure, non contano i reati fittizi di un personaggio di fantasia e continuino a dedicarsi ogni giorno al proprio lavoro, con spirito di servizio e onestà.

Dal momento che i dati dell’audience su Schiavone sono confortanti e il referendum è vicino, confido che potremo continuare tranquillamente a goderci le avventure del vicequestore, alla faccia degli ipocriti e di chi ha la coda di paglia.