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La fine della scuola


Oggi ultimo giorno di scuola e giorno di scrutini. Compiliamo le pagelle con i colleghi e scuotiamo la testa pensando a questa idiozia di dover segnare forzosamente come 6 anche le insufficienze, di dover commettere, per volontà ministeriale, un falso in atto d’ufficio. Ipocrisia, falso rigore, atteggiamento di facciata: questa è la burocrazia scolastica oggi. Presiede lo scrutinio la vice preside, perché il comprensivo più grande di Genova, situato in quartiere critico per molti aspetti, non ha un dirigente. O meglio lo ha, l’hanno costretta a dimettersi dal suo incarico in provveditorato e a venire a dirigere la nostra scuola. Peccato che lei non lo voglia fare e si sia messa in malattia. Così siamo soli, come sempre. Il prossimo anno? Se verrà accettato il ricorso dell’attuale dirigente, la scuola potrà essere assegnata in reggenza, cioè ad un preside che ha già un’altra scuola e non potrà, con tutta la buona volontà, garantirci una dirigenza come quella che servirebbe, altrimenti ci sarà di fatto una vacanza dirigenziale fino a quando, a Dicembre, l’attuale dirigente andrà in pensione. Nel frattempo faremo da soli, come capita spesso. Questo nel comprensivo più grande di Genova, materne, elementari e medie, tutto questo sulla pelle dei ragazzi. Non sono tutti belli i nostri ragazzi, alcuni hanno già subito ingiustizie che alla loro età non dovrebbero subire, molti vengono da lontano e sentono sulla pelle il vento del razzismo, altri risentono dei problemi delle loro famiglie: la scarsità di lavoro, le separazioni, spesso la povertà. Non sono belli, non hanno potere contrattuale. Non gliene frega niente alla burocrazia scolastica di loro, non gliene frega niente alla dirigente, al provveditorato, al ministero, ecc.ecc.  Sono numeri, come sono numeri le maestre, i professori, ecc. Numeri possibilmente da depennare, costi morti, non produttivi.

Leggo sui portoni delle case volantini che inneggiano a Don Valentino, il prete che ha parlato contro gli zingari, diventato suo malgrado un eroe per i razzisti, i leghisti, e gente di quella risma. La scuola è necessaria in questo quartiere, la scuola è un presidio civile importantissimo, la scuola è Fort Apache. Ma non gliene frega niente a nessuno. Abbiamo lavorato insieme alle maestre quest’anno. A volte ne incrocio qualcuna per strada, con i bambini, ci salutiamo con un sorriso, la gente che ama il proprio lavoro e lo fa con coscienza si riconosce dopo due secondi nel nostro ambiente, e si è simpatica. Penso alla fatica che fanno le maestre, a come certi problemi che, quando arrivano alle medie, esplodono, cominciano a crescere alle elementari. So che li vedono, se ne accorgono e non possono farci niente. Come noi. Viviamo la stessa frustrazione, lo stesso opprimente senso d’inutilità, la stessa rabbia. Ma a nessuno frega niente nè delle maestre, nè della loro rabbia, nè dei professori. A nessuno frega niente neppure della sicurezza dei bambini e dei lavoratori. Abbiamo classi strapiene che contravvengono a tutte le norme antincendio e a tutte le norme igienico sanitarie. Ma non gliene frega niente. Alla burocrazia scolastica importa solo che non ci siano ricorsi, perchè i ricorsi sono fastidiosi. Gli importa solo che mettiamo sei sulla pagella anche quando è quattro, compiendo un falso in atto d’ufficio. Ipocritamente, non è legalmente un falso: il consiglio decide di alzare il voto per non bocciare il 90% degli alunni. Così la responsabilità è sempre nostra, loro, i Ponzio Pilato del ministero e di via Assarotti se ne lavano le mani. Sempre.

La scuola è questa, signori, un ambiente kafkiano, dove l’assurdità e l’incompetenza di chi dovrebbe dettare le linee sono la legge, dove le responsabilità sono sempre e solo di maestre e professori, dove chi comanda ha sempre ragione. Dove chiunque pontifica e trova soluzioni senza essere mai entrato in una classe e senza sapere di cosa cazzo sta parlando. Sui giornali accade quasi tutti i giorni. Il quotidiano di Genova è specializzato nello sparare idiozie sulla scuola senza capire di cosa parla.

La mia scuola è un ambiente ideale per l’idea di scuola di questo governo: da noi i poveracci, la carne da lavoro, quelli che poi votano anche a sinistra, nelle asettiche scuole private (asettiche a spese nostre), i figli dei ricchi, quelli tutti belli, quelli che vanno avanti sempre e comunque, quelli che non falliscono mai. Le famiglie del Mulino bianco. Io gli darei fuoco ai mulini bianchi. All’ora della colazione.

Oggi è l’ultimo giorno di scuola. E’ passata una legge che limita fortemente la libertà di stampa. Non so se, tra qualche settimana, potrò più esprimermi liberamente in questo spazio. Non so se il prossimo anno potrò insegnare quello che ritengo giusto ai miei alunni. Non so se è finita la scuola o se è la fine della scuola. Perchè se continua così, se continuano a farci a pezzi, a umiliarci, a costringerci a lavorare male e pericolosamente, molti getteranno la spugna e smetteranno  di dare di più, smetteranno di considerare questo mestiere un servizio, smetteranno di considerare i ragazzi per tre o per cinque anni i “loro” ragazzi, di dannarsi l’anima per aiutarli, di passare ore e ore non pagate a trovare nuove soluzioni. Semplicemente molti  cominceranno a considerare questo solo un lavoro. Quel giorno, sarà veramente la fine.

Liberi nella rete


Una soluzione possibile ai problemi enunciati nei due articoli precedenti, un possibile nuovo modo di intendere la politica è quello tracciato da Beppe Grillo. Io non approvo molte delle cose che dice tuttavia lo ritengo onesto e convinto delle sue ragioni. Lo spunto più importante del suo programma, quello che un politico moderno dovrebbe prendere come suggerimento operativo, è sicuramente l’importanza che attribuisce alla rete. Internet, che ci piaccia o no, è il futuro dell’informazione. La carta stampata è anti ecologica e poco pratica, oltre che costosa, l’informazione elettronica è a costo zero o quasi ed è accessibile immediatamente. Lo scontro è impari ed è perso in partenza.Le notizie dei giornali sono già vecchie,il giorno prima abbiamo già letto tutto on line. La politica, fino adesso, non ha compreso le potenzialità della rete anche se il successo dell’esperimento di Santoro, Rai per una notte, ha fatto aguzzare le orecchie a qualcuno. Già negli Stati Uniti è accaduto qualcosa di molto importante, Obama è riuscito a  presentarsi come candidato e a vincere grazie anche al tam tam elettronico, all’uso scientifico e intelligente di Internet.  Gioca a nostro sfavore  il fatto che l’Italia, non credo a caso, sia agli ultimi posti per quanto riguarda l’alfabetizzazione informatica; l’assurda tassa inserita recentemente che eleva il prezzo dei supporti informatici per compensare i danni della pirateria, non aiuterà certo a scalare posizioni. La squallida comparsata del re nano su Facebook dimostra però che qualcosa si sta muovendo, che il nemico ci ascolta e vuole introdursi nel nostro terreno. Il nostro paese è una gerontocrazia ma la massiccia immigrazione abbasserà  presto o tardi l’età media e con una popolazione più giovane chi vorrà ottenere il consenso dovrà inevitabilmente fare i conti con la rete. Il re nano, che presume di essere immortale, questo l’ha capito e ha cercato di fare un passo, maldestro, nel futuro.  Si sono già verificati episodi importanti, manifestazioni piuttosto numerose bandite via facebook, bombardamenti di e-mail contro provvedimenti legge iniqui, filmati che hanno smascherato  ignobili sceneggiate, ecc.ecc.

La natura stessa dell’informazione contemporanea fa di internet il suo vettore privilegiato, uno strumento potente e sofisticato, un’arma mediatica di informazione di massa per chi ha sufficiente cervello e spirito d’iniziativa. Esistono studi autorevoli che prevedono che nell’immediato futuro Internet sarà il principale vettore d’informazioni. Con i nuovi media nascono però anche nuovi problemi. Questo blog è una modesta testimonianza di quella che gli anglosassoni chiamano personal information, cioè un commento, un elzeviro, un fondo fatto da un singolo, non legato a nessuna struttura di potere se non per convinzione personale. Il rischio è che, invece di cercare la verità, in rete ognuno possa trovare la verità che vuole, confezionata a proprio uso e consumo da chi la pensa come lui. Qui dovrebbe subentrare la scuola e in particolare lo sviluppo e l’educazione dello spirito critico, fondamentale per discernere il grano dal loglio nel mare magnum della rete. Ricordate le famose tre i della Moratti? Scomparse, tagliate dalla scure del ministro del tesoro. La dotazione informatica della scuola italiana è penosa: computer obsoleti, connessioni che spesso non funzionano o per cui non si rinnova l’abbonamento, dotazioni totalmente insufficienti rispetto al numero di alunni. Per non parlare di molti docenti che considerano internet uno strumento del demonio. Invece lo Stato continua a organizzare mangiatoie straordinarie, come quella delle lavagne multimediali o Lim, strumento straordinario sulla carta, in realtà inutilizzabile in modo massiccio, costosissimo, inquinante, fragile e di difficile manutenzione. Allo stesso costo, se non a costo minore, si sarebbero potute dotare intere classi di computer portatili o di ebook reader che sostituissero i libri di testo, invece di dotare poche scuole privilegiate di uno strumento in pratica inutile . L’unione letale tra una classe politica corrotta e incompetente e un classe docenti pigra e poco stimolata ad aggiornarsi, porta allo sfacelo attuale della scuola italiana. Io penso che se vogliamo capire i ragazzi che abbiamo davanti, se vogliamo entrare in empatia con loro, dobbiamo capire il loro mondo, le loro passioni, quello che li attira e internet è imprescindibile a questo scopo. Ovvio che il sistema non permetterà mai l’ampia diffusione di un mezzo che potrebbe incrinarne la struttura dall’interno. Pensate a un consiglio comunale trasmesso in tempo reale su web, pensate se davvero tutti potessero usufruire contemporaneamente del diritto di assistere a consigli comunali, regionali, ecc., pensate alla democrazia in tempo reale, costituirebbe una vera e propria rivoluzione, in pochi mesi potremmo passare da elettori inconsapevoli a elettori consapevolissimi. La rivoluzione corre sul filo, dunque? Forse non la rivoluzione ma la democrazia sicuramente sì. I blogger stanno facendo molto per la tenuta democratica di questo paese, denunciando, informando, analizzando le notizie, scoprendo spesso il muro di gesso dietro cui si nascondono i veri nodi delle questione. Prendete in questi giorni l’esame della legge finanziaria: mentre sui quotidiani ufficiali si parla della necessità ineluttabile di questi provvedimenti, sul web corre la protesta della scuola, si svelano i retroscena della legge, i veri costi sociali, si propongono soluzioni alternative migliori e meno inique (ad esempio l’eliminazione del parco di auto blu più grande del mondo), in parole povere si informa correttamente. In modo artigianale, autarchico, discutibile ma sicuramente più sincero, più vero, più immediato della paludate agenzie di stampa ufficiali. Tam tam tramite internet, convocazione di persone dapprima  per manifestazioni su problemi pratici, risolvibili, sensibilizzazione sui problemi più grandi, ad esempio quella della privatizzazione dell’acqua, organizzazione di una protesta capillare, costante, nuova. Non c’è bisogno di uno sciopero per bloccare la scuola, basta parlare per una settimana di diritti civili in classe,raccontando del g8 e dei respingimenti ad esempio, basta sputtanare giorno dopo giorno ministri, sottosegretari, burocrati, e così via, elencando ogni stupidaggine, ogni provvedimento idiota o semplicemente leggendo le circolari. Forme di protesta nuove per un mondo nuovo. I primi a doversi aggiornare dovrebbero essere i sindacati ma hanno lo stesso problema del loro antagonista: strutture vecchie gestite da vecchi. Eppure la strada è tracciata. Grillo ha in mente, forse senza saperlo, il modello della polis e internet non è altro che  un aggiornamento di quel modello. Cos’è la democrazia reale se non uno spazio di libera discussione, dove opinioni e soluzioni possono essere discusse e trovate collettivamente? Ovviamente non è tutto rose e fiori: l’alto consumo di pornografia, le mode come facebook e twitter che limitano le comunicazioni allo scambio di buffi pupazzetti animati, l’inconsistenza delle chat, sono sintomi di incomunicabilità nell’era della comunicazione, segnali della paura di esporsi, di profonde insicurezze. Torniamo sempre alla scuola, perchè la cultura di un paese, la vitalità di una nazione è data dalla sua scuola. O si torna a restituire alla scuola la dignità educativa e l’importanza che riveste, a considerarla assolutamente strategica per lo sviluppo e per il futuro della nazione, oppure tutti questi discorsi sono inutili. La scuola può e deve prendersi l’onere di guadare avanti e di educare i ragazzi al futuro. Solo in questo caso domani o dopo, internet potrà davvero diventare un potentissimo strumento di democrazia, uno strumento autenticamente rivoluzionario. Cercheranno di ingabbiarla, cercheranno di imbavagliarla, ma è come cercare di ingabbiare il mare. Solo un potere stupido e ottuso può credere di riuscirci. Appunto.

Cercando una risposta


Riprendiamo da dove ci siamo interrotti ieri. La macelleria sulla scuola pubblica non è casuale, non è dovuta alla situazione greca,che ha detto serafico ieri sera Tremonti, ma è probabilmente l’unica scelta programmatica a lungo termine che questo governo abbia mai fatto. In una società dove a comandare è il capitale, le menti libere non sono a ben accette a meno che non siano disposte a vendersi. Quel valore umano che si trova nella scuola di cui parlavamo ieri è assolutamente insignificante per un sistema in cui chi non ha basi culturali a sufficienza può essere sfruttato molto più facilmente e chi le ha può essere comprato altrettanto facilmente. E’ per questo che il ministro della pubblica istruzione non comprende, ad esempio, che il maestro unico, in questa società sempre più complessa e problematica, è un assurdo anacronismo: perchè al ministro e al governo in generale, dell’affetto, della cura, dell’attenzione che le maestre prodigano a ragazzi con cumuli di problemi sempre maggiori, non può importargliene nulla. Nella logica mercantilistica del sistema in cui viviamo, la scuola deve limitarsi a insegnare, insegnare nel senso di programmare perfetti futuri consumatori da inserire nell’ingranaggio. L’insegnante o la maestra che fanno la differenza non solo non sono incentivati, ma sono sgraditi. Facciamo un quiz: quando verrà inserito il merito nella valutazione degli insegnanti secondo voi chi verrà premiato? Quelli che si dannano l’anima per tirare un ragazzo fuori dai guai o quelli che hanno il registro a posto? Quelli che sperimentano nuovi modi di insegnare mettendosi in gioco e rischiando anche la propria credibilità, o gli imbrattacarte? le teste pensanti, (ci sono persone preparate perfino tra gli insegnanti, diceva Benedetto Croce,) oppure i servi? Conoscete già la risposta che non è scontata perchè siamo governati da una banda di cialtroni ma perchè viviamo in questo sistema. Cambiato l’ordine dei fattori, il risultato è il medesimo. Non a caso la distruzione della scuola pubblica è cominciata con un governo di centrosinistra. Non a caso si incentivano le scuole private, in particolare quelle cattoliche. La Chiesa cattolica è la più formidabile indottrinatrice che la storia abbia creato e diventa quindi un prezioso alleato per un governo che ha aumentato i finanziamenti alle scuole private e mantenuto i privilegi che prima Mussolini e poi Craxi avevano assicurato al vaticano. Un collega della scuola privata ha obiettato qualche tempo fa che il governo risparmia risorse incentivando il privato. Vero. Peccato che i colleghi delle scuole private vengano spesso indegnamente sfruttati e che la scuola pubblica sia un settore strategico dove lo Stato non è tenuto a risparmiare.

Lasciamo per il momento la scuola e continuiamo la nostra analisi della società.

La propagazione dell’informazione tramite pubblicità di cui abbiamo parlato ieri, fa sì che i messaggi siano volatili, effimeri, evanescenti, che non ci sia una struttura di pensiero consolidata a cui fare riferimento. Gli stessi discorsi del nostro re nano sono capolavori di inconsistenza, elucubrazioni di un Cicerone in stato di alterazione mentale, grossolani deliri di un commesso viaggiatore. Questa situazione genera smarrimento nelle persone che hanno bisogno di riferimenti semplici, direi totemici, a cui fare capo. E’ a questo punto che entrano in campo i fondamentalismi. Il fondamentalismo, religioso o politico che sia, non è altro che l’ignoranza eletta a sistema, con la malafede come fondamento epistemologico. Il fondamentalismo parte da una presunzione di eccellenza che vediamo spesso espressa dalla nostra classe politica. Ricordate quando Berlusconi proclamò giulivo la superiorità dell’Italia sul mondo arabo? Non ricordate invece, perchè probabilmente le rimuovete come faccio io, le balordaggini di Bossi e co., abilissimo a usare il fondamentalismo come arma, assolutamente spregiudicato nel passare dalla fede nel dio Eridano a quella nella Chiesa senza soluzione di continuità e per puro calcolo politico. Finché il fondamentalismo è propagandato da una banda di idioti, il rischio è minimo ma se la banda di idioti fa parte di un partito di governo, i rischi si fanno grossi. Questa maggioranza, in nome di quell’ignoranza portata avanti con orgoglio, manifesta una costante irresponsabilità nel lanciare i suoi proclami, senza capire che basta un fiammifero ad accendere una miccia. Il fondamentalismo ormai è un fenomeno identitario, il totem di cui parlavamo poco fa. Le frustrazioni quotidiane, il senso di smarrimento, l’angoscia per il futuro vengono taumaturgicamente curate dal totem fondamentalista che apotropaicamente scaccia i mali e i nemici che lui stesso crea. La grande menzogna è sempre quella della superiorità etnica, razziale, culturale, religiosa. Il berlusconismo conosce bene le dinamiche di questo meccanismo e non a caso flirta con la parte più ottusa e reazionaria della gerarchia cattolica, citando spesso le frasi del papa più reazionario degli ultimi cinquant’anni, quel Karol Woytila che ha ignorato il vaticano secondo riportando la Chiesa all’epoca controriformistica, nel suo ambizioso sogno di ricreare una ecclesia universi. In qualche modo Giovanni Paolo II ha preparato (involontariamente) il berlusconismo. Il culto bizantino della personalità, il senso barocco dello spettacolo, il pugno di ferro contro chi non rientrava nei binari dell’ortodossia, sono caratteristiche che ritroviamo nello stile del re nano, involgarite e grossolanizzate. Non a caso, esegeti e e studiosi di parte, hanno trasformato un papato con molte luci e molte ombre, come quello di Woytila, in una parabola splendente. Ma il fondamentalismo non è un fenomeno solo cattolico, basta guardare ai neocon americani, il presidente Bush era uno di loro, che sono riusciti ad ottenere che in molte scuole venga introdotta la dottrina del creazionismo. Se credete che presto non avverrà anche da noi, siete proprio ingenui.

La riscoperta della religione come instrumentu regni è la novità del nuovo millennio. I talebani e la teocrazia iraniana sono partiti da un errore di calcolo: è molto più potente una fede spalleggiata dal potere che una fede che si sostituisce al potere, è molto meglio avere la politica come alleata che come nemica. E’ per questo che gli uni e l’altra sono destinati a soccombere mentre non soccomberà la religione, che presto verrà addomesticata ad usum regni dai nuovi satrapi. Cesare, che di arte del governo se ne intendeva, si guardava bene dal toccare le religioni dei popoli conquistati, mirava invece ad assicurarsi il favore delle classi sacerdotali.

Ma l’altro grande fondamentalismo del nostro tempo è l’ideologia liberale. Tradita nei suoi fondamenti, l’attuale applicazione del liberismo, mutuata sul pensiero della scuola di Chicago, è la prova provata che questo non è il miglior mondo possibile. Non si può definire democratico o giusto il darwinismo sociale basato sull’ homo homini lupus che caratterizza la società attuale, se non altro perchè a venire fuori dalla selezione naturale e dalla competizione non sono i migliori ma i peggiori, è la mancanza totale di scrupoli e di etica finalizzata all’accumulo insensato di denaro a definire la società odierna. Il liberismo è fallito come e più del comunismo, ha portato altrettante guerre, altrettanti massacri, altrettanta ingiustizia. Il trickle down, la redistribuzione a pioggia sui ceti più bassi della ricchezza, non è mai avvenuta, è rimasta un mito, una chimera esattamente come l’utopia comunista. Oggi infatti non si parla più di miglior mondo possibile ma di TINA (there is no alternative) dell’unica alternativa possibile. Vedremo prossimamente quali alternative ci siano al quadro desolante descritto fino ad ora.

Un altro mondo è (im)possibile?


Parto dall’ennesima stupidaggine detta sulla scuola dall’ennesima persona che non sa di cosa e di chi parla e che ha perso un’ottima occasione per star zitta. Parlo del presidente di Confindustria Emma Marcegaglia che in un recente incontro ha parlato della scuola, denunciandone la scarsa qualità, attribuendola alla scarsa selezione degli insegnanti e caldeggiando l’assunzione diretta da parte dei presidi. Non è  di lei che voglio  parlare perchè non merita commenti: leggete uno qualunque dei recenti libri di Marco Travaglio per sapere da quale pulpito viene questa bella predica e quale sia il curriculum familiare di questa persona.

Tuttavia è un altro segnale che la tendenza di questo governo è quella di terminare quello che il governo Prodi aveva incominciato, cioè la destrutturazione della scuola pubblica, la sua progressiva privatizzazione occulta (trasformazione in fondazione, consigli di amministrazione e ingresso di privati, ecc.) e la sua settorializzazione con una divisione che porterebbe i tradizionali  licei a formare la nuova classe dirigente, e le scuole tecniche e professionali a formare carne da cannone, manodopera a basso costo per la grande impresa in un ruolo di totale subalternità.

E’ quanto accade da anni negli Stati Uniti, e in Inghilterra, è l’inevitabile modello produttivo della scuola nell’era della globalizzazione, è la scuola della Tahtcher e di Reagan, non a caso presi a modello dal re diversamente alto . Inevitabilmente una struttura di questo tipo viene a snaturare completamente il significato che una scuola deve avere in una società libera e democratica, cioè quello di creare, prima di tutto, cittadini dotati di spirito critico che possiedano adeguati strumenti culturali per padroneggiare il presente e abbiano una minima possibilità di scelta del loro futuro. E qui nasce il problema. Che non sta nell’abominevole concezione della scuola come “fabbrica” di manodopera e di quadri che ho descritto prima, ma proprio della difficoltà della scuola di padroneggiare il presente. Nel mondo in cui viviamo e nello specifico, nel paese in cui viviamo, stiamo assistendo a una totale svalorizzazione di tutto quello che, anche di striscio, può essere definito come “culturale”. Basta citare il “culturame di sinistra” del nano bagonghi che agitando le sue manine lancia riforme epocali che si risolvono regolarmente in flop, oppure le ignobili cretinate razziste dei leghisti o l’italiano spesso approssimativo del re nano. Basta pensare al revisionismo storico, all’uso spregiudicato e volutamente in malafede dei testi sacri da parte di frange oltranziste che adattano le parole ai loro scopi. Ma il nodo è la televisione. La globalizzazione, lungi dal portare a una diffusione delle idee, a un incrocio di pensieri, al melting pot nella sua accezione più alta, ha prodotto una sorta di pensiero unico, mediato dall’immagine. La pubblicità è diventata il linguaggio dominante, un linguaggio potente ed evocativo, sempre più raffinato, sempre più centrato sulle diverse categorie di utenti, un linguaggio rivoluzionario che ha cambiato la realtà percepita come poche altre volte è accaduto nella storia del mondo. Se la scrittura ha permesso all’uomo di creare la poesia, se Gutenberg ha permesso al sapere di propagarsi universalmente, il messaggio immediato e spesso apparentemente grossolano della pubblicità è il veicolo più potente e invasivo del virus su cui si reggono molti governi attuali: quello dell’ignoranza.

Il re nano di gloria di essere un uomo del “fare”, che no sta a perder tempo a teorizzare sui massimi sistemi. L’assegnazione delle cariche in base all’adorazione portata al sovrano, in pieno stile bizantino, è l’esempio più clamoroso del totale vuoto culturale ed etico in cui ci muoviamo. Un totale vuoto culturale che grazie ai media si sta espandendo come un immenso buco nero che inghiotte qualsiasi cosa sulla sua strada.

La carta stampata, il libro, media che richiedevano una partecipazione attiva da parte dell’ individuo, un impiego delle cellule cerebrali, una scelta, sono state sostituite dalla televisione e dalla pubblicità che offrono scelte preconfezionate, scelte che non costano fatica. La filosofia che nell’era del re nano trasmettno le televisioni con le inguardabili trasmissioni di intrattenimento, è quella che il denaro conta più di tutto e al denaro ci si può arrivare anche se si è brutti, schifosi, ignoranti, anzi meglio, se poi si hanno due belle tette la strada è ancora più in discesa. Sono lontanissimi i tempi dei quiz del povero Mike dove tutta l’Italia si riuniva per imparare, dove gli esperti erano veri esperti e non vincevano denaro indovinando chi tra i presenti è Armando La Papera o aprendo pacchi. E’ una banalizzazione certo, ma una banalizzazione significativa: anche quella televisione era instrumentum regni, ma faceva passare il messaggio che la scuola, l’istruzione potevano servire anche a guadagnare del denaro. Oggi la scuola è dotata di strumenti vecchi, libri e carta non servono più, ammettiamolo, non possono più svolgere la funzione che avevano venti, trent’anni fa, ha  una classe docente che non riesce a stare al passo con i tempi, molti colleghi considerano ancora il computer uno strumento demoniaco,ha sedi e strutture obsolete,  dirigenti preoccupati di far imbrattare ai docenti tonnellate di carte inutili invece di preoccuparsi di amministrare realmente. Resta però nella scuola e solo nella scuola un valore insostituibile e imprenscindibile: il fattore umano. Gli insegnanti italiani non saranno geni del computer ma sono persone serie, responsabili, preparate, che si prendo cura dei ragazzi e li seguono, diventando spesso un punto di riferimento unico, un’ancora di salvezza per i loro alunni. Non sforneremo dei geni, ma riusciamo ancora, con grande fatica, con grande sacrificio a sfornare persone decenti.

E’ questo che la Marcegaglia, il re nano, e altra gente dello stesso stampo vuole cancellare: la possibilità che dalla scuola escano persone decenti. E’ per questo che hanno inserito una enorme porcata come il maestro unico, è per questo che hanno fatto a pezzi la scuola media. Perchè loro hanno bisogno di consumatori, di servi, di schiavi a cottimo, di gente che non è in grado di capire che la stanno fregando, di persone che non ragione con  la loro testa ma con la testa di chi comanda. E allora via con un maestro solo, magari assunto direttamente dal preside, così discriminiamo in base alla tessera sindacale o politica, distruggiamo l’orario delle medie e costringiamo gli insegnanti che hanno tante ore a lavorare di più e parlare di meno, facciamo a pezzi la scuola superiore per lo stesso motivo, teniamo insieme solo i licei che tanto elitari e per pochi lo sono sempre stati e sempre lo saranno. Non è un caso che la Chiesa, istituzione demagogica e populista molto più abile e da molto più tempo sulla piazza del re nano, abbia per secoli detenuto il monopolio dell’istruzione e che oggi difenda con le unghie e con i denti i propri privilegi medioevali pregustando un nuovo avvento.

Continuerò questo discorso nei prossimi articoli dove parleremo di TINA, dei nuovi fondamentalismi, del perchè è etico essere no global. E di come le cose possono cambiare perchè, come cantavano i Rolling Stones trent’anni fa, il tempo è dalla nostra parte.