Danilo Dolci, Chissà se i pesci piangono. Appunti per una scuola nuova.


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Danilo Dolci, Maria Montessori, Gianni Rodari, Mario Lodi, sono solo alcuni dei nomi di una straordinaria stagione della pedagogia italiana, educatori che idearono e misero in pratica un nuovo modo di fare scuola, diverso, innovativo, straordinario, diretto agli ultimi, secondo la logica che nessuno doveva restare indietro, fedeli al detta to costituzionale che recita che la scuola deve fornire a ognuno la possibilità di sviluppare le proprie capacità.

Viene tristezza, pensando a come la scuola pubblica italiana negli ultimi anni sia stata delegittimata,soffocata,umiliata,destrutturata,devastata, anche solo a pronunciare questi nomi. Sono la testimonianza che un altro mondo è possibile e sappiamo come questo slogan sia finito in cenere nel 2001, come finisca in cenere ogni giorno, basta leggere le pagine dei giornali.

Danilo Dolci in Sicilia fece quello che ha tentato di fare il sindaco di Riace: dare voce a chi non ce l’ha, partire dal basso per cambiare le cose. Combattendo per il riscatto sociale e l’autodeterminazione dei poverissimi contadini siciliani, si schierò in modo naturale, ovvio, contro la mafia e il suo fu il primo, e probabilmente, l’unico vero movimento di antimafia civile che non si manifestò in conferenze, belle parole e frequentazioni di salotti borghesi ma in fatti, come la costruzione della diga dello Iato, arrivata dopo le famose marce guidate da Dolci, che venne arrestato e processato. A sua difesa, intervennero i nomi più importanti della cultura europea e venne candidato al premio Nobel per la pace. Un eroe civile oggi quasi dimenticato, non fosse per la fondazione che porta il suo nome e per il figlio Amico, che continua il suo lavoro.

Aveva capito, Dolci, che la mafia si combatte a fianco di chi ne subisce i soprusi, partendo dal basso, da quelli senza voce, sdradicandone le radici dove attecchiscono più profondamente. Una lezione che appare oggi dimenticata da chi pretende di contrastare la mafia a parole, partendo dall’alto e non ha capito che si deve estirparne le radici, sporcandosi le mani, andando a parlare con gente delle periferie, nei non luoghi delle nostre città.

Aveva compreso la necessità di un nuovo impegno educativo, di una scuola diversa da quella borghese per i borghesi, istituzionale. Anticipando le idee dei sociolinguisti americani, aveva intuito che era necessario trovare modalità espressive differenti, farsi comprendere da chi non aveva adeguati strumenti per farlo, far emergere dall’interno di ognuno la motivazione a educarsi, emanciparsi. Dolci parlava di competenze prima che questo termine diventasse di moda e venisse privato del suo significato, diventando una vuota formula burocratica.

Questo libro è la cronaca commossa e straordinaria della nascita del Centro educativo di Partinico, un miracolo pedagogico che, purtroppo, non ha avuto seguito. Perché dell’insegnamento di tutti quei nomi citati in apertura, ben poco rimane nella nostra scuola sempre più elitaria, classista, borghese, con docenti stanchi, oppressi dalla burocrazia e da un’ostilità diffusa da parte di chi, per primo, dovrebbe stare al loro fianco, mi riferisco a dirigenti trasformati in amministratori, meri esecutori di circolari, e famiglie sempre più ostili e litigiose.

Importava a tutti di quella scuola e tutti contribuirono a crearla, perchè Dolci li aveva convinti che era la battaglia più importante, che dalla scuola si parte per costruire un paese civile ed equo. Oggi quella lezione, quelle parole, suonano quasi ironiche a contemplare lo sfacelo in cui versa l’istruzione pubblica.

La colpa è anche nostra: siamo diventati insegnanti, gente che mette una firma e ci siamo dimenticati di essere professori, gente che fa il bene del prossimo, per citare una delle ricerche di significato tanto care a Dolci.

La colpa è anche nostra, siamo una categoria di ossessivi compulsivi, poco inclini a sperimentare, anche perché non incoraggiati da nessuno a farlo, rassicurati da una ritualità didattica che ha perso di senso. Ma non è sempre stato così.

La scuola di Dolci è una scuola condivisa da tutti i suoi attori, una scuola che diventa un fertile terreno di crescita, colorata, gioiosa, partecipata, una scuola dove non ci sono ultimi e ognuno può scoprire e seguire le proprie inclinazioni, una scuola che attraverso la maieutica, il metodo di Dolci, si fa pensiero critico, riflette sul mondo non per assuefarsi alle sue dinamiche ma per modificarlo, una scuola basata sul reciproco adattamento creativo dove insegnanti e alunni si reinventano quotidianamente, in un continuo mettersi in gioco.

Questo libro ricorda a ogni insegnante che non è sempre stata routine, che si può tentare di trovare nuove strade, che abbiamo il dovere morale di trovarle soprattutto oggi, mentre attorno a noi avanza a passi veloci il deserto etico. Perché quello che accade attorno a noi ci riguarda e abbiamo il dovere di provare a cambiare le cose.

Questo libro racconta una storia di impegno civile autentico, sul campo, del faticoso tentativo di cambiare lo status quo, andando contro tutto e contro tutti, anzi, a favore di tutti, che poi è quello che dovrebbe fare la scuola, ogni giorno.Una storia di coraggio e di amore. di ricerca e fatica. Una storia che merita di essere ricordata, studiata, rinnovata.

L’ho letto con gioia ed amarezza, con la consapevolezza di dover fare di più, di non riuscire a fare mai abbastanza. Questo libro insegna che la scuola è liberazione, il regalo più grande che possiamo fare ai nostri ragazzi.

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Lettera al ministro Bussetti: sulla scuola e il suo senso.


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Egre.gio Ministro Bussetti.

finora si era tenuto distante dalle esternazioni demenziali dei suoi sodali di governo e aveva mantenuto un apprezzabile basso profilo, da persona di scuola qual è.

Mi ha quindi lasciato basito la sua affermazione  riguardo al fatto che a scuola non si deve fare politica.

Lei è laureato in Educazione fisica, quindi non la tedierò con affermazioni filosofiche né perderò tempo a spiegarle che la sua affermazione è politica e invita la Scuola a  prendere una posizione politica. 

Io credo sia importante, oggi più che mai, usare le parole nel modo giusto, restituirgli la dignità che meritano, perché noi siamo le parole che diciamo e la forma è sostanza.

Se lei voleva dire che non si devono plagiare né indirizzare i ragazzi verso una determinata fazione politica, sono d’accordo; personalmente non amo vedere i bambini alle manifestazioni. Ma quello non è fare politica, è svolgere male il proprio lavoro, non essere professionali ed essere irresponsabili, esattamente come sono irresponsabili, poco professionali e inetti molti dei suoi sodali al governo.

In caso non intendesse questo, la invito a rimettere il suo mandato, perché non sa cosa significa fare scuola.

Se c’è un ambito in cui si “fa” politica, nel quale il dettato costituzionale diventa prassi, è la scuola e se la scuola non si immerge nella realtà con spirito attento e critico, perde il suo significato e la sua funzione sociale. Se dovessimo limitarci a tramettere nozioni e non valori, sarebbe sufficiente wikipedia, quella su cui si sono acculturati, con esiti a dire il vero imbarazzanti, molti dei suoi colleghi di governo.

Un insegnante deve formare teste pensanti, pensanti con la propria mente, giovani uomini e donne in grado di esercitare lo spirito critico e fornire un contributo attivo alla società. Per fare questo la scuola non può esimersi dal “fare” politica.

Come si può spiegare, secondo lei, il novecento senza la contrapposizione tra capitalismo e comunismo? Come si può parlare dei Promessi sposi senza illustrare la situazione politica dell’Italia  nel seicento e al tempo di Manzoni? Oppure pensa che si debbano saltare fascismo e nazismo, le lotte operaie, la Resistenza?  La libertà d’insegnamento prevede che si possa scegliere quali parti del programma svolgere e quali no, su cosa soffermarsi di più e su cosa di meno e fare sì che questo processo non venga svolto sulla falsariga di quello che fanno i nostri quotidiani, disonestamente e dilettantisticamente, dipende dalla professionalità degli insegnanti, che è altra cosa rispetto al ruolo della scuola. Inoltre, nel corso della loro carriera scolastica, i ragazzi incontreranno insegnanti con opinioni diverse e potranno così valutare, riflettere, criticare o trovarsi d’accordo. Il pensiero unico a scuola costituisce ossimoro.

Comincia  a rendersi conto dell’enorme bestialità che ha detto?

Ministro, le parole sono importanti, pesano come sassi, restano nella memoria, la gente oggi le ripete come un mantra. La scuola non ha bisogno di legacci, di ulteriori pressioni. Ha letto le statistiche sul fallimento della scuola come ascensore sociale? Io vado oltre: la scuola sta fallendo, punto e basta. Non riusciamo più a far fronte a una situazione sociale devastata, all’ignoranza dilagante, alla mancanza di una politica culturale seria, alla tv spazzatura e alla manipolazione delle informazioni. E mi viene a dire che non devo fare politica? Invece di spingere per potenziare i servizi sociali, aumentare i fondi d’Istituto, firmare il nuovo contratto, rivedere i programmi, assumere uno psicologo in ogni scuola per far fronte a una vera emergenza sociale, mettere in sicurezza gli edifici, lei se ne esce con queste bella pensata?

Non ho mai fatto mistero delle mie opinioni ai ragazzi, dicendo che erano mie, mutuate dalla mia personale storia, dai miei studi, dal mio percorso di vita e che non erano per questo giuste, solo personali. Dico anche loro di parlare con i genitori, di confrontarsi sulle cose che accadono, di leggere il più possibile,  soprattutto di documentarsi perché, come ho imparato dalla mia splendida maestra il primo giorno di scuola, “ciò che non sai di tua scienza, in realtà non sai”. (E’ Brecht, lo aboliamo?). Non credo per questo di essere un cattivo insegnante, cerco di svolgere al meglio il mio lavoro, per cui sono pagato poco e male, e se ci riesco, saranno i ragazzi a dirlo. Per me conta solo il loro giudizio. perché è per loro che lavoro.

La scuola dovrebbe essere una palestra della mente, una terra di nessuno al di fuori del vociare quotidiano dove si insegna a decifrare le voci del mondo, a esercitare il libero arbitrio, a stare insieme e ad ascoltare cosa ha da dire l’altro. Dove si insegna a cooperare e a riconoscere noi stessi nell’altro, di qualunque colore sia e forse è questo a dare fastidio ai suoi colleghi.

Il tipo di scuola che avete in mente voi non è apolitica, cosa impossibile, è monocolore: ci ha provato Giovanni Gentile, il più brillante dei nostri filosofi del novecento, che ha pagato di persona l’aver provato a fare del pensiero prassi. Era una scuola orribile quella gentiliana,, classista, escludente, tetra, abbastanza simile a quella uscita dalla riforma renziana, con il potere in mano a uno a scapito della collegialità, la premialità per chi lavora tanto e gratis e fa quello che dice il capo, ecc.  Eppure, anche quella riforma balorda, conteneva del buono, eppure, al vostro confronto, Faraone, che l’ha scritta (malissimo), si staglia come un gigante.

Lasciateci lavorare in pace, Ministro, non nominateci: lasciateci ancora uno straccio d’illusione di servire a qualcosa. Lasciate che la scuola resti una terrà di nessuno, dove il confronto sia civile e sereno, al contrario della canea quotidiana a cui siete abituati. Tanto le promesse elettorali sono già lettera morta, come sempre.

Ma riflettete sul fatto che oggi la scuola funziona solo per i ricchi: è il tradimento più doloroso della Costituzione, è il risultato finale del saccheggio continuo fatto ai nostri danni  in questi anni, è un deficit di civiltà e spiega  molto di questo paese.

Per favore, torni a mantenere il suo basso profilo da burocrate e,se non ha nulla da dire, taccia. Ma tenga conto che anche quella è una decisione politica.

Quando a scrivere di scuola è qualcuno che non sa cos’è la scuola


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Chioso un  articolo abbastanza esilarante di  di tale Chiara Saraceno, editorialista di Repubblica,.che parla della riapertura delle scuole inanellando una serie di idiozie abbastanza rare anche per un giornalista.

Cominciamo, l’articolo è tratto da Repubblica on line di oggi:

….Sarebbe legittimo aspettarselo, dopo tre lunghi mesi di vacanza in cui i bambini e i ragazzi sono stati affidati alle risorse, di tempo e finanziarie, delle loro famiglie, anche allargate – quanti nonni “in carica”, in città e nei luoghi di vacanza, a luglio e poi di nuovo a fine agosto-primi di settembre – con l’effetto di acuire le disuguaglianze sociali tra loro nei tipi di esperienze che possono fare e che possono contribuire al loro sviluppo cognitivo, estetico, relazionale.

La geniale autrice parla dell’organizzazione della scuola, come sempre critica all’inizio dell’anno scolastico. Quindi passare le vacanze con i figli, per l’editorialista, non solo è uno spreco di tempo e risorse finanziarie per le famiglie, ma avrebbe anche l’effetto di acuire le disuguaglianze sociali nei tipi di esperienze che possono fare. Mi viene da pensare che la dotta giornalista rimpianga le colonie estive di gentiliana memoria, che non abbia consapevolezza del fatto che le disuguaglianze sociali esistono a prescindere e anzi, forse la scuola è l’unico luogo in cui, per un breve periodo della vita, si attenuano, che il tempo passato dalle famiglie con i figli è sempre minore e i risultati, chi fa il mio mestiere, li vede ogni giorno.

Bontà sua, la geniale continua: “In questi tre lunghi mesi, gli insegnanti e il personale della scuola e del ministero hanno legittimamente goduto di meritate vacanze. Ma una parte avrebbe dovuto essere utilizzata per preparare, appunto, il rientro“.

Primo: gli insegnanti non fanno tre mesi di vacanze perché chiudono il trenta giugno e rientrano il primo settembre, appunto per preparare il rientro. A meno che, la geniale, non voglia anche accollarci il lavoro burocratico che non è di nostra competenza. Quindi due mesi di vacanze, e tenuto conto che anche gli  inse  gnanti hanno figli, cosa che la geniale forse ignora, i tempi reali di recupero sono ancora minori.

Invece, al momento della riapertura delle scuole, qualche cosa manca sempre a ogni livello organizzativo. Tra diritto degli insegnanti di ruolo a chiedere il trasferimento ad altra sede fino all’ultimo minuto, assunzioni ritardate che a loro volta innescano possibili rinunce e richieste di trasferimento, ricorsi vari, appalti per le mense non completati, lavori di adeguamento edilizio non fatti per mancanza di finanziamenti o perché avviati in ritardo e così via, non solo il primo giorno di scuola, anche tutta la prima settimana, se va bene, inizieranno a tempo ridotto.

Concentrare tante stupidaggini in un poche righe è un esercizio di alto virtuosismo. Primo gli insegnanti di ruolo chiedono trasferimento a Febbraio- Marzo e sanno già a fine Giugno se l’hanno ottenuto, assunzioni ritardate non possono essercene perché entro il 31 Agosto devono essere completate e gli esuberi si conoscono a Giugno, non so a che ricorsi si riferisca, ma sono un diritto che va rispettato, gli appalti per le mense sono esterni e non hanno nulla a che fare con gli insegnanti,i lavori edilizi devono essere avviati dai comuni, proprietari degli edifici e anche qui, le scuole non c’entrano nulla, si tratta di inadempienze della macchina burocratica dello Stato. Non è vero che tutte le scuole iniziano a tempo ridotto, molte cominciano già con l’orario definitivo dal primo giorno, quanto a quelle che cominciano a tempo ridotto, mi spieghi la geniale come fare scuola senza personale.

Ci si aspetta che i genitori prendano un permesso ogni volta che c’è un’assemblea di classe o ricevimento degli insegnanti, o quando devono andare a firmare il diario dei figli: il tutto sempre in orario scolastico. Ma ci si aspetta anche che le famiglie facciano fronte quando l’organizzazione scolastica non funziona come dovrebbe.

Altra sequela di idiozie della geniale. Gli unici appuntamenti con i genitori in orario scolastico sono i ricevimenti singoli, opzionali e, spesso, disertati. Tutti gli altri appuntamenti si svolgono in orario extrascolastico proprio per permettere ai genitori che lavorano di partecipare.

è la scuola che deve far fronte alle proprie responsabilità nel tempo che le spetta. Anche questa assunzione di responsabilità fa parte del rapporto educativo.

Informo la geniale che la scuola cerca, nonostante tutto, di far fronte alle proprie responsabilità che sono didattiche ed educative, e ci riesce anche, a volte.

Che Repubblica pubblichi una simile sequenza di scempiaggini, è un segno di decadenza di quello che una volta era un giornale che faceva informazione. Che lo faccia dalla dalla parte di chi, con la Buona scuola, ha amplificato il caos burocratico e organizzativo, è vergognoso. Che l’articolo tenda a deresponsabilizzare le famiglie, famiglie che spesso si deresponsabilizzano abbondantemente da sole, specie in certe realtà che certamente la geniale non conosce, sfiora l’oscenità.

Sarebbe forse il momento di cominciare a far scrivere di scuola persone competenti, che conoscono quanto sacrificio, fatica e impegno costi a tutti i suoi componenti portare avanti quello che è, lo ricordo, un presidio irrinunciabile di democrazia.

Ne abbiamo pieno le tasche di radical chic che pontificano sul nulla, la Scuola pretende rispetto.

La scuola non la fanno solo gli insegnanti


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Quei dirigenti dell’ANP che hanno considerato una sciocchezza il concetto di scuola come “comunità educante” inserito nel nuovo contratto nazionale, dovrebbero provare un moto di vergogna, ammesso ne siano in grado,  alla luce dei recenti fatti di violenza che hanno avuto come vittime degli insegnanti.

Ho letto molti articoli in proposito, generalmente equilibrati e ben argomentati, in qualche caso acuti, ma tutti, essendo redatti da persone anche illustri e autorevoli, come Zagrebelski e Recalcati, che non vivono quotidianamente la scuola, analizzavano il problema alla superficie , senza scendere in profondità.

Sono ormai anni, dalla prima riforma Berlusconi, che è avviato il processo di delegittimazione della classe insegnante che la Buona scuola ha portato a termine. Non si contano le campagne stampa organizzate ad hoc per far digerire alla gente riforme che hanno progressivamente limitato la libertà all’interno delle scuole, la libertà d’insegnamento e il diritto allo studio dei ragazzi come non si contano gli articoli dilettanteschi e le informazioni distorte che descrivono una scuola che non c’è.

Di pari passo e non casualmente è aumentata la conflittualità con le famiglie e si è progressivamente oscurato il concetto di scuola come comunità, luogo deputato all’educazione dei futuri cittadini dove famiglia e insegnanti definiscono cosa è necessario fare perché i ragazzi raggiungano le adeguate competenze e maturino in modo armonico.

Mentre accadeva tutto questo i presidi,  da primi inter pares, diventavano dirigenti aziendali, burocrati il cui unico compito sembra quello di riempire carte, specie se utili alla propria salvaguardia, e invitare i collegi docenti a votare a  favore di strani acronimi. La burocrazia prima di tutto.

Il risultato è che se un insegnante fino a qualche anno fa, in caso di problemi o contrasti con una famiglia, sapeva di poter contare sull’appoggio del preside, cioè della scuola, oggi questo non accade più. Siamo soli, con il rischio che in caso di vertenza il dirigente ci dia contro a priori. E’ il primo passo per trasformare le scuole da presidi di democrazia dove si favorisce e si sviluppa il pensiero critico, a torri d’avorio dove ci si limita a tramandare un sapere sterile, vecchio, fine a sé stesso. L’obiettivo finale, neanche tanto nascosto, è di trasformare le scuole in dependance delle aziende e, per quanto riguarda quelle più disagiate, in fabbriche di manodopera a basso costo.

La responsabilità di questo processo involutivo, di questa metamorfosi da comunità educante ad azienda, da docenti dotati della libertà d’insegnamento, uno dei cardini della democrazia, a impiegati asserviti a un capetto/a e schiavizzati dalle carte, è politica.

Va poi posto l’accento sul pregiudizio culturale che impera nel nostro paese nei riguardi degli insegnanti, visti ancora come quelli che fanno tre mesi di vacanze, si leggono il giornale in classe, ecc. Basta leggere i forum di qualunque articolo sulla scuola per scoprire che a lavorare davvero sono sempre e solo gli altri.

Nessuno di noi si sognerebbe di spiegare a un macchinista come guidare un treno o a un avvocato come condurre una causa mentre gli insegnanti, di tanto in tanto, si sentono dire come dovrebbero condurre la classe, affrontare certe materie, quante pagine da studiare dovrebbero dare, ecc. Una palese mancanza di rispetto e una evidente diminutio di dignità per una categoria strategica in ogni paese avanzato.

L’ultimo dato rilevante, in questa breve sinossi di come è stata distrutta la scuola pubblica negli ultimi vent’anni, è il fatto che quei genitori che aggrediscono gli insegnanti fanno il male dei loro figli, inculcando l,oro il principio mafioso che la ragione, se non la sia ha, la si prende, anche con la violenza, se necessario.

E su questo, su come  l’habitus mafioso sia parte integrante della nostra cultura, ci sarebbe molto da dire e forse lo farò, in un altro contesto.

In conclusione, l’unica soluzione è invertire il processo, tornare a quella comunità educante che era l’idea di fondo che portò ai decreti delegati nel 1974, restituire dignità a un classe di lavoratori che tanto ha dato a questo paese in questi anni di crisi, anche economicamente, tornare a fare delle scuole delle torri di guardia, sentinelle e avamposti di democrazia e pensiero critico, fucine di cittadini responsabili e attivi.

Il nuovo contratto nazionale appena firmato muove timidi passi in questa direzione.  Nel frattempo, sarebbe necessaria una presa di  posizione della politica, magari di quel ministro tanto solerte quando si tratta di occupare le pagine dei giornali con perle di saggezza sull’uso dei cellulari a scuola, un po’ meno quando deve intervenire a difendere la categoria che sarebbe tenuta a rappresentare.

Tutti devono avere ben chiaro in mente che se la scuola pubblica e il suo ruolo vengono meno, questo paese è destinato a morire. E non è che al momento stia troppo bene.

Contratto scuola: ritorno al passato per costruire il futuro


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Con buona pace dei detrattori di ogni colore, quelli che accusano il sindacato di aver contrattato al ribasso e quelli che accusano il governo di avere, nei fatti, sconfessato la 107, due posizioni opposte e incompatibili entrambe dettate da non proprio nobili motivazioni politiche, l’art. 24 del nuovo contratto che definisce la scuola come “comunità educante” potrebbe rappresentare un inizio per ricostruire quello che alla scuola è stato tolto in questi anni.

Un sindacato responsabile, moderno e concreto non può limitare la propria azione solo all’incremento, per quanto legittimo, della retribuzione ma deve mirare a migliorare la qualità di vita dei lavoratori, contribuendo così al miglioramento della qualità del servizio. Sarebbe opportuno a tale fine, agire di concerto con il governo di turno ma sarebbe necessario, come presupposto, che il governo di turno fosse interessato a garantire un’istruzione pubblica di qualità, cosa che negli ultimi vent’anni non si è verificata.

Una scuola definita “comunità educante”, il termine è stato coniato da Dewey negli anni sessanta, ribalta il concetto di scuola manageriale intrinseco alla formulazione pura della 107 e la struttura verticistica, con uno capo, uno staff di collaboratori scelti dal capo e dei sottoposti, che la legge sottintendeva e riporta in primo piano il ruolo della collegialità e la necessità che tutti coloro che fanno scuola collaborino a un obiettivo comune.

Dall’attuazione della 107 abbiamo assistito a una radicale trasformazione del ruolo del preside, che è diventato, di fatto un manager, spesso preoccupato più di tutelare sé stesso da eventuali ricorsi o sanzioni che di altro.

Ormai nelle scuole si va avanti per acronimi e progetti, spesso inseguendo la moda del momento: nuove tecnologie, bullismo, ecc. nei collegi docenti si alza la mano

Le prove Invalsi, una scopiazzatura maldestra dei test in voga nelle scuole anglosassoni da decenni, sono la prova dell’approssimazione e del dilettantismo con sui si tratta la scuola nel nostro paese: è semplicemente assurdo sottoporre alla stessa prova alunni che appartengono a scuole situate in realtà con profili economico sociali distanti anni luce. Decontestualizzando le prove, inevitabilmente, le si falsa. In USA, negli anni cinquanta, ci erano arrivati i sociolinguisti, noi siamo ancora in attesa dell’ìilluminazione.

Si spera che la firma del nuovo contratto torni a fare della scuola un luogo di condivisione di esperienze, del dirigente un primus inter pares con compiti di coordinamento e sostegno agli insegnanti, dei collegi docenti organi che definiscono gli obiettivi delle scuole, obiettivi disegnati sulle necessità dei territori e non sulla base dei soldi che si possono ottenere con questo o quel Pon a prescindere dalla sua utilità effettiva. E’ tempo di ritrovare collegialità e comunione d’intenti e la restituzione del merito alla contrattazione sindacale dovrebbe garantire equità, correttezza e limare certe conflittualità interne che non fanno il bene di nessuno.

Si auspica che dopo il 4 Marzo, chi siederà in parlamento sia disposto ad ascoltare e mettere mano alle vere esigenze della scuola pubblica che comprendono, oltre a un sacrosanto incremento delle retribuzioni, una ridefinizione della libertà di insegnamento con indicazioni ministeriali sulle materie di studio che non si limitino solo a un uso fine  a sé stesso delle nuove tecnologie ma tengano conto delle nuove necessità di formazione culturale degli alunni, strumento di legge efficaci per evitare aggressioni a danno degli insegnanti come quelle di questi giorni, una ridefinizione della libertà d’insegnamento che consideri gli insegnanti professionisti competenti e responsabili e non dei meri esecutori di direttive altrui, una ridefinizione del ruolo prezioso e fondamentale per la tenuta democratica di questo paese delle scuole di periferia, che spesso rappresentano l’unica presenza dello Stato in territori dove domina l’illegalità. Questo per cominciare.

Quanto a chi, per gioco e convenienza politica, continua a sparare a zero sui sindacati che hanno firmato il contratto proponendo piattaforme fantasiose e irrealizzabili, ricordo che la 107, nella sua applicazione pura, non comprendeva la firma di contratti nazionali.  Come sempre, in questo paese, fare i duri e puri è comodo quando sono gli altri a lavorare per garantire i diritti.

Le fiction sulla mafia sono dannose?


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Le critiche di Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro in prima linea nella lotta contro la ‘ndrangheta, riguardo l’opportunità di produrre fiction sulle mafie, non sono nuove. Poco tempo fa, ho avuto l’opportunità di assistere a un incontro con Enzo Monteleone, sceneggiatore di molti film di Salvatores e de Il capo dei capi, fiction che raccontava la vita di Totò Riina. In quell’occasione, molti colleghi presenti che venivano dal sud, criticarono in modo piuttosto energico il regista accusandolo di  creare stereotipi, di fare in qualche modo un’apologia della mafia, di creare dei modelli che i ragazzi poi imitavano a scuola e per la strada.

Si parlava di una fiction classica, con una chiara contrapposizione tra il bene e il male, anche se lo sguardo del regista indugiava più sulle vicissitudini di Riina e co. che su quelle dell’antimafia. Oggi invece, fiction come Gomorra propongono una visione dall’interno, senza contrapposizione, con la giustificazione di voler descrivere un mondo unidimensionale dal punto di vista dei valori, dove la contrapposizione non esiste.

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Il discorso è serio e complesso: capoalvori come Il padrino e Scarface, indiscutibili dal punto di vista del prodotto filmico, hanno creato invece stereotipi potenti, che hanno indotto a una visione edulcorata della mafia che, per certi versi, è ancora diffusa. Parlo ad esempio dell’insensata opinione che la “vecchia” mafia avesse uno spiccato senso dell’onore e non toccasse donne e bambini. I mafiosi non hanno onore e uccidono indiscriminatamente chi ritengono utile uccidere da sempre, basta leggere il triste elenco di più di novecento vittime di mafia, dalla fine dell’ottocento a oggi. Non va quindi sottovalutato il potere delle immagini di creare modelli difficili da scalfire.

Non bisogna, inoltre, dimenticare che si tratta di prodotti commerciali, il cui scopo è vendere, non educare alla cittadinanza. Sono prodotti di livello elevato, piuttosto avvincenti e con sceneggiature interessanti, rivolti a un pubblico prevalentemente giovanile, con attori che incontrano i gusti dei giovani di oggi, nel modo di vestire, nel modo di pensare, sfruttando con abilità i lati oscuri della coscienza di ogni adolescente (la rivolta contro i padri, contro la società, il desiderio di volere tutto e subito, di bruciare in fretta, ecc.). In questo senso, svolgono ottimamente il compito per cui sono stati creati: fare soldi, arrivare a un pubblico che sia il più ampio possibile.

Certo, il messaggio, la visione che propongono è discutibile:  se una ragazzina di tredici anni vedendo che ho in borsa il dvd di Gomorra ( mi serve per un corso di formazione su come affrontare il problerma mafia a scuola, io non amo quella fiction) mi dice: “Ma come prof! Lei è contro la mafia e vede Gomorra’?” E’ evidente che la fiction lancia un certo messaggio, forse suo malgrado, ed è compito mio e dei miei colleghi destrutturarlo e limitarne i danni.

E’ indubbio che queste serie suscitino una certo senso di disagio, a volte di repulsione in cui è più maturo e conosce la realtà delle cose, e possano suscitare  emulazione o simpatia in chi non ha sufficienti cognizioni storiche per comprendere cosa sta vedendo. Ma è colpa della fiction? E non trasmettendo quelle fiction davvero aiutiamo io ragazzi? Ed è solito compito della scuola fornire strumenti adeguati per contrastare eventuali messaggi nocivi?

Da insegnante, la mia risposta è no. Il problema è che i ragazzi di quell’età non dovrebbero guardare quel tipo di programmi senza i genitori, senza qualcuno che possa dargli la chiave di decifrazione di quelle immagini a volte terribili. Il problema è che se anche non trasmettessimo le fiction, i ragazzi, in certe zone del paese, toccherebbero con mano sia l’assenza dello Stato sia la presenza in carne e ossa della mafia, della Camorra e della ‘ndrangheta. Il problema è culturale ed educativo, riguarda famiglie che sostituiscono la baby sitter con la televisione e non si curano  di quello che i ragazzi possono assorbire vedendo certi programmi, giocando concerti videogiochi o frequentando certe compagnie, il problema è di un dialogo all’interno delle famiglie spesso assente o, nella migliore delle ipotesi, latitante.

Le mafie sono prima di tutto un fenomeno culturale, una forma mentis diffusa a tutti i livelli. ogni volta che qualcuno occupa un posto non suo, che sia quello sull’autobus salendo dalla porta dove si scende, un posto di lavoro ottenuto grazie a una raccomandazione, il passaggio di un’esame tramite una transazione sessuale, ogni volte che consideriamo l’evadere le tasse, cioè un danno alla collettività per il guadagno di pochi, un peccato veniale, ogni volta che accettiamo che pregiudicati parlino di altri pregiudicati in termini favorevoli in prima serata, senza indignarci, rassegnandoci al fatto che non ci si può fare nulla, siamo vittime e collusi della cultura mafiosa, di chi prevarica il prossimo per perseguire il proprio tornaconto personale, incurante delle conseguenze.

Sebbene possa essere d’accordo con il dott. Gratteri che una visione più manichea su prodotti che trattano questi argomenti sarebbe forse opportuna, tuttavia non credo che questo paese abbia bisogno di censura: questo paese ha bisogno di un’informazione seria, di cultura, di onestà e pulizia a livello politico, per avviare quella rivoluzione culturale che porterà alla inevitabile sconfitta delle mafie.

Nessuno diventa mafioso per aver visto una fiction, casomai, bisogna estirpare alla radice i motivi per cui uno diventa mafioso: la mancanza di prospettive, l’assenza di una visione di vita diversa, la latitanza dello Stato, la disuguagliuanza  e l’ingiustizia diffuse, la corruzione impunita.

Comprendo la preoccupazione del dott. Gratteri, la sua richiesta di un maggior senso di responsabilità ma è assurdo chiederlo alla televisione, lo strumento di distrazione di massa che più di tanti altri ha influenzato la politica e la non cultura italiana negli ultimi anni, che ha contribuito in modo determinante a un imbarbarimento progressivo i cui frutti vediamo ogni giorno. E’ come chiedere al ladro di far beneficienza.

La scuola che non vogliamo


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“L’attuale rivoluzione tecnologica deve essere ben gestita se vogliamo ricadute positive sotto il profilo sociale ed economico. Per questo occorre un’evoluzione profonda di tutto il sistema formativo dove conoscenze e competenze sono fondamentali per le sfide globali che ci attendono.

E’ importante governare i cambiamenti e non subirli se vogliamo realizzare un corpo docente competitivo”. 

Sen. Angela  D’Onghia, sottosegretaria al Miur, fonte: Orizzontescuola.

In queste parole sono compendiate tutti i fraintendimenti, gli errori e le sviste  della politica scolastica degli ultimi dieci anni e di quella del governo Renzi in particolare.

Il pensiero che il percorso formativo debba essere sottomesso all’attuale rivoluzione tecnologica, che vadano rivisti modalità e temi dell’insegnamento alla luce dei nuovi strumenti e vada quindi formata una nuova classe di tecno insegnanti al passo con i tempi, è semplicemente aberrante. Corpo docenti competitivo con chi, con cosa?

Qual è l’epistemologia sottesa a questa frase? Perché c’è un mondo dietro, il mondo della narrazione che chi ci governa ci propina da più di vent’anni, un mondo dove tutto funziona alla perfezione e ad emergere  sono i migliori, i più giovani e i più bravi ( la gioventù è condizione irrinunciabile nella narrazione, l’esperienza non conta nulla), un mondo dove la competizione è sempre salutare, un mondo dove chi resta indietro non esiste.  La scuola di questo mondo non è costituzionale.

Manca completamente, in questa visione distorta e parziale, uno dei compiti istituzionali fondamentali della scuola, quello formativo. Manca completamente la scuola come rapporto, il valore umano che fa la differenza, manca la scuola come fucina di valori, manca la scuola come ricettacolo dei problemi sociali, come punto di riferimento in mezzo al deserto.

Profilo sociale ed economico non sempre vanno di pari passo, anzi, negli ultimi anni, l’economia sta distruggendo il sociale in ogni suo aspetto. Asservire la scuola alle logiche aziendalistiche, renderla azienda a sua volta, sarebbe un errore gravissimo e il governo Renzi sembra aver intrapreso esattamente questa strada. Sostituire l’obbedienza allo spirito critico è il sogno di ogni sistema totalitario e un mondo dove le logiche economiche definiscono quelle sociali e politiche, è un mondo totalitario.

La scuola è prima di tutto cultura, uno sguardo sul mondo per trovarne chiavi di lettura, il tentativo di decodificare e smascherare tutto ciò che limita, controlla o cerca di influenzare la nostra libertà di giudizio. Non c’è macchina che possa fare questo, la tecnologia non sostituirà mai un buon insegnante. La scuola deve educare alla bellezza, non a bruciarsi le diottrie dietro uno schermo.

Bisogna educare i giovani insegnanti ad ascoltare i ragazzi, a mettere da parte quanto imparato sui libri e negli osceni corsi di formazione istituzionali, bisogna che comprendano chi hanno davanti, le sue esigenze, il suo linguaggio, che entrino nel suo mondo per aiutarlo a uscire e ad entrare nel mondo reale. Altro che  innovazione tecnologica e corpo docenti competitivo.

Chi scrive non è un luddista, sono un appassionato di nuove tecnologie e credo che, se usate con parsimonia, possano risultare utili nel lavoro. ma si tratta di meri strumenti, come i libri di testo: non possono essere la base di definizione del mio programma didattico né influenzarlo in alcun modo.

Per altro, questa fantomatica tecnologia latita nella maggior parte delle scuole, questi input che arrivano dal ministero sono un vacuo ciarlare di nulla.

Ovviamente i ragazzi vanno educati a un uso intelligente delle nuove tecnologie,  ne devono conoscere le potenzialità e soprattutto, i pericoli. Forse il sottosegretario non sa che mettere tra le mani di un adolescente uno smartphone di ultima generazione o un laptop senza controllo, equivale a farlo giocare con una rivoltella carica. Ed è grave che il sottosegretario non lo sappia, ancor più grave che non lo sappia il ministro.

Prima di governare i cambiamenti è necessario comprenderli, non seguire lo spirito del tempo in modo supino, senza avere idea di cosa si sta facendo. Sarebbe opportuno che pedagoghi, psicologi, filosofi e politici la piantassero di dire cosa la scuola deve essere e cosa non deve essere e lasciassero che a farlo siano gli insegnanti, che la scuola la tengono in piedi, nonostante tutti quelli di cui sopra, e la mandano avanti ogni giorno.

Ultima osservazione: quanto affermato dal sottosegretario entra in contrasto, seppure in limine, con la libertà d’insegnamento. Attenzione, perché è il fondamento della democrazia in questo paese, la conditio sine qua non  per definirci ancora un paese libero.