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La scuola non la fanno solo gli insegnanti


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Quei dirigenti dell’ANP che hanno considerato una sciocchezza il concetto di scuola come “comunità educante” inserito nel nuovo contratto nazionale, dovrebbero provare un moto di vergogna, ammesso ne siano in grado,  alla luce dei recenti fatti di violenza che hanno avuto come vittime degli insegnanti.

Ho letto molti articoli in proposito, generalmente equilibrati e ben argomentati, in qualche caso acuti, ma tutti, essendo redatti da persone anche illustri e autorevoli, come Zagrebelski e Recalcati, che non vivono quotidianamente la scuola, analizzavano il problema alla superficie , senza scendere in profondità.

Sono ormai anni, dalla prima riforma Berlusconi, che è avviato il processo di delegittimazione della classe insegnante che la Buona scuola ha portato a termine. Non si contano le campagne stampa organizzate ad hoc per far digerire alla gente riforme che hanno progressivamente limitato la libertà all’interno delle scuole, la libertà d’insegnamento e il diritto allo studio dei ragazzi come non si contano gli articoli dilettanteschi e le informazioni distorte che descrivono una scuola che non c’è.

Di pari passo e non casualmente è aumentata la conflittualità con le famiglie e si è progressivamente oscurato il concetto di scuola come comunità, luogo deputato all’educazione dei futuri cittadini dove famiglia e insegnanti definiscono cosa è necessario fare perché i ragazzi raggiungano le adeguate competenze e maturino in modo armonico.

Mentre accadeva tutto questo i presidi,  da primi inter pares, diventavano dirigenti aziendali, burocrati il cui unico compito sembra quello di riempire carte, specie se utili alla propria salvaguardia, e invitare i collegi docenti a votare a  favore di strani acronimi. La burocrazia prima di tutto.

Il risultato è che se un insegnante fino a qualche anno fa, in caso di problemi o contrasti con una famiglia, sapeva di poter contare sull’appoggio del preside, cioè della scuola, oggi questo non accade più. Siamo soli, con il rischio che in caso di vertenza il dirigente ci dia contro a priori. E’ il primo passo per trasformare le scuole da presidi di democrazia dove si favorisce e si sviluppa il pensiero critico, a torri d’avorio dove ci si limita a tramandare un sapere sterile, vecchio, fine a sé stesso. L’obiettivo finale, neanche tanto nascosto, è di trasformare le scuole in dependance delle aziende e, per quanto riguarda quelle più disagiate, in fabbriche di manodopera a basso costo.

La responsabilità di questo processo involutivo, di questa metamorfosi da comunità educante ad azienda, da docenti dotati della libertà d’insegnamento, uno dei cardini della democrazia, a impiegati asserviti a un capetto/a e schiavizzati dalle carte, è politica.

Va poi posto l’accento sul pregiudizio culturale che impera nel nostro paese nei riguardi degli insegnanti, visti ancora come quelli che fanno tre mesi di vacanze, si leggono il giornale in classe, ecc. Basta leggere i forum di qualunque articolo sulla scuola per scoprire che a lavorare davvero sono sempre e solo gli altri.

Nessuno di noi si sognerebbe di spiegare a un macchinista come guidare un treno o a un avvocato come condurre una causa mentre gli insegnanti, di tanto in tanto, si sentono dire come dovrebbero condurre la classe, affrontare certe materie, quante pagine da studiare dovrebbero dare, ecc. Una palese mancanza di rispetto e una evidente diminutio di dignità per una categoria strategica in ogni paese avanzato.

L’ultimo dato rilevante, in questa breve sinossi di come è stata distrutta la scuola pubblica negli ultimi vent’anni, è il fatto che quei genitori che aggrediscono gli insegnanti fanno il male dei loro figli, inculcando l,oro il principio mafioso che la ragione, se non la sia ha, la si prende, anche con la violenza, se necessario.

E su questo, su come  l’habitus mafioso sia parte integrante della nostra cultura, ci sarebbe molto da dire e forse lo farò, in un altro contesto.

In conclusione, l’unica soluzione è invertire il processo, tornare a quella comunità educante che era l’idea di fondo che portò ai decreti delegati nel 1974, restituire dignità a un classe di lavoratori che tanto ha dato a questo paese in questi anni di crisi, anche economicamente, tornare a fare delle scuole delle torri di guardia, sentinelle e avamposti di democrazia e pensiero critico, fucine di cittadini responsabili e attivi.

Il nuovo contratto nazionale appena firmato muove timidi passi in questa direzione.  Nel frattempo, sarebbe necessaria una presa di  posizione della politica, magari di quel ministro tanto solerte quando si tratta di occupare le pagine dei giornali con perle di saggezza sull’uso dei cellulari a scuola, un po’ meno quando deve intervenire a difendere la categoria che sarebbe tenuta a rappresentare.

Tutti devono avere ben chiaro in mente che se la scuola pubblica e il suo ruolo vengono meno, questo paese è destinato a morire. E non è che al momento stia troppo bene.

Contratto scuola: ritorno al passato per costruire il futuro


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Con buona pace dei detrattori di ogni colore, quelli che accusano il sindacato di aver contrattato al ribasso e quelli che accusano il governo di avere, nei fatti, sconfessato la 107, due posizioni opposte e incompatibili entrambe dettate da non proprio nobili motivazioni politiche, l’art. 24 del nuovo contratto che definisce la scuola come “comunità educante” potrebbe rappresentare un inizio per ricostruire quello che alla scuola è stato tolto in questi anni.

Un sindacato responsabile, moderno e concreto non può limitare la propria azione solo all’incremento, per quanto legittimo, della retribuzione ma deve mirare a migliorare la qualità di vita dei lavoratori, contribuendo così al miglioramento della qualità del servizio. Sarebbe opportuno a tale fine, agire di concerto con il governo di turno ma sarebbe necessario, come presupposto, che il governo di turno fosse interessato a garantire un’istruzione pubblica di qualità, cosa che negli ultimi vent’anni non si è verificata.

Una scuola definita “comunità educante”, il termine è stato coniato da Dewey negli anni sessanta, ribalta il concetto di scuola manageriale intrinseco alla formulazione pura della 107 e la struttura verticistica, con uno capo, uno staff di collaboratori scelti dal capo e dei sottoposti, che la legge sottintendeva e riporta in primo piano il ruolo della collegialità e la necessità che tutti coloro che fanno scuola collaborino a un obiettivo comune.

Dall’attuazione della 107 abbiamo assistito a una radicale trasformazione del ruolo del preside, che è diventato, di fatto un manager, spesso preoccupato più di tutelare sé stesso da eventuali ricorsi o sanzioni che di altro.

Ormai nelle scuole si va avanti per acronimi e progetti, spesso inseguendo la moda del momento: nuove tecnologie, bullismo, ecc. nei collegi docenti si alza la mano

Le prove Invalsi, una scopiazzatura maldestra dei test in voga nelle scuole anglosassoni da decenni, sono la prova dell’approssimazione e del dilettantismo con sui si tratta la scuola nel nostro paese: è semplicemente assurdo sottoporre alla stessa prova alunni che appartengono a scuole situate in realtà con profili economico sociali distanti anni luce. Decontestualizzando le prove, inevitabilmente, le si falsa. In USA, negli anni cinquanta, ci erano arrivati i sociolinguisti, noi siamo ancora in attesa dell’ìilluminazione.

Si spera che la firma del nuovo contratto torni a fare della scuola un luogo di condivisione di esperienze, del dirigente un primus inter pares con compiti di coordinamento e sostegno agli insegnanti, dei collegi docenti organi che definiscono gli obiettivi delle scuole, obiettivi disegnati sulle necessità dei territori e non sulla base dei soldi che si possono ottenere con questo o quel Pon a prescindere dalla sua utilità effettiva. E’ tempo di ritrovare collegialità e comunione d’intenti e la restituzione del merito alla contrattazione sindacale dovrebbe garantire equità, correttezza e limare certe conflittualità interne che non fanno il bene di nessuno.

Si auspica che dopo il 4 Marzo, chi siederà in parlamento sia disposto ad ascoltare e mettere mano alle vere esigenze della scuola pubblica che comprendono, oltre a un sacrosanto incremento delle retribuzioni, una ridefinizione della libertà di insegnamento con indicazioni ministeriali sulle materie di studio che non si limitino solo a un uso fine  a sé stesso delle nuove tecnologie ma tengano conto delle nuove necessità di formazione culturale degli alunni, strumento di legge efficaci per evitare aggressioni a danno degli insegnanti come quelle di questi giorni, una ridefinizione della libertà d’insegnamento che consideri gli insegnanti professionisti competenti e responsabili e non dei meri esecutori di direttive altrui, una ridefinizione del ruolo prezioso e fondamentale per la tenuta democratica di questo paese delle scuole di periferia, che spesso rappresentano l’unica presenza dello Stato in territori dove domina l’illegalità. Questo per cominciare.

Quanto a chi, per gioco e convenienza politica, continua a sparare a zero sui sindacati che hanno firmato il contratto proponendo piattaforme fantasiose e irrealizzabili, ricordo che la 107, nella sua applicazione pura, non comprendeva la firma di contratti nazionali.  Come sempre, in questo paese, fare i duri e puri è comodo quando sono gli altri a lavorare per garantire i diritti.

Le fiction sulla mafia sono dannose?


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Le critiche di Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro in prima linea nella lotta contro la ‘ndrangheta, riguardo l’opportunità di produrre fiction sulle mafie, non sono nuove. Poco tempo fa, ho avuto l’opportunità di assistere a un incontro con Enzo Monteleone, sceneggiatore di molti film di Salvatores e de Il capo dei capi, fiction che raccontava la vita di Totò Riina. In quell’occasione, molti colleghi presenti che venivano dal sud, criticarono in modo piuttosto energico il regista accusandolo di  creare stereotipi, di fare in qualche modo un’apologia della mafia, di creare dei modelli che i ragazzi poi imitavano a scuola e per la strada.

Si parlava di una fiction classica, con una chiara contrapposizione tra il bene e il male, anche se lo sguardo del regista indugiava più sulle vicissitudini di Riina e co. che su quelle dell’antimafia. Oggi invece, fiction come Gomorra propongono una visione dall’interno, senza contrapposizione, con la giustificazione di voler descrivere un mondo unidimensionale dal punto di vista dei valori, dove la contrapposizione non esiste.

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Il discorso è serio e complesso: capoalvori come Il padrino e Scarface, indiscutibili dal punto di vista del prodotto filmico, hanno creato invece stereotipi potenti, che hanno indotto a una visione edulcorata della mafia che, per certi versi, è ancora diffusa. Parlo ad esempio dell’insensata opinione che la “vecchia” mafia avesse uno spiccato senso dell’onore e non toccasse donne e bambini. I mafiosi non hanno onore e uccidono indiscriminatamente chi ritengono utile uccidere da sempre, basta leggere il triste elenco di più di novecento vittime di mafia, dalla fine dell’ottocento a oggi. Non va quindi sottovalutato il potere delle immagini di creare modelli difficili da scalfire.

Non bisogna, inoltre, dimenticare che si tratta di prodotti commerciali, il cui scopo è vendere, non educare alla cittadinanza. Sono prodotti di livello elevato, piuttosto avvincenti e con sceneggiature interessanti, rivolti a un pubblico prevalentemente giovanile, con attori che incontrano i gusti dei giovani di oggi, nel modo di vestire, nel modo di pensare, sfruttando con abilità i lati oscuri della coscienza di ogni adolescente (la rivolta contro i padri, contro la società, il desiderio di volere tutto e subito, di bruciare in fretta, ecc.). In questo senso, svolgono ottimamente il compito per cui sono stati creati: fare soldi, arrivare a un pubblico che sia il più ampio possibile.

Certo, il messaggio, la visione che propongono è discutibile:  se una ragazzina di tredici anni vedendo che ho in borsa il dvd di Gomorra ( mi serve per un corso di formazione su come affrontare il problerma mafia a scuola, io non amo quella fiction) mi dice: “Ma come prof! Lei è contro la mafia e vede Gomorra’?” E’ evidente che la fiction lancia un certo messaggio, forse suo malgrado, ed è compito mio e dei miei colleghi destrutturarlo e limitarne i danni.

E’ indubbio che queste serie suscitino una certo senso di disagio, a volte di repulsione in cui è più maturo e conosce la realtà delle cose, e possano suscitare  emulazione o simpatia in chi non ha sufficienti cognizioni storiche per comprendere cosa sta vedendo. Ma è colpa della fiction? E non trasmettendo quelle fiction davvero aiutiamo io ragazzi? Ed è solito compito della scuola fornire strumenti adeguati per contrastare eventuali messaggi nocivi?

Da insegnante, la mia risposta è no. Il problema è che i ragazzi di quell’età non dovrebbero guardare quel tipo di programmi senza i genitori, senza qualcuno che possa dargli la chiave di decifrazione di quelle immagini a volte terribili. Il problema è che se anche non trasmettessimo le fiction, i ragazzi, in certe zone del paese, toccherebbero con mano sia l’assenza dello Stato sia la presenza in carne e ossa della mafia, della Camorra e della ‘ndrangheta. Il problema è culturale ed educativo, riguarda famiglie che sostituiscono la baby sitter con la televisione e non si curano  di quello che i ragazzi possono assorbire vedendo certi programmi, giocando concerti videogiochi o frequentando certe compagnie, il problema è di un dialogo all’interno delle famiglie spesso assente o, nella migliore delle ipotesi, latitante.

Le mafie sono prima di tutto un fenomeno culturale, una forma mentis diffusa a tutti i livelli. ogni volta che qualcuno occupa un posto non suo, che sia quello sull’autobus salendo dalla porta dove si scende, un posto di lavoro ottenuto grazie a una raccomandazione, il passaggio di un’esame tramite una transazione sessuale, ogni volte che consideriamo l’evadere le tasse, cioè un danno alla collettività per il guadagno di pochi, un peccato veniale, ogni volta che accettiamo che pregiudicati parlino di altri pregiudicati in termini favorevoli in prima serata, senza indignarci, rassegnandoci al fatto che non ci si può fare nulla, siamo vittime e collusi della cultura mafiosa, di chi prevarica il prossimo per perseguire il proprio tornaconto personale, incurante delle conseguenze.

Sebbene possa essere d’accordo con il dott. Gratteri che una visione più manichea su prodotti che trattano questi argomenti sarebbe forse opportuna, tuttavia non credo che questo paese abbia bisogno di censura: questo paese ha bisogno di un’informazione seria, di cultura, di onestà e pulizia a livello politico, per avviare quella rivoluzione culturale che porterà alla inevitabile sconfitta delle mafie.

Nessuno diventa mafioso per aver visto una fiction, casomai, bisogna estirpare alla radice i motivi per cui uno diventa mafioso: la mancanza di prospettive, l’assenza di una visione di vita diversa, la latitanza dello Stato, la disuguagliuanza  e l’ingiustizia diffuse, la corruzione impunita.

Comprendo la preoccupazione del dott. Gratteri, la sua richiesta di un maggior senso di responsabilità ma è assurdo chiederlo alla televisione, lo strumento di distrazione di massa che più di tanti altri ha influenzato la politica e la non cultura italiana negli ultimi anni, che ha contribuito in modo determinante a un imbarbarimento progressivo i cui frutti vediamo ogni giorno. E’ come chiedere al ladro di far beneficienza.

La scuola che non vogliamo


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“L’attuale rivoluzione tecnologica deve essere ben gestita se vogliamo ricadute positive sotto il profilo sociale ed economico. Per questo occorre un’evoluzione profonda di tutto il sistema formativo dove conoscenze e competenze sono fondamentali per le sfide globali che ci attendono.

E’ importante governare i cambiamenti e non subirli se vogliamo realizzare un corpo docente competitivo”. 

Sen. Angela  D’Onghia, sottosegretaria al Miur, fonte: Orizzontescuola.

In queste parole sono compendiate tutti i fraintendimenti, gli errori e le sviste  della politica scolastica degli ultimi dieci anni e di quella del governo Renzi in particolare.

Il pensiero che il percorso formativo debba essere sottomesso all’attuale rivoluzione tecnologica, che vadano rivisti modalità e temi dell’insegnamento alla luce dei nuovi strumenti e vada quindi formata una nuova classe di tecno insegnanti al passo con i tempi, è semplicemente aberrante. Corpo docenti competitivo con chi, con cosa?

Qual è l’epistemologia sottesa a questa frase? Perché c’è un mondo dietro, il mondo della narrazione che chi ci governa ci propina da più di vent’anni, un mondo dove tutto funziona alla perfezione e ad emergere  sono i migliori, i più giovani e i più bravi ( la gioventù è condizione irrinunciabile nella narrazione, l’esperienza non conta nulla), un mondo dove la competizione è sempre salutare, un mondo dove chi resta indietro non esiste.  La scuola di questo mondo non è costituzionale.

Manca completamente, in questa visione distorta e parziale, uno dei compiti istituzionali fondamentali della scuola, quello formativo. Manca completamente la scuola come rapporto, il valore umano che fa la differenza, manca la scuola come fucina di valori, manca la scuola come ricettacolo dei problemi sociali, come punto di riferimento in mezzo al deserto.

Profilo sociale ed economico non sempre vanno di pari passo, anzi, negli ultimi anni, l’economia sta distruggendo il sociale in ogni suo aspetto. Asservire la scuola alle logiche aziendalistiche, renderla azienda a sua volta, sarebbe un errore gravissimo e il governo Renzi sembra aver intrapreso esattamente questa strada. Sostituire l’obbedienza allo spirito critico è il sogno di ogni sistema totalitario e un mondo dove le logiche economiche definiscono quelle sociali e politiche, è un mondo totalitario.

La scuola è prima di tutto cultura, uno sguardo sul mondo per trovarne chiavi di lettura, il tentativo di decodificare e smascherare tutto ciò che limita, controlla o cerca di influenzare la nostra libertà di giudizio. Non c’è macchina che possa fare questo, la tecnologia non sostituirà mai un buon insegnante. La scuola deve educare alla bellezza, non a bruciarsi le diottrie dietro uno schermo.

Bisogna educare i giovani insegnanti ad ascoltare i ragazzi, a mettere da parte quanto imparato sui libri e negli osceni corsi di formazione istituzionali, bisogna che comprendano chi hanno davanti, le sue esigenze, il suo linguaggio, che entrino nel suo mondo per aiutarlo a uscire e ad entrare nel mondo reale. Altro che  innovazione tecnologica e corpo docenti competitivo.

Chi scrive non è un luddista, sono un appassionato di nuove tecnologie e credo che, se usate con parsimonia, possano risultare utili nel lavoro. ma si tratta di meri strumenti, come i libri di testo: non possono essere la base di definizione del mio programma didattico né influenzarlo in alcun modo.

Per altro, questa fantomatica tecnologia latita nella maggior parte delle scuole, questi input che arrivano dal ministero sono un vacuo ciarlare di nulla.

Ovviamente i ragazzi vanno educati a un uso intelligente delle nuove tecnologie,  ne devono conoscere le potenzialità e soprattutto, i pericoli. Forse il sottosegretario non sa che mettere tra le mani di un adolescente uno smartphone di ultima generazione o un laptop senza controllo, equivale a farlo giocare con una rivoltella carica. Ed è grave che il sottosegretario non lo sappia, ancor più grave che non lo sappia il ministro.

Prima di governare i cambiamenti è necessario comprenderli, non seguire lo spirito del tempo in modo supino, senza avere idea di cosa si sta facendo. Sarebbe opportuno che pedagoghi, psicologi, filosofi e politici la piantassero di dire cosa la scuola deve essere e cosa non deve essere e lasciassero che a farlo siano gli insegnanti, che la scuola la tengono in piedi, nonostante tutti quelli di cui sopra, e la mandano avanti ogni giorno.

Ultima osservazione: quanto affermato dal sottosegretario entra in contrasto, seppure in limine, con la libertà d’insegnamento. Attenzione, perché è il fondamento della democrazia in questo paese, la conditio sine qua non  per definirci ancora un paese libero.

Dacci oggi il nostro fascista quotidiaNO


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Va  apprezzato il coraggio della Dirigente Iris  Alemano dell’Istituto comprensivo di Pegli che su Repubblica ha ribadito il proprio appoggio alla mozione approvata all’unanimità dai suoi docenti che condanna ogni forma di razzismo e discriminazione. Il messaggio è chiaro: nella scuola il razzismo non entra. Il messaggio è necessario,  con buona pace di chi ritiene che non compete alla scuola occuparsi di certe questioni e si rifugia dietro i bisogna capire bene, l’eterno mantra dell’ignavo.

Per capire basta andare sui social network e leggere la mole di insulti e minacce di ritirare i figli dalla scuola di cui sono stati oggetto la stessa dirigente e i colleghi.

Un campionario di becera ignoranza, di ottusità, di razzismo, di grettezza, di stupidità.  Al centro ancora Multedo e il razzismo di alcuni, pochi ma sempre troppi, degli appartenenti al comitato che, ufficialmente è sceso in piazza per difendere un asilo chiuso da un anno per la scarsità di iscrizioni, per altro non pubblico ma di proprietà della Curia, mentre ufficiosamente, sui social, alcuni inneggiano al petrolchimico, che almeno è più produttivo dei neri che non produrranno mai niente, qualcun altro chiede che il provveditorato intervenga, altri insultano gli insegnanti.

E’ un esempio di fascismo ormai quotidiano, che sempre più si affaccia alla porta delle nostre case, nelle nostre strade, dagli schermi televisivi.  Gli insegnanti di Pegli, come la maggioranza di quelli di Cornigliano che l’hanno fatto prima di loro per la calendarizzazione del collegio in data precedente, hanno ribadito un principio fondamentale su cui si basa la nostra scuola:  nelle nostre classi non ci sono ragazzi stranieri ma solo ragazzi , che usufruiscono di un diritto sancito dalla Costituzione e la scuola, qualunque scuola, non può tollerare nessuna minaccia alla serenità di quei ragazzi. Deve inoltre contribuire a formare cittadini attivi, responsabili, consapevoli e solidali ed educare a una cultura della condivisione e della cooperazione.

Sono parole talmente banali che non meriterebbero di essere rimarcate. Chi si è sentito offeso, chi gli ha voluto assegnare una valenza politica che non hanno, o meglio, ce l’hanno ma di politica alta, quella che fa l’interesse della polis, evidentemente non riconosce i valori della Costituzione ed è quindi, un fascista.

Sarebbe stato importante, bello, confortante che altri dirigenti e altri collegi avessero seguito l’esempio della Dirigente di Pegli, avessero mostrato lo stesso coraggio e la stessa fiera volontà di difendere un’idea di scuola che è l’unica idea di scuola possibile.

Forse pensano che sia un problema locale, limitato a Multedo.  Forse non sanno che alcuni bambini di Multedo vengono mandati a scuola da genitori su cui non esprimo un giudizio perché mi sono imposto di evitare il turpiloquio, con magliette che recano la scritta: Multedo dice no.

Cosa faranno quei dirigenti e quei collegi quando arriveranno bambini con magliette che recano scritte tipo Io seguo Casapound, Il duce era un brava persona, Anna Frank non è mai esistita?

Forse si rifugeranno ancora nei non ci compete, bisogna vedere chiaro, etc

  o forse, finalmente, si risveglieranno dal loro torpore. E sarà tardi.

Ponzio Pilato, in fondo, era un fascista.

Di scuole, torri d’avorio e di Eichmann


La scuola deve essere una torre d’avorio, un luogo di passaggio o, meglio un non luogo, per dirla con Marc Augè, a un tempo fuori e dentro alla realtà?

La scuola deve vivere il suo tempo o essere fuori dal tempo, un tempio laico, una torre d’avorio dove i discenti possano crescere tranquilli, ovattati, al riparo dal mondo esterno?

Ancora: il rispetto di una legge dello Stato contempla l’iniquità, il tradimento profondo del proprio ruolo e dei principi che hanno portato un individuo a scegliere il mestiere ingrato di insegnare? E’ lecito per un insegnante trasformarsi in delatore? E se la risposta è affermativa, Eichmann è stato condannato ingiustamente?

Temi pesanti che scivolano con leggerezza inusitata in un collegio docenti quasi catalettico, fino alla presentazione di una mia mozione che riguardava, a mio avviso, il senso del nostro fare scuola in un quartiere difficile, un monito a chi volesse fare quanto è stato fatto in altri quartieri, strumentalizzare e aizzare la rissa in una escalation di affermazioni sopra le righe da una parte e dall’altra con la scusa della questione razziale, avesse ben chiaro che la scuola no, non sarebbe stata al gioco e non sarebbe stata zitta.

La maggioranza dei miei colleghi ha scelto di dire no al razzismo e all’emarginazione, ma è una maggioranza risicata, che mi conforta da un lato e mi avvilisce dall’altro, come una maschera pirandelliana. Perché non riesco a capire.

Non riesco a capire perché una mozione in cui ogni riga richiama la Costituzione non sia presentabile nel collegio docenti di una scuola, non riesco a capire perché non si può affermare con orgoglio di essere contenti di lavorare in un  quartiere multietnico con ragazzi provenienti dal mondo, non riesco a capire perché la scuola deve chiudersi invece di aprirsi al mondo.

Qualcuno, a suffragare l’illegittimità della mozione, ricorda che una dirigente ha permesso il voto contro una legge dello Stato, quella che trasformava gli insegnanti in delatori che avrebbero dovuto individuare e denunciare i clandestini, una oscena appendice della Bossi-Fini, rapidamente estirpata per l’ondata di no da parte di molti insegnanti. Mi sono infuriato con chi ha richiamato quell’episodio, è ho sbagliato.  Dovevo chiedergli se avesse letto  La banalità del male di Hanna Arendt, perché anche Eichmann, si parva licet componere magnis, seguiva una legge dello Stato: è stata la sua difesa al processo. Per fortuna, il nostro non è uno stato hegeliano e una legge iniqua e palesemente anticostituzionale si può denunciare, se si ha il coraggio di rischiare, ovviamente…

Questo è un post privato e carico di amarezza, perché  se anche noi, perfino noi, abbiamo paura di schierarci su questioni di principio, o pecchiamo di un eccesso di prudenza, se preferite, se perfino noi, che abbiamo il dovere di conservare e tramandare la memoria, scegliamo la via dell’ignavia, allora davvero la notte sarà lunga.

La scuola è scesa in piazza quando è stato sgomberato il campo rom perché era una situazione contingente, è stata un’altra argomentazione portata a sostegno dell’astensione o del voto contrario. Tradotto: non ci interessa quello che non ci tocca, neanche a quattro chilometri di distanza, neanche se sui social, su quanto accaduto a quattro chilometri di distanza si dicono cose allucinanti, se i genitori che vengono a parlarti dicono cose allucinanti, neanche se i ragazzi hanno paura.

E come potrebbero non averla se, per primi, la dimostriamo noi? Se non parliamo di quello che accade, non troviamo con loro una chiave per comprendere, non gli forniamo gli strumenti per decifrare la realtà?

Io rispetto chi ha votato contro o si è astenuto, ma non lo approvo, sto da un’altra parte, ho un’altra idea di scuola. Non è questione di politica come qualcuno può aver pensato. Non è difficile capire che chi scrive in questo blog è diverso dall’insegnante e diverso dal dirigente sindacale: in contesti diversi, affermiamo le nostre ragioni in modi diversi, con toni diversi. Maschere pirandelliane, ancora. La scuola, per me, deve essere aperta al mondo ed entrare nel mondo, fornire chiavi per decodificarlo, le note per comprenderne la melodia e le dissonanze.

Io rispetto chi ha detto che la mozione non era presentabile, ma non sono d’accordo, dissento fermamente sull’idea che la scuola debba chiudersi in sé stessa, dissento fermamente che la scuola non debba fare politica in senso alto, dissento fermamente sul fatto che la scuola non debba educare i ragazzi a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, dissento fermamente sul fatto che la scuola debba lavorare in silenzio, dissento fermamente che, in fatto di diritti e valori universali, esista un vicino e un lontano, qualcosa che non ci riguarda e qualcosa che ci riguarda solo se ci tocca direttamente.

Sono molto amareggiato e questo è un post privato, o forse è una sorta di Diario in pubblico alla Vittorini, si parva licet..etc, una recriminazione morale, un tentativo di comprensione di un senso comune che ormai non riesco più ad afferrare. Non voglio dire cose di cui non mi pentirei ( non mi pento mai di quello che dico) in preda alla rabbia, preferisco fare, preferisco continuare a lavorare con l’illusione di preparare adulti migliori di me e di loro, la maggioranza silenziosa, quella che ritiene prudente restare fermi fino a quando il fuoco non ci circonda.

Sono molto amareggiato e questo è un post privato, righe nere sul nero, come quelle che scriveva Sciascia, e non voglio dire cose di cui non mi pentirei perché sono deluso e amareggiato. Domani, per fortuna, ritrovo i miei ragazzi e i colleghi di ogni giorno.

Genova muore a Multedo


Qualche tempo fa in via XX Settembre, in pieno centro città, si radunò davanti a un palazzo un centinaio di persone che portavano delle bottiglie d’acqua. Avevano tagliato l’acqua a un gruppo di immigrati ospitati in quel palazzo e tanti genovesi hanno detto no, questo è troppo. A scuola, alcuni miei alunni mi videro sul giornale, c’eravamo anch’io e mia moglie tra quelle persone, e mi chiesero cosa era successo. Quando terminai il mio racconto, una ragazzina ecuadoriana disse: “ Dobbiamo fare qualcosa anche noi, non è giusto, ci dica cosa possiamo fare”.

Potrei concludere qui quest’articolo sulla vergognosa vicenda di Multedo, una vicenda di razzismo pregiudiziale e scaricabarile politico, potrei concludere dicendo che grazie a Dio, i ragazzi sono meglio di noi. Anche quelli stranieri.

Quella è stata l’ultima occasione, non accadeva da tempo, in cui mi sono sentito orgoglioso di essere nato casualmente in questa città. Dopo lo sgombero del campo rom con miei alunni annessi nel quartiere  in cui lavoro, sgombero necessario e sacrosanto, effettuato nel peggiore dei modi possibili, per calcolo politico, dopo questa vicenda di Multedo, torno ufficialmente a essere quello che sono sempre stato: un figlio di emigranti, operai, senza terra sotto i piedi e senza bandiere da sventolare.

A Multedo muore la Genova operaia e solidale, la gente pronta a compattarsi per gli oppressi e i diseredati, la Genova antifascista, medaglia d’oro della Resistenza, la Genova che scende in piazza contro il congresso dell’Msi, la Genova che segna la strada, quella che nel 2001 insulta I picchiatori in divisa, la Genova operaia e internazionalista, la Genova di don Gallo e don Prospero, dei preti di fabbrica, la Genova che piange Guido Rossa e dice no alla violenza.

Io abito a Pegli, cinque minuti da Multedo e in quindici anni, non ho mai sentito di un fatto di cronaca che avesse come protagonista uno straniero. Mafiosi che vivevano nel quartiere, si, omicidi in odore di  mafia, si, scontri tra figli dei quartieri dormitorio delle  colline, sì.

Multedo ha i suoi problemi, i problemi di una città morta, dove i giovani non hanno prospettive e si chiudono le fabbriche, dove i problemi restano immutati e irrisolti da decenni, dove la politica fa promesse che non mantiene mai.

Anche Cornigliano ha i suoi problemi, è il quartiere dove lavoro da quando vivo a Pegli.  A Cornigliano sedici anni fa, di stranieri ne arrivavano a centinaia, siamo passati dal trenta per cento di stranieri nelle scuole al sessanta per cento di oggi. Ricordo discussioni, tensioni, problemi, fraintendimenti, ma mai levate di scudi aprioristici e ingiustificati contro persone che arrivavano da lontano.

Molto, moltissimo, per la condivisone di percorsi comuni, integrazione è parola che detesto, ha fatto la scuola, prima le maestre e i maestri, infaticabili, impagabili per la loro fantasia e il loro impegno quotidiano, poi i professori della scuola media, i miei maestri, persone che non andavano in televisione parlando di “splendide esperienze con gli stranieri”, come va di moda oggi in tv e sui giornali, ma le esperienze le facevano sul campo, ogni giorno, senza lamentarsi. Continuiamo a lavorare così, in silenzio, senza avere l’onore di prime pagine e servizi televisivi, perché riteniamo che lavorare così faccia parte dell’etica del nostro lavoro.

Mi chiedo: perché Cornigliano, disastrata, avvelenata per decenni dai fumi dell’Italsider, quindici anni fa andava bene e Multedo, oggi, non può accogliere sessanta persone? Perché certi quartieri sì, e altri no?

Ma soprattutto mi chiedo quale insegnamento danno ai loro figli quelle persone che manifestano il loro odio pubblicamente verso altre persone che non conoscono, di cui non conoscono le storie e le aspettative?

Mi spiace, so di essere impopolare, ma queste persone, per me, non hanno giustificazione. Qui si parla di umanità, pura e semplice e il fatto che i profughi verranno ospitati in una struttura della curia rende tutto solo un po’ più triste, un po’ grottesco. Non c’entra niente la politica, né il mio essere cattolico: si tratta di una questione etica.

E veniamo all’atteggiamento della politica. Il Pd, sempre più spostato a destra, che a Genova offre una delle sue versioni più penose, tace. Anche perché la sinistra ha senza dubbio la colpa di non aver risolto il problema epocale dello spostamento del petrolchimico da Multedo, quello sì, problema serio che meriterebbe barricate.

La nuova giunta, salita anche grazie alle tendenze xenofobe della sua maggioranza, lascia la patata bollente al prefetto, nella migliore tradizione della vecchia politica. Da quando il nuovo sindaco si è insediato, abbiamo sentito tante chiacchiere, assistito a nomine ai confini della realtà, ma visto pochissimi fatti e, quei pochi, irrilevanti.

Ecco io credo che anche la politica dovrebbe porsi un problema etico: l’odio non giova a nessuno, l’odio cieco, ancor meno, anche perché l’obiettivo può cambiare a seconda del momento e a quelli a cui conviene oggi può non convenire più domani. La politica dovrebbe educare al rispetto del dettato costituzionale che parla di uguaglianza  e condanna del razzismo e delle discriminazioni.

Purtroppo, Multedo è lo specchio di un paese senza direzione e senza valori di riferimento, la guerra tra poveri è l’inevitabile conseguenza della guerra al buon senso e all’ integrità combattuta e trionfalmente vinta dai nostri politici negli ultimi anni.

“La speranza è nei prolet”, recitava Orwell, la speranza è negli ultimi, in quelli che si rimboccano le maniche e ogni mattina, lavorano duro per portare a  casa il pane.

Ci abbiamo creduto in molti a quelle parole, purtroppo, oggi, dobbiamo accettare il fatto che la speranza, se c’è ancora, è altrove.