Il grembiule cambierà la scuola?


Immagine tratta da guamodiscuola.it

 Si sa che il ministro dell’Interno ha l’abitudine di esternare le proprie opinioni su qualsiasi cosa, specie se comportano conseguenze irrilevanti ma d’effetto, le classiche operazioni di facciata.

Parlando a proposito della scuola, si è espresso a favore del ritorno del grembiule alle elementari, perché, a suo dire, attenuerebbe le differenze tra i bambini.

Conoscendo la sua passione per le divise e le sue frequentazioni con gente che si intende dell’argomento, come gli attivisti di Casapound, la sua affermazione non stupisce: l’egualitarismo forzato e apparente è la matrice comune di tutti i pensieri totalitari, non che voglia attribuire al ministro etichette che non gli appartengono: si sa che non pensa.

Ma quello della diseguaglianza è il grande problema taciuto della nostra scuola. E’ sufficiente partecipare a un confronto tra scuole nella stessa città, ad esempio sul bullismo, come mi è capitato qualche giorno fa, per rendersene conto. Le scuole dei quartieri socialmente più elevati hanno tutto: sportello d’ascolto, psicologa, contatti con le agenzie del territorio, dotazioni tecnologiche, perfino dirigenti illuminati. Le scuole di periferia si muovono su altri binari: spesso hanno problemi strutturali irrisolti da anni per l’inerzia di comuni e dirigenti, sportello d’ascolto e psicologi, che servirebbero come il pane, costano troppo, i contatti con le agenzie territoriali sono scarsi, i dirigenti spesso sono reggenti che si occupano solo saltuariamente di quello che accade, la visibilità mediatica di quanto di buono viene fatto è inesistente mentre qualsiasi cosa facciano le scuole dei quartieri migliori trova il suo spazio sui giornali.

Insomma, chi parte avvantaggiato ha di più, chi parte svantaggiato ha di meno e poi ci si stupisce se la scuola non funziona più come ascensore sociale quando non si fa nulla a livello istituzionale per sanare questo divario che è grande all’interno di una singola città e mostruoso quando il confronto si fa tra nord e sud.

Può sembrare naturale: le scuole inserite in un contesto sociale alto saranno frequentate dai rampolli della buona società e, godranno, di riflesso, delle buone relazioni delle famiglie e si sa che le buone relazioni in Italia sono tutto. Così accade che in pieno centro Genova, una scuola goda di privilegi come ad esempio l’organico bloccato, perché dichiarata sperimentale da una quantità di tempo talmente lungo che ormai si può parlare di sperimentazione dell’arco di vita, al contrario le scuole di periferia, per avere organici stabili, devono disputarsi gli alunni con le unghie e con i denti, costringendo gli insegnanti a fare marchette, pardon,
una captatio benevolentiae. con i genitori delle quinte, se preferite un termine più elegante,

Ma di tutto questo il ministro non parla, per lui contano i grembiuli, non attenuare realmente le differenze, non restituire dignità alla scuola, all’istruzione e alla cultura, facendo sì che studiare diventi di nuovo un modo per affrancarsi socialmente.

In questo quadro si inserisce la valutazione degli insegnanti una misera elemosina arbitraria, priva di un qualsiasi quadro normativo, fonte di divisione all’interno delle scuole, semplicemente inutile. Prima di istituire un qualunque sistema di valutazione, normato e chiaro nelle sue linee generali, sarebbe opportuno far partire tutte le scuole dallo stesso punto di partenza, liberarsi dalla retorica dell’eccellenza e dall’esasperazione di una tecnologia fine a sé stessa che serve solo a chi vende a prezzi esorbitanti lim e computer, tornare a concentrarsi sul fare scuola, riprendendo e attualizzando le idee di quei maestri della pedagogia mondiale, Maria Montessori, Danilo Dolci, Mario Lodi, ecc. che abbiamo rinchiuso nel cassetto e dimenticato.

Per non parlare dell’Invalsi, un sistema di controllo demenziale, arbitrario, che non valuta nulla, perché se quel livello di saperi richiesti è facile da raggiungere per scuole del centro, non lo è per quelle di periferia e questo non significa che i ragazzi di periferia siano più stupidì degli altri ma che, nella migliore delle ipotesi, cito il maestro Manzi:” Fanno quel che possono, quel che non possono non fanno” e come tali andrebbero valutati.

Ma di tutto questo non si sogna di parlare il ministro degli interni, che tra l’altro non ne ha titolo, ma neanche il ministro dell’istruzione, la cui ultima esternazione riguarda i compiti per le vacanze, come se un insegnante con vent’anni di scuola alle spalle avesse bisogno di consigli paterni in proposito.

L’apparenza, la facciata, sembra essere la cifra stilistica di questo governo almeno quanto il cambiare tutto per non cambiare nulla (spesso peggiorando) lo è stato del precedente. Chi frequenta queste pagine sa quante volte abbia lanciato strali contro la Buona scuola, il mio non è un discorso ideologico ma di principio: la scuola non interessa a nessuno indipendentemente dal colore politico, se non come facile spot elettorale.

Ovviamente, io non vorrei togliere a chi ha molto per dare a chi non ha, parliamo di scuola, non di tasse, ma dare a tutti lo stesso, occuparsi di ridurre le distanze per poi ripartire su nuove basi.

Indossare un grembiule non rende i bambini tutti uguali, ma farli usufruire in eguale misura del diritto allo studio, sì.

Perché la scuola tace?


Domani si torna a scuola dopo la pausa natalizia e sarà una scuola un po’ più povera di risorse, dopo la finanziaria. Come tutti i governi che l’hanno preceduto, anche questo non si esime dalla macelleria sociale, andando per altro a incidere in modo netto sugli insegnanti di sostegno, quindi sugli alunni che più di altri hanno bisogno di attenzione e di una scuola che offra loro una reale integrazione. D’altronde, dell’attenzione di questo governo verso le fasce più deboli, si è già detto ampiamente in questo spazio.

Ma non sono tanto i tagli alla scuola a irritare quanto il venire meno di quanto promesso e strombazzato in campagna elettorale: la Buona scuola è ancora lì, certo ridimensionata nelle sue parti più odiose, come quella riguardante l’arruolamento, ma soprattutto per l’azione dei tanto vituperati sindacati, non per l’azione di un governo che, a questo riguardo, mostra una totale indifferenza.

Lo si comprende: buona parte dei supporter più accaniti delle due compagini governative non brillano per eloquio, senza contare chi si vanta di non leggere libri e il generale disprezzo per intellettuali e professori.

Quello dell’analfabetismo funzionale, dell’infimo livello culturale generale , è uno dei grandi problemi taciuti del nostro paese e bisogna dare atto a Renzi di aver cercato di trovare una soluzione: l’ha fatto male, spendendo molto e malissimo, ma è stato l’unico, negli ultimi vent’anni, che ha provato a riformare e riorganizzare la scuola italiana in modo da aumentarne l’efficienza.  Peccato si sia affidato alle persone sbagliate per scrivere la sua riforma, che pure conteneva spunti interessanti che avrebbero potuto, se sviluppati, portare a un ben altro esito.

Mi chiedo cosa facciano oggi i contestatori della Buona scuola di ieri, tra cui ha militato anche il sottoscritto, perché non ho la percezione di una analoga levata di scudi verso un governo che è tornato a tagliare i fondi per la scuola in modo sensibile, che non ha mantenuto nessuna delle sue promesse riguardo gli arruolamenti, che non ha messo mano al problema del precariato, che non si sogna neanche di riformare i programmi scolastici o la governance della scuola. Prima bisognerebbe spiegargli il significato di questi termini.

Davvero, dopo l’iper attivismo di Renzi, vi va bene questo nulla? Davvero preferite un ministro che vi dica quando dovete o non dovete assegnare i compiti e un altro che condanna pubblicamente il laicismo della scuola?

C’è un altro problema che mi assilla ancora di più: il clima di intolleranza e razzismo dilagante, la violenza verbale   sdoganata a ogni piè sospinto, chiedono, a chi svolge il lavoro di insegnante un impegno supplementare. In cattedra, ogni mattina, diamo forma e voce alla Costituzione, e i valori della costituzione non sono quelli si respirano oggi. Abbiamo, avremo il coraggio di continuare a portare avanti questi valori? Avrete voi, cari colleghi che avete votato il nuovo, la coerenza e la professionalità di parlare a chi vi trovate di fronte di accoglienza, solidarietà, del dovere civile di contrastare ogni forma di discriminazione senza giustificare o minimizzare quanto accade ogni giorno nel paese? Avrete la coscienza di dare risposte chiare alle domande che i ragazzi ci pongono quotidianamente?

Perché su questo si gioca il futuro della scuola e del paese, sulla necessità che un presidio di democrazia fondamentale continui a funzionare indipendentemente da chi comanda, per portare avanti i valori costituzionali. Non significa fare politica a scuola, anche se fare scuola è una delle azioni più politiche che esistano, ma questo sarebbe troppo complicato da spiegare agli attuali governanti, si tratta di svolgere con coscienza il proprio lavoro.

Il lavoro ben fatto è l’unica arma che possediamo per opporci alla violenza che impregna l’aria, e sarà bene che ce ne ricordiamo tutti, prima che sia troppo tardi.

Danilo Dolci, Chissà se i pesci piangono. Appunti per una scuola nuova.


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Danilo Dolci, Maria Montessori, Gianni Rodari, Mario Lodi, sono solo alcuni dei nomi di una straordinaria stagione della pedagogia italiana, educatori che idearono e misero in pratica un nuovo modo di fare scuola, diverso, innovativo, straordinario, diretto agli ultimi, secondo la logica che nessuno doveva restare indietro, fedeli al detta to costituzionale che recita che la scuola deve fornire a ognuno la possibilità di sviluppare le proprie capacità.

Viene tristezza, pensando a come la scuola pubblica italiana negli ultimi anni sia stata delegittimata,soffocata,umiliata,destrutturata,devastata, anche solo a pronunciare questi nomi. Sono la testimonianza che un altro mondo è possibile e sappiamo come questo slogan sia finito in cenere nel 2001, come finisca in cenere ogni giorno, basta leggere le pagine dei giornali.

Danilo Dolci in Sicilia fece quello che ha tentato di fare il sindaco di Riace: dare voce a chi non ce l’ha, partire dal basso per cambiare le cose. Combattendo per il riscatto sociale e l’autodeterminazione dei poverissimi contadini siciliani, si schierò in modo naturale, ovvio, contro la mafia e il suo fu il primo, e probabilmente, l’unico vero movimento di antimafia civile che non si manifestò in conferenze, belle parole e frequentazioni di salotti borghesi ma in fatti, come la costruzione della diga dello Iato, arrivata dopo le famose marce guidate da Dolci, che venne arrestato e processato. A sua difesa, intervennero i nomi più importanti della cultura europea e venne candidato al premio Nobel per la pace. Un eroe civile oggi quasi dimenticato, non fosse per la fondazione che porta il suo nome e per il figlio Amico, che continua il suo lavoro.

Aveva capito, Dolci, che la mafia si combatte a fianco di chi ne subisce i soprusi, partendo dal basso, da quelli senza voce, sdradicandone le radici dove attecchiscono più profondamente. Una lezione che appare oggi dimenticata da chi pretende di contrastare la mafia a parole, partendo dall’alto e non ha capito che si deve estirparne le radici, sporcandosi le mani, andando a parlare con gente delle periferie, nei non luoghi delle nostre città.

Aveva compreso la necessità di un nuovo impegno educativo, di una scuola diversa da quella borghese per i borghesi, istituzionale. Anticipando le idee dei sociolinguisti americani, aveva intuito che era necessario trovare modalità espressive differenti, farsi comprendere da chi non aveva adeguati strumenti per farlo, far emergere dall’interno di ognuno la motivazione a educarsi, emanciparsi. Dolci parlava di competenze prima che questo termine diventasse di moda e venisse privato del suo significato, diventando una vuota formula burocratica.

Questo libro è la cronaca commossa e straordinaria della nascita del Centro educativo di Partinico, un miracolo pedagogico che, purtroppo, non ha avuto seguito. Perché dell’insegnamento di tutti quei nomi citati in apertura, ben poco rimane nella nostra scuola sempre più elitaria, classista, borghese, con docenti stanchi, oppressi dalla burocrazia e da un’ostilità diffusa da parte di chi, per primo, dovrebbe stare al loro fianco, mi riferisco a dirigenti trasformati in amministratori, meri esecutori di circolari, e famiglie sempre più ostili e litigiose.

Importava a tutti di quella scuola e tutti contribuirono a crearla, perchè Dolci li aveva convinti che era la battaglia più importante, che dalla scuola si parte per costruire un paese civile ed equo. Oggi quella lezione, quelle parole, suonano quasi ironiche a contemplare lo sfacelo in cui versa l’istruzione pubblica.

La colpa è anche nostra: siamo diventati insegnanti, gente che mette una firma e ci siamo dimenticati di essere professori, gente che fa il bene del prossimo, per citare una delle ricerche di significato tanto care a Dolci.

La colpa è anche nostra, siamo una categoria di ossessivi compulsivi, poco inclini a sperimentare, anche perché non incoraggiati da nessuno a farlo, rassicurati da una ritualità didattica che ha perso di senso. Ma non è sempre stato così.

La scuola di Dolci è una scuola condivisa da tutti i suoi attori, una scuola che diventa un fertile terreno di crescita, colorata, gioiosa, partecipata, una scuola dove non ci sono ultimi e ognuno può scoprire e seguire le proprie inclinazioni, una scuola che attraverso la maieutica, il metodo di Dolci, si fa pensiero critico, riflette sul mondo non per assuefarsi alle sue dinamiche ma per modificarlo, una scuola basata sul reciproco adattamento creativo dove insegnanti e alunni si reinventano quotidianamente, in un continuo mettersi in gioco.

Questo libro ricorda a ogni insegnante che non è sempre stata routine, che si può tentare di trovare nuove strade, che abbiamo il dovere morale di trovarle soprattutto oggi, mentre attorno a noi avanza a passi veloci il deserto etico. Perché quello che accade attorno a noi ci riguarda e abbiamo il dovere di provare a cambiare le cose.

Questo libro racconta una storia di impegno civile autentico, sul campo, del faticoso tentativo di cambiare lo status quo, andando contro tutto e contro tutti, anzi, a favore di tutti, che poi è quello che dovrebbe fare la scuola, ogni giorno.Una storia di coraggio e di amore. di ricerca e fatica. Una storia che merita di essere ricordata, studiata, rinnovata.

L’ho letto con gioia ed amarezza, con la consapevolezza di dover fare di più, di non riuscire a fare mai abbastanza. Questo libro insegna che la scuola è liberazione, il regalo più grande che possiamo fare ai nostri ragazzi.

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Lettera al ministro Bussetti: sulla scuola e il suo senso.


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Egre.gio Ministro Bussetti.

finora si era tenuto distante dalle esternazioni demenziali dei suoi sodali di governo e aveva mantenuto un apprezzabile basso profilo, da persona di scuola qual è.

Mi ha quindi lasciato basito la sua affermazione  riguardo al fatto che a scuola non si deve fare politica.

Lei è laureato in Educazione fisica, quindi non la tedierò con affermazioni filosofiche né perderò tempo a spiegarle che la sua affermazione è politica e invita la Scuola a  prendere una posizione politica. 

Io credo sia importante, oggi più che mai, usare le parole nel modo giusto, restituirgli la dignità che meritano, perché noi siamo le parole che diciamo e la forma è sostanza.

Se lei voleva dire che non si devono plagiare né indirizzare i ragazzi verso una determinata fazione politica, sono d’accordo; personalmente non amo vedere i bambini alle manifestazioni. Ma quello non è fare politica, è svolgere male il proprio lavoro, non essere professionali ed essere irresponsabili, esattamente come sono irresponsabili, poco professionali e inetti molti dei suoi sodali al governo.

In caso non intendesse questo, la invito a rimettere il suo mandato, perché non sa cosa significa fare scuola.

Se c’è un ambito in cui si “fa” politica, nel quale il dettato costituzionale diventa prassi, è la scuola e se la scuola non si immerge nella realtà con spirito attento e critico, perde il suo significato e la sua funzione sociale. Se dovessimo limitarci a tramettere nozioni e non valori, sarebbe sufficiente wikipedia, quella su cui si sono acculturati, con esiti a dire il vero imbarazzanti, molti dei suoi colleghi di governo.

Un insegnante deve formare teste pensanti, pensanti con la propria mente, giovani uomini e donne in grado di esercitare lo spirito critico e fornire un contributo attivo alla società. Per fare questo la scuola non può esimersi dal “fare” politica.

Come si può spiegare, secondo lei, il novecento senza la contrapposizione tra capitalismo e comunismo? Come si può parlare dei Promessi sposi senza illustrare la situazione politica dell’Italia  nel seicento e al tempo di Manzoni? Oppure pensa che si debbano saltare fascismo e nazismo, le lotte operaie, la Resistenza?  La libertà d’insegnamento prevede che si possa scegliere quali parti del programma svolgere e quali no, su cosa soffermarsi di più e su cosa di meno e fare sì che questo processo non venga svolto sulla falsariga di quello che fanno i nostri quotidiani, disonestamente e dilettantisticamente, dipende dalla professionalità degli insegnanti, che è altra cosa rispetto al ruolo della scuola. Inoltre, nel corso della loro carriera scolastica, i ragazzi incontreranno insegnanti con opinioni diverse e potranno così valutare, riflettere, criticare o trovarsi d’accordo. Il pensiero unico a scuola costituisce ossimoro.

Comincia  a rendersi conto dell’enorme bestialità che ha detto?

Ministro, le parole sono importanti, pesano come sassi, restano nella memoria, la gente oggi le ripete come un mantra. La scuola non ha bisogno di legacci, di ulteriori pressioni. Ha letto le statistiche sul fallimento della scuola come ascensore sociale? Io vado oltre: la scuola sta fallendo, punto e basta. Non riusciamo più a far fronte a una situazione sociale devastata, all’ignoranza dilagante, alla mancanza di una politica culturale seria, alla tv spazzatura e alla manipolazione delle informazioni. E mi viene a dire che non devo fare politica? Invece di spingere per potenziare i servizi sociali, aumentare i fondi d’Istituto, firmare il nuovo contratto, rivedere i programmi, assumere uno psicologo in ogni scuola per far fronte a una vera emergenza sociale, mettere in sicurezza gli edifici, lei se ne esce con queste bella pensata?

Non ho mai fatto mistero delle mie opinioni ai ragazzi, dicendo che erano mie, mutuate dalla mia personale storia, dai miei studi, dal mio percorso di vita e che non erano per questo giuste, solo personali. Dico anche loro di parlare con i genitori, di confrontarsi sulle cose che accadono, di leggere il più possibile,  soprattutto di documentarsi perché, come ho imparato dalla mia splendida maestra il primo giorno di scuola, “ciò che non sai di tua scienza, in realtà non sai”. (E’ Brecht, lo aboliamo?). Non credo per questo di essere un cattivo insegnante, cerco di svolgere al meglio il mio lavoro, per cui sono pagato poco e male, e se ci riesco, saranno i ragazzi a dirlo. Per me conta solo il loro giudizio. perché è per loro che lavoro.

La scuola dovrebbe essere una palestra della mente, una terra di nessuno al di fuori del vociare quotidiano dove si insegna a decifrare le voci del mondo, a esercitare il libero arbitrio, a stare insieme e ad ascoltare cosa ha da dire l’altro. Dove si insegna a cooperare e a riconoscere noi stessi nell’altro, di qualunque colore sia e forse è questo a dare fastidio ai suoi colleghi.

Il tipo di scuola che avete in mente voi non è apolitica, cosa impossibile, è monocolore: ci ha provato Giovanni Gentile, il più brillante dei nostri filosofi del novecento, che ha pagato di persona l’aver provato a fare del pensiero prassi. Era una scuola orribile quella gentiliana,, classista, escludente, tetra, abbastanza simile a quella uscita dalla riforma renziana, con il potere in mano a uno a scapito della collegialità, la premialità per chi lavora tanto e gratis e fa quello che dice il capo, ecc.  Eppure, anche quella riforma balorda, conteneva del buono, eppure, al vostro confronto, Faraone, che l’ha scritta (malissimo), si staglia come un gigante.

Lasciateci lavorare in pace, Ministro, non nominateci: lasciateci ancora uno straccio d’illusione di servire a qualcosa. Lasciate che la scuola resti una terrà di nessuno, dove il confronto sia civile e sereno, al contrario della canea quotidiana a cui siete abituati. Tanto le promesse elettorali sono già lettera morta, come sempre.

Ma riflettete sul fatto che oggi la scuola funziona solo per i ricchi: è il tradimento più doloroso della Costituzione, è il risultato finale del saccheggio continuo fatto ai nostri danni  in questi anni, è un deficit di civiltà e spiega  molto di questo paese.

Per favore, torni a mantenere il suo basso profilo da burocrate e,se non ha nulla da dire, taccia. Ma tenga conto che anche quella è una decisione politica.

Quando a scrivere di scuola è qualcuno che non sa cos’è la scuola


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Chioso un  articolo abbastanza esilarante di  di tale Chiara Saraceno, editorialista di Repubblica,.che parla della riapertura delle scuole inanellando una serie di idiozie abbastanza rare anche per un giornalista.

Cominciamo, l’articolo è tratto da Repubblica on line di oggi:

….Sarebbe legittimo aspettarselo, dopo tre lunghi mesi di vacanza in cui i bambini e i ragazzi sono stati affidati alle risorse, di tempo e finanziarie, delle loro famiglie, anche allargate – quanti nonni “in carica”, in città e nei luoghi di vacanza, a luglio e poi di nuovo a fine agosto-primi di settembre – con l’effetto di acuire le disuguaglianze sociali tra loro nei tipi di esperienze che possono fare e che possono contribuire al loro sviluppo cognitivo, estetico, relazionale.

La geniale autrice parla dell’organizzazione della scuola, come sempre critica all’inizio dell’anno scolastico. Quindi passare le vacanze con i figli, per l’editorialista, non solo è uno spreco di tempo e risorse finanziarie per le famiglie, ma avrebbe anche l’effetto di acuire le disuguaglianze sociali nei tipi di esperienze che possono fare. Mi viene da pensare che la dotta giornalista rimpianga le colonie estive di gentiliana memoria, che non abbia consapevolezza del fatto che le disuguaglianze sociali esistono a prescindere e anzi, forse la scuola è l’unico luogo in cui, per un breve periodo della vita, si attenuano, che il tempo passato dalle famiglie con i figli è sempre minore e i risultati, chi fa il mio mestiere, li vede ogni giorno.

Bontà sua, la geniale continua: “In questi tre lunghi mesi, gli insegnanti e il personale della scuola e del ministero hanno legittimamente goduto di meritate vacanze. Ma una parte avrebbe dovuto essere utilizzata per preparare, appunto, il rientro“.

Primo: gli insegnanti non fanno tre mesi di vacanze perché chiudono il trenta giugno e rientrano il primo settembre, appunto per preparare il rientro. A meno che, la geniale, non voglia anche accollarci il lavoro burocratico che non è di nostra competenza. Quindi due mesi di vacanze, e tenuto conto che anche gli  inse  gnanti hanno figli, cosa che la geniale forse ignora, i tempi reali di recupero sono ancora minori.

Invece, al momento della riapertura delle scuole, qualche cosa manca sempre a ogni livello organizzativo. Tra diritto degli insegnanti di ruolo a chiedere il trasferimento ad altra sede fino all’ultimo minuto, assunzioni ritardate che a loro volta innescano possibili rinunce e richieste di trasferimento, ricorsi vari, appalti per le mense non completati, lavori di adeguamento edilizio non fatti per mancanza di finanziamenti o perché avviati in ritardo e così via, non solo il primo giorno di scuola, anche tutta la prima settimana, se va bene, inizieranno a tempo ridotto.

Concentrare tante stupidaggini in un poche righe è un esercizio di alto virtuosismo. Primo gli insegnanti di ruolo chiedono trasferimento a Febbraio- Marzo e sanno già a fine Giugno se l’hanno ottenuto, assunzioni ritardate non possono essercene perché entro il 31 Agosto devono essere completate e gli esuberi si conoscono a Giugno, non so a che ricorsi si riferisca, ma sono un diritto che va rispettato, gli appalti per le mense sono esterni e non hanno nulla a che fare con gli insegnanti,i lavori edilizi devono essere avviati dai comuni, proprietari degli edifici e anche qui, le scuole non c’entrano nulla, si tratta di inadempienze della macchina burocratica dello Stato. Non è vero che tutte le scuole iniziano a tempo ridotto, molte cominciano già con l’orario definitivo dal primo giorno, quanto a quelle che cominciano a tempo ridotto, mi spieghi la geniale come fare scuola senza personale.

Ci si aspetta che i genitori prendano un permesso ogni volta che c’è un’assemblea di classe o ricevimento degli insegnanti, o quando devono andare a firmare il diario dei figli: il tutto sempre in orario scolastico. Ma ci si aspetta anche che le famiglie facciano fronte quando l’organizzazione scolastica non funziona come dovrebbe.

Altra sequela di idiozie della geniale. Gli unici appuntamenti con i genitori in orario scolastico sono i ricevimenti singoli, opzionali e, spesso, disertati. Tutti gli altri appuntamenti si svolgono in orario extrascolastico proprio per permettere ai genitori che lavorano di partecipare.

è la scuola che deve far fronte alle proprie responsabilità nel tempo che le spetta. Anche questa assunzione di responsabilità fa parte del rapporto educativo.

Informo la geniale che la scuola cerca, nonostante tutto, di far fronte alle proprie responsabilità che sono didattiche ed educative, e ci riesce anche, a volte.

Che Repubblica pubblichi una simile sequenza di scempiaggini, è un segno di decadenza di quello che una volta era un giornale che faceva informazione. Che lo faccia dalla dalla parte di chi, con la Buona scuola, ha amplificato il caos burocratico e organizzativo, è vergognoso. Che l’articolo tenda a deresponsabilizzare le famiglie, famiglie che spesso si deresponsabilizzano abbondantemente da sole, specie in certe realtà che certamente la geniale non conosce, sfiora l’oscenità.

Sarebbe forse il momento di cominciare a far scrivere di scuola persone competenti, che conoscono quanto sacrificio, fatica e impegno costi a tutti i suoi componenti portare avanti quello che è, lo ricordo, un presidio irrinunciabile di democrazia.

Ne abbiamo pieno le tasche di radical chic che pontificano sul nulla, la Scuola pretende rispetto.