L’Emilia non è il rubicone e la piazza non è la soluzione


Le elezioni regionali in Emilia Romagna non sono la cartina di tornasole per la tenuta del governo e chi si illude che la (bellissima) piazza di ieri riempita dalle sardine sia il segnale di una rinascita della sinistra, è fuori strada.

In Emilia la sinistra va alla tornata elettorale con un ottimo candidato che, all’assenza di argomentazioni della destra, può contrapporre fatti concreti, risultati, cifre: non è sempre così, non accade lo stesso in tutte le regioni ed è per questo che le competizioni elettorali vanno inquadrate nella loro reale dimensione, altrimenti si finisce per continuare a raccontarsi la favola renziana del Pd al 40%.

Se Bonaccini vincerà, e onestamente non vedo come possa accadere il contrario, il Pd resta un partito senz’anima, ondivago e privo di una identità definita. La richiesta di rinviare il giudizio sul Salvini per il caso Gregoretti mostra ancora quella irrazionale paura di non favorire la destra che ha, di fatto, bloccato l’azione del governo e impedito al Pd di portare avanti le proprie istanze, di chiedere il ritiro dei decreti sicurezza, di proporre lo ius soli, rivedere il reddito di cittadinanza, ecc.

Riguardo ai decreti sicurezza, non riguardano solo gli stranieri ma anche la libertà di manifestare in questo paese, che è fortemente limitata dal secondo decreto di Salvini, particolare che, stranamente, viene ricordato di rado.

Quanto alle sardine, non c’è da entusiasmarsi primo, perché la folla che si è riunita a Bologna era eterogenea, secondo, perché continua a mancare una linea politica che vada oltre le buone intenzioni, terzo, perché la piazza, ormai da anni, in Italia, non è più uno strumento di pressione sul governo. Agli esterofili che portano l’esempio della Francia, oltre a ricordare che le rivendicazioni contro la legge sulle pensioni sono state in parte, del tutto legittime, in parte difesa di privilegi assurdi, chiedo di verificare quanti scioperi sono stati fatti in Francia negli ultimi trent’anni e quanti in Italia, la risposta spiega il motivo per cui la piazza, da noi, non è più uno strumento perseguibile per ottenere risultati, con buona pace dei duri e puri che continuano a vivere la loro distopia.

Comunque, quarantamila persone che manifestano chiedendo una politica diversa, sono una buona notizia, ma non è un nuovo sessantotto né altro di simile. È semplicemente un vaffanculo soft senza grandi fratelli dietro le spalle.

L’unica forma di contrasto possibile a un sistema sempre più diseguale e oppressivo, sempre più in grado di controllare le masse con i media, vecchi e nuovi, è una buona politica. La buona politica, oggi, e a questo bisogna rassegnarsi, non può non muoversi all’interno del liberismo ma può cambiarlo, non per trasformarlo in qualcos’altro, ma per umanizzarlo. Si può fare, nei paesi del nord Europa si fa, ma lì il discrimine è dato dalla gente, ed è questo il punto.

La buon politica si può fare se esiste un’assunzione di responsabilità generale di ognuno di noi che si contrapponga alla deresponsabilizzazione generale portata avanti dalla destra, che esiste solo quando individua un colpevole che sia altro da sé e illude la gente di non essere responsabile di quello che succede.

La sinistra ha vissuto la sua stagione di lotta, con molte sconfitte e qualche vittoria, solo quando i vincoli di solidarietà, cooperazione, il comune sentire della classe operaia e di parte della classe borghese gli ha dato la forza per portare avanti certe istanze, ma quella è una stagione irripetibile, quei vincoli non esistono più e bisogna creare un patto su nuove basi, che partano dal passato per costruire il futuro. Bisogna, soprattutto, tornare a fare politica nel senso proprio del termine, raccogliendo le nuove istanze del mondo giovanile ( sardine, ambiente) e della società civile. Moralizzazione è la brutta parola che dovrebbe contraddistinguere il nuovo corso, moralizzazione all’interno degli schieramenti politici ma anche dell’elettorato. In fondo, è quello che, con altre parole, chiedono le sardine e anche, dal suo punto di vista, Papa Francesco.

Certamente l’uomo che può guidare la rinascita non è Renzi, u neoliberista senza idee che si ostina a dare le colpe del suo fallimento agli altri, e, temo, neanche Zingaretti, che però, e va a suo onore, si è assunto, almeno a parole, la responsabilità di traghettare il Pd fuori dallo stagno in cui si è infossato.

Vedremo se ce la farà e speriamo non si intonino peana se Bonaccini vincerà: non è proprio il caso. Se il lavoro ben fatto è la chiave che può cambiare le cose, a sinistra, da parecchio tempo, se ne vede poco.

I giovani e il futuro


L’ha detto Mattarella nel suo discorso di fine anno: i giovani sono il nostro futuro, bisogna investire su di loro. Una frase quasi ingenua nella sua ovvietà ma regolarmente disattesa dalla politica.

L’Italia è un paese per vecchi: conservatore, sessista, classista e straordinariamente ignorante, con una differenza rispetto al passato: oggi molti sbandierano la propria ignoranza come un vanto.

Esiste un problema di migrazione giovanile all’estero: i ragazzi che partono non rientrano e quella italiana è una mgirazione spesso qualificata.

A partire sono laureati, tecnici, ricercatori che trovano in Europa spazi e stipendi che in Italia gli sono preclusi.

I giovani sono politicamente impegnati, le manifestazioni nel segno di Greta e delle sardine lo dimostrano ma attenzione: politicamente impegnati non significa schierati, le sardine non sono l’avanguardia di un nuovo 68 come molti amano pensare ma una spontanea protesta di massa contro una politicasempre più distante dai reali bisogni della popolazione, sempre più asservita a quei meccanismi che promuovono lo sfruttameno indiscriminato dei lavoratori, sempre più imbarbarita nella difesa acritica di posizioni contrapposte, sempre più volgare e vuota.

Articoli sprezzanti e volgari come quelli di un vecchio fascista come Vittorio Feltri, che sta invecchiando malissimo, sono la voce del pensiero comune sui giovani, riscuotono molto più consenso di quanto si creda e, perlomeno, sono meno patetici, anche se spregevoli, delle performances di Salvini su Tik Tok.

In Italia muore una donna ogni due giorni, assassinata generalmente dal coniuge, dal fidanzato o dal suo ex che ha buone possibilità di farla franca o di scontare una pena mite, le donne stuprate sono moltissime, le discriminazioni sul lavoro alte, la sottovalutazione professionale ancora più alta.

Nessuno in questo giorni sta discutendo del curriculum di Rula Jebreal, tanto per fare un esempio sulla bocca di tutti. Perché una giovane laureata italiana, capace, intelligente, preparata, dovrebbe restare in questo paese? Quali sono le sue prospettive?

I giovani non sono razzisti, la Scuola gli sta insegnando da anni che la condivisione di percorsi comuni con chi proviene da altre realtà non solo è possibile ma inevitabile e necessaria. Guardano all’Europa come casa loro, non hanno il mito del posto fisso, hanno capacità di adattamento e voglia di conscere il mondo.

I giovani sono un patrimonio di inestimabile valore che stiamo disperdendo. perché non importa a nessuno della loro sorte. Fa tristezza vedere i giovani-vecchi della politica, animati da buone intenzioni prima di raggiungere il potere trasformarsi in copie dei vecchi che dicevano di voler rottamare: pensate a Renzi e Di Maio, pensate al loro sguardo e a quello dei leader delle Sardine.

I giovani non sono una priorità nell’agenda politica per questo è stato, è e sarà sempre il paese del Gattopardo e fa comodo a tutti: destra, sinistra centro, perché tutti hanno il terrore che le cose cambino davvero, che gli equilibri vengano sconvolti e le consorterie di destra e di sinistra crollino.

Servirebbero politiche che guardino all’Istruzione, alla Ricerca e al mondo del lavoro con occhio diverso, servirebbe una politica economica keynesiana che spezzi il monopolio mafioso delle quattro, cinque famiglie che decidono il destino economico del paese e rilanci quell’eccellenza italiana che esiste ma viene ogni giorno di più umiliata e offesa, servirebbero politiche illuminate sull’accoglienza che partano da Riace, per ripopolare con nuovi giovani i borghi deserti da cui i giovani sono andati via, servirebbero nuove idee al sud, sia per contrastare la criminalità sia per eliminare il malgoverno feudale, le cricche, i freni che da secoli fermano lo sviluppo.

Servirebbero voci nuove,giovan, al governo, forse per questo si fa di tutto per mandarle via.