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Blue Whale e il disagio giovanile ( che non interessa a nessuno)


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Cominciamo col dire che non è una moda, non è una bolla mediatica ma l’ennesimo segnale di un malessere che ormai è diventato generazionale e non più marginale.

Le periferie del nostro paese, i margini delle città, come preferisco chiamarli, sono focolai di un disagio che colpisce ragazzi giovanissimi, un disagio di cui lo Stato non si prende più carico e mi piacerebbe un faccia a faccia con uno qualsiasi dei candidati che pontificano nella mia città in questo periodo di elezioni per chiedergli se conosce le dimensioni del fenomeno, le aree a rischio della città, i problemi delle scuole che vi operano, ecc.

A questo si aggiunge la crisi irreversibile della famiglia, che si amplifica nei quartieri meno agiati, il cambiamento del ruolo di genitori diventato sempre più “liquidi”, ansiosi, iperprotettivi, alla ricerca di rapporti amicali con i propri figli che nell’adolescenza, inevitabilmente, implodono. I ragazzi si ritrovano soli, senza punti di riferimento credibili, senza nessuno in grado di instillare in loro gocce di quel senso di responsabilità/colpa che i genitori di noi cinquantenni ci somministravano a litri.

I ragazzi assorbono, come spugne, tutto ciò che li circonda e lo decifrano a modo loro, spesso assumendosi colpe che non hanno, altrettanto spesso, assolvendosi da responsabilità che hanno. Problemi di lavoro, tensioni familiari, assenza di prospettive, tutto ciò che è specchio della crisi in cui siamo immersi da anni, si scarica anche sui ragazzi, per quanto le famiglie tentino di proteggerli.

Quando passiamo ai quartieri più elevati socialmente, il quadro cambia ma non di tanto: cambiato l’ordine dei fattori, il risultato è lo stesso: disagio.

Questi sono ragazzi con una strada già segnata, che non permette deviazioni: la scuola è un mero strumento per arrivare all’obiettivo, la socializzazione un optional e gli aspetti formativi una fastidiosa appendice, gli insegnanti dovrebbero limitarsi a fornire nozioni essenziali. le prestazioni devono essere eccellenti, non si ammettono deroghe e se non sono eccellenti, c’è sempre un modo per far sì che lo risultino. I ragazzi a scuola sono sempre difesi a priori contro tutto e tutti, lo spirito critico latita, il coraggio di ammettere di star sbagliando qualcosa non è previsto.

Il Blue whale gioca sul nichilismo adolescenziale, su quella pulsione di morte che, a tratti, colpisce tutti gli adolescenti e che se  non viene adeguatamente controllata, spinge a comportamenti pericolosi.

Periodicamente, da millenni, esseri ignobili e spregiudicati giocano con questo sentimento  cupo e distruttivo, per trarne profitto. Basta pensare alla strage degli innocenti causata dall’eroina, che per decenni ha rappresentato la via di fuga di molti ragazzi che trovavano nel buco un modo per sopportare i problemi, non troppo diversi da quelli odierni, che li circondavano.

Oggi la droga è un prodotto sul mercato come tanti, ha perso la sua carica trasgressiva, chiunque la può acquistare a prezzi modici sotto casa, uccide più lentamente..

Il Blue whale rimescola gli ingredienti  per ottenere lo stesso risultato: non più il buco ma le “prove”, un progressivo percorso di condizionamento psicologico autodistruttivo, non più il benessere del liquido in vena ma il dolore esterno, i tagli profondi che servono a dimenticare il dolore interno, il male di vivere, l’isolamento dalla famiglie e dagli amici, il salto finale.

Il percorso è lo stesso, mutatis mutandis, dei terroristi islamici che si fanno esplodere. le loro biografie sono quelli di ragazzi disagiati, ricchi e poveri, più poveri, senza basi familiari, spesso con un passato da tossicodipendenti. Anche loro subiscono un indottrinamento, un lavaggio del cervello che li porta ad annullare sé stessi e a uccidere uccidendosi. La religione è solo una variabile, il meccanismo è lo stesso. Cambia solo il fatto che nel caso del Blue Whale, il soggetto viene portato a considerarsi l’unico colpevole dei malessere che lo affligge, nel caso dei kamikaze, viene spinto a pensare agli occidentali come responsabili della sua condizione, cosa per altro, spesso, vera.

Il Blue Whale non è il prodotto di una società che dopo aver sdoganato qualsiasi comportamento trasgressivo, gioca con la morte per vincere la noia, è il figlio di un sistema, politico e sociale, che ha dimenticato i ragazzi, le loro esigenze, loro fragilità, di una mentalità che considera l’affermazione sociale in termini di conti in banca e di famiglie che superano la frustrazione di una condizione sempre in bilico tra paura e disperazione scaricando sui figli aspettative troppo grandi da portare sulle spalle.

Sarebbe importante una seria riflessione sul ruolo della scuola e della famiglia  oggi, condotta da persone competenti e non dai vuoti parolai della politica, in questo periodo elettorale più fastidiosi del consueto.

Purtroppo non interessa a nessuno. L’oscena pseudo riforma della buona scuola è un atto d’accusa verso una classe politica che ha come obiettivo solo il proprio esclusivo interesse, elettorale e materiale, ed ha abiurato alla funzione di migliorare la società in prospettiva futura.

Non va dimenticato il ruolo dei media, in questo quadro: i tanti insegnanti che quotidianamente segnalano e combattono il disagio dei ragazzi e, qualche volta, riescono anche a vincere la partita, nonostante tutto, non fanno notizia, mentre fa notizia un aspetto marginale di questo disagio, il bullismo, fenomeni di dimensioni molto più ridotte rispetto a quanto la distorsione informativa faccia immaginare. Ma c’è un motivo “politico” dietro: il bullismo ha dei colpevoli e delle vittime, è un fenomeno in apparenza “semplice” e rassicura sapere che la scuola ha gli strumenti per combatterlo. Il disagio è un fenomeno i cui colpevoli siamo noi e la scuola, quando ha la volontà di contrastarlo, e questo non accade sempre, non ha quasi mai gli strumenti.

Sarebbe necessario un radicale cambio di prospettiva che arresti questa cieca corsa verso il baratro che conduciamo da tempo. Dobbiamo prendere coscienza che non viviamo nel migliore dei mondi possibili, che il nostro non è il miglior sistema possibile e che non possiamo aspettarci che chi ne regge le fila, lo cambi. Dobbiamo tornare ad assumerci le nostre responsabilità di cittadini, di uomini, di genitori.

I ragazzi sono il nostro futuro e che un brutto servizio televisivo improvvisamente sollevi il velo di un disagio diffuso e profondo, è solo la prova che, come nel bel libro di Saramago, ci muoviamo come ciechi per le nostre città, incapaci di ritrovare la capacità di distinguere quello che veramente conta.

La responsabilità dell’uomo comune


 

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Una delle mie alunne, dopo aver partecipato alla giornata in memoria delle vittime di mafia e aver visto a scuola con la classe il film “I cento passi”, mi chiede, con la logica ferrea che solo i bambini e gli adolescenti possiedono: ” Ma perché non fanno tutti il percorso sulla mafia che abbiamo fatto noi? Una volta che i mafiosi attuali sono morti tutti, non ce ne sarebbero più”. Le rispondo con un sorriso amaro:” Quante classi di questa scuola hanno partecipato alla manifestazione?”- “Noi”- “Ti sei già risposta da sola”.

Prendere atto di un fallimento è sempre sgradevole ma, preso atto di non essere riuscito, come attivista di Libera, a coinvolgere i miei colleghi nelle attività di educazione all’antimafia che svolgo da tempo nella mia scuola, è anche giusto e corretto chiedersi perché, come è giusto e corretto chiedersi perché a Genova, capoluogo di una regione dove ieri è stato chiuso un comune per mafia, e non è certo l’unico episodio di presenza delle mafie registrato in Liguria, alla manifestazione è mancata la gente comune, quella che incontriamo ogni giorno per strada.

La risposta, in entrambe i casi è semplice e dovrebbe, secondo me, e dovrebbe secondo me fornire uno spunto di riflessione a chiunque si occupi di contrasto alle mafie nel nostro paese: alla maggior parte della gente, sostanzialmente, trasversalmente, del contrasto alle mafie e alla corruzione non importa nulla. Punto.

Non esiste in Italia qualcosa che possa anche lontanamente paragonarsi a una coscienza civile condivisa, a un concezione del bene comune come patrimonio collettivo da tutelare insieme. Non esiste una cittadinanza attiva se non per una parte minoritaria della popolazione che diventa, suo malgrado, elitaria.

Libera da qualche anno a questa parte segna il passo, non riesce più  a crescere, non riesce più a incidere come un tempo sulle coscienze. Tanto che, spesso, finisce sulle prime pagine con titoli poco lusinghieri, cosa che fino a qualche anno fa era impensabile. Una buona parte di questi titoli sono falsi scoop, come quello del giudice che ci ha messo più di un anno per ammettere pubblicamente di aver detto delle idiozie su una inesistente gestione delle cooperative da parte di Libera.

Questo accade non solo per errori di percorso, inevitabili e giustamente evidenziati, perché la trasparenza deve valere per tutti, ma perché, passata l’onda emozionale che ha accompagnato la nascita del movimento, ottenuti alcuni risultati importanti, anche se non ancora del tutto compiuti, come la legge sui beni confiscati, il punto di arrivo attuale è quello di tutti quelli che hanno provato a cambiare le cose realmente in questo paese: il muro di gomma dell’indifferenza da parte della maggioranza dei cittadini.

Indifferenza spesso di comodo, come quella degli imprenditori del nord che con la mafia fanno affari e la considerano un attore come un altro del mondo della finanza, indifferenza spesso dettata dall’ignoranza, dalla percezione che le mafie riguardano il sud, da una stampa che fa molta fatica ad ammettere la presenza mafiosa al nord, da una magistratura che fa ancora più fatica a certificarne l’esistenza con sentenze chiare, da una politica che da anni semplicemente nega il problema, ma è un’indifferenza soprattutto dettata dalla naturale ritrosia degli italiani ad assumersi le proprie responsabilità, dalla tendenza a delegare ad altri ciò che va fatto insieme.

Il pensiero liquido qui si trasforma in amnesia, la resilienza in tiriamo a campare finché mettiamo qualcosa nel piatto.

Non si spiega altrimenti come la mostruosa norma che vieta di dare da mangiare agli extracomunitari, recentemente applicata ad un cittadino francese reo di aver commesso un gesto di empatia umana,  possa essere accettata in silenzio e la notizia di questa multa, roba da leggi razziali, passi come un trafiletto sui giornali.

Non si spiega altrimenti come si possa anche solo pensare una legge sul decoro dei centri storici che permette di allontanare, non si sa bene come e in che termini, chi non commette alcun reato ma disturba il comune senso del decoro.

Non si spiega altrimenti che un vice presidente di regione, si allontani da una manifestazione contro le mafie perché è partita Bella ciao, l’inno di chi, dando la vita per un’idea di democrazia, ha permesso che lei e quelli come lei, potessero governare (male) una regione ed esprimere le loro  (pessime) opinioni.

Stiamo parlando di palesi tradimenti della carta costituzionale, dello spirito della carta, se non della lettera ( anticipo in partenza le dotte eccezioni del leguleio di turno) cioè del contratto sociale che riguarda ognuno di noi.

Se la gente non scende in piazza per queste cose, perché dovrebbe farlo contro un potere ombra come quello delle mafie, che si alimenta del silenzio, che non si vede ( se non si vuol vedere), l’unico che applica, purtroppo per tutti noi, quella politica del fare tanto blaterata dai politici di tutto il mondo.

Forse l’antimafia dovrebbe ripartire dai margini , dalle periferie dove si condensa la rabbia, dove gli ultimi continuano a non esistere, chiusi nei loro ghetti, divisi da muri di odio e diffidenza verso la città “normale”, rispettabile, dove si consumano crimini anche più gravi, nelle banche, negli uffici delle finanziarie, che nessuno mai condannerà.

Libera lo fa, in parte, con i suoi corsi di formazione per gli insegnanti, con il progetto “Anemmu”, a Genova si chiama così,in altre regioni con altri termini dialettali,.un lavoro fantastico, portato avanti da giovani volontari che meriterebbero un monumento, che riguarda ragazzi che sono sottoposti alla messa in prova da parte del tribunale, gli ultimi, appunto. Poco, ma qualcosa: poco perché siamo pochi e siamo pochi perché la parola “impegno” alla maggior parte degli italiani fa venire l’orticaria.

Una parte di me, quella dell’insegnante, vorrebbe incontrare chi ha scritto Don Ciotti sbirro su un muro di Locri e chiedergli perché lo ha fatto, da dove nasce quella rabbia, qual è il possibile punto di contatto per incontrarsi e trovare un dialogo costruttivo.

E’ troppo comodo dire siamo tutti sbirri, mettere frasi a effetto sui social network e liquidare la questione come provocazione mafiosa, troppo semplice, troppo italiano.

Perché Locri è periferia del mondo, perché al mondo non esistono solo le belle persone che marciano festanti sventolando le loro bandiere ma anche le persone povere, che belle non sono, perché la povertà non ha niente di bello e di nobile, persone disperate che applicano alla lettere quella morale dell’ostrica che Verga ha così ben descritto nei suoi capolavori, restando attaccate al loro nido, alle loro abitudini, al loro micro mondo. Sono persone disperate e la fase successiva alla disperazione è la rabbia.

Se c’è rabbia, c’è volontà di reazione. Quello che dovremmo fare, la sfida del futuro, forse, è cercare di incanalare quella volontà di reazione verso fini positivi far capire a chi ha scritto quella frase, a tutti quelli che scrivono quelle frasi, che esiste qualcosa di diverso dal guscio della loro ostrica.

Per fare questo bisogno ricominciare da capo, rimboccarsi le maniche, buttare nel cesso la retorica e trovare nuove strade, muoversi verso altre direzioni diverse da quelle battute fino a oggi.

Personalmente non sono per nulla soddisfatto di quanto io ho fatto fino ad oggi, sono consapevole di dover fare di più, soprattutto nel mio lavoro, e a darmi una spinta a continuare sono le domande di una ragazzina di dodici anni e un classe che mi chiede di mettere sulla Lim il testo de I cento passi per cantarli tutti insieme. Non perché senta di aver lavorato bene, ma perché penso che questi ragazzi sono migliori di noi, più responsabili di noi e meritano tutto l’impegno possibile. Almeno quello, visto che gli stiamo distruggendo il futuro con la nostra indifferenza.

Lavorare insieme per una scuola diversa


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Ritrovarsi ogni anno a Roma per partecipare ad Abitare i margini, il corso di formazione per docenti organizzato da Libera, è sempre piacevole, specie per chi ai margini ci lavora, come chi scrive, e trova conforto nel confronto con voci diverse.

Durante i tre giorni di lavoro, si incontrano vecchi amici e si stringono nuovi rapporti, ci si confronta, si producono insieme nuove idee. Quest’anno però, è arrivato un sentimento assente nelle passate edizioni: la rabbia.

Si percepiva, almeno in una parte degli insegnanti presenti, una insoddisfazione forte e frustrante per quello che sta diventando la scuola, la consapevolezza che la direzione in cui la politica ha portato la scuola negli ultimi vent’anni sia in direzione ostinata e contraria al comune sentire di chi spende, ad esempio, tre giorni della propria vita per trovare nuovi stimoli e nuove strade che gli permettano di entrare in relazione con chi ha di fronte ogni giorno, a chi vive questo mestiere non come un semplice lavoro né come una missione ma come un servizio alla collettività.

Personalmente, sono diventato insofferente alla retorica della contaminazione dal basso, l’idea che dare il buon esempio, sperimentare, produca un contagio positivo negli ambienti di lavoro. Nella scuola non funziona, non più, anzi, chi prova il nuovo, specie se non è in linea con i nuovi indirizzi ministeriali, viene, nel migliore dei casi, più o meno indirettamente, boicottato. La scuola di oggi vede accentramenti di potere e cerchi magici, servi e padroni, chierici obbedienti e apocalittici autoreferenziali.

Non accetto quindi il discorso, ma rispetto chi lo fa, che il cambiamento debba partire dal singolo insegnante. Rispetto chi lo fa perché un lavoro sociale deve comunque cominciare dall’assunzione di responsabilità del singolo, dall’obbligo etico di dare di più, di non potersi limitare al dovuto. Ma un conto è la scelta personale, un conto è l’illusione che questa venga condivisa per empatia da chi ti lavora vicino e ha una concezione spesso opposta del mestiere.

La scuola è l’attività più politica che esista in un paese, politica nel senso letterale di attività che va a vantaggio della polis, della città e dei cittadini, la scuola ha nelle mani le chiavi del futuro del paese ed è giusto che chi governa si assuma la responsabilità di indirizzarla verso la strada prevista dalla carta costituzionale, non può passare da un pugno di insegnanti di buona volontà.

La scuola della meritocrazia, della selezione, della valorizzazione delle eccellenze non fa l’interesse della collettività ma del singolo, crea marginalità e sceglie, discrimina e non funziona da ascensore sociale ma da trampolino di lancio per pochi. Qualcuno può anche trovarla auspicabile, ma la Costituzione non dice questo.

La buona scuola di oggi non risponde alle nuove sfide che i ragazzi ci pongono: non dà risposte all’inquietudine sociale, offre tecnicismo invece di una nuova comprensione del reale, non apre la porta al lavoro ma allo sfruttamento e, soprattutto, è una scuola che non guarda agli ultimi, che non mette in cantiere come priorità quello di risolvere le gigantesche disuguaglianze di risorse tra singoli istituti che nel nostro paese si riscontrano nella stessa città, in quartieri vicini e tra regioni e regioni, non attua serie politiche di condivisione di percorsi comuni con chi arriva da lontano, non è progettata sulla visione di un paese migliore ma sulla visione di una èlite migliore, una classe dirigente che, come ai tempi che furono, possa gestire la cultura e quindi il potere. La scuola di oggi è divisiva, selettiva, priva di etica.

A me e, credo, a buona parte dei colleghi presenti a Roma, questa scuola fa schifo.

La rabbia di alcuni docenti nasce dalla normalizzazione ormai in atto : la maggior parte dei docenti ha accettato e continua ad accettare passivamente questo stato di cose, questo nuovo indirizzo, cercando di ricavarsi spazi di quieto vivere, i sindacati restano inascoltati e da tempo hanno perso il contatto con la base, le famiglie sono diventate controparte. Gli insegnanti che remano contro sono sempre meno, sempre più soli e sempre più marginali.

Personalmente, alla scuola dei corsi di eccellenza preferisco quella dei corsi di lingua due per gli alunni stranieri e alla filosofia del merito preferisco quella di assicurare a tutti le stesse possibilità di partire per la corsa della vita più o meno dallo stesso punto senza trucchi, alla scuola dei migliori preferisco una scuola solidale e cooperativa, la scuola di tutti. Io sogno una scuola che torni ad essere punto di riferimento del quartiere, che tolga lavoro alle forze dell’ordine nei quartieri più disagiati,  che funzioni da ascensore sociale ed etico e possa portare a quel nuovo umanesimo di cui, in quest’era di piccoli orrori, abbiamo bisogno.

Sono anche fermamente convinto che la società civile non possa cambiare nulla: non sarà la società civile a sconfiggere la mafia e non saranno i docenti a cambiare la scuola.

Ma un compito importante la società civile lo ha: quello di rompere le palle al potere, di chiedere con forza un cambio di direzione, di proporre nuove strade e chiedere pil motivo per cui non vengono intraprese.

I cambiamenti, quelli veri, vanno chiesti alla politica, l’unica che possiede gli strumenti e la forza per avviarli.

Stamattina sono tornato in classe carico, come sempre quando torno da Roma, animato dalla voglia di ricominciare a lavorare in un certo modo, di tornare a fare la differenza, ma questo non cambia né l’enorme incazzatura che mi porto dentro per quello che vedo accadere ogni giorno, né lo stato delle cose. 

Mi porterò dentro di questa edizione di Abitare i margini il ricordo di un magnifico brainstorming con i colleghi per costruire un percorso didattico che valga trasversalmente, dal sud al nord, per parlare di mafie in modo condiviso, al di là delle specificità dei territori in cui si opera, terrò a mente i nuovi spunti che sono venuti dagli interventi di altissimo livello dei relatori, soprattutto quelli che mi hanno visto in disaccordo, perché è dal confronto e solo dal confronto con chi la pensa diversamente, che nasce il cambiamento.

Un grazie enorme allo staff della formazione di Libera, persone preziose che con ostinata testardaggine continuano ad andare controcorrente, persone rare, come i colleghi che hanno condiviso questa tre giorni.

Dove eravate, signori dotti e sapienti?


Non sono solo le capacità di lettura e scrittura ad essere deficitarie negli studenti universitari italiani, come risulta dall’appello (mal scritto) dei docenti universitari, ma la cultura tout court. 

MI chiedo solo perché un tale, accorato appello non sia arrivato durante il ventennio berlusconiano, quando tutto ciò che apparteneva alla sfera culturale veniva beffeggiato, dileggiato, svalutato, delegittimato, oppure quando Renzi assestava gli ultimi colpi a una scuola pubblica trasformata, negli anni, in una sorta di agenzia di baby sitter, dove fare scuola è opzionale.

O ancora, perché non hanno lanciato accorati appelli contro quei giudici che vanificavano le legittime decisioni di un consiglio di classe annullando sacrosante bocciature e spingendo i docenti a bocciare sempre meno, per timore di ripercussioni legali?

Dov’erano i professori quando le statistiche europee indicavano l’Italia come il paese dove si legge di meno e dove le percentuali dell’analfabetismo di ritorno sono spaventose?

Peccato gli sia sfuggita la retorica i sulla scuola delle tre I e quella sul valore delle materie scientifiche. “Con la cultura non si mangia”, ha detto un ministro senza suscitare cori sdegnati.

Peccato non abbiano colto il tentativo di trasformare la scuola in un supermarket e un centro ricreativo, dove ognuno può scegliere a piacere cosa fare o non fare e dove a comandare sono i genitori.

Peccato non siano insorti contro la delegittimazione quotidiana della figura dell’insegnante, considerato, a seconda dei periodi e dei governi, un nullafacente, un corporativista, un fascista, un lettore di giornali in classe a sbafo, un mantenuto, ecc.

Mi viene un sospetto: non è che per tutelare le vostre poltrone ed evitare che il governo metta mano anche a quella fiera del clientelismo che è l’università italiana, state dando modo al governo di lanciare l’ultimo assalto contro la scuola pubblica, accusando, indirettamente, gli insegnanti di manifesta incapacità?

Replica alla lettera di un genitore che non sa fare il genitore


Ha suscitato un certo scalpore sia sui social network che sui media ufficiali, le lettera di un genitore agli insegnanti del figlio riguardo la questione dei compiti per le vacanze.

Ancora una volta si evidenzia il fatto che le tematiche riguardanti la scuola vengono trattate dai media italiani in modo dilettantistico e strumentale, spesso senza aver cognizione di causa dell’argomento.

In secondo luogo, certi commenti sui social networks o sui forum dei quotidiani, non fanno che confermare la contestatissima frase del compianto Umberto Eco al riguardo.

Ciò nonostante, anche la lettera di un genitore che non sa fare il genitore, può essere spunto di riflessioni interessanti.

Partiamo dalla frase a effetto: “ io gli insegno la vita”.  Suona bene, ha una sua musicalità epica, peccato che sia una sciocchezza. Perché la vita non si insegna, la vita la si “impara” sulla propria pelle, perché un adolescente è per sua natura portato a rifiutare i consigli e gli insegnamenti che vengono dalla famiglia ( e meno male, con un padre così…), perché i ragazzi sono, per fortuna, ribelli per natura e modellano il mondo secondo il loro punto di vista. I ragazzi possono essere consigliati, avvertiti, guidati, stimolati: ma nessuno insegna niente a nessuno, né quel genitore che non sa fare il genitore, né gli insegnanti.

Raffaello ha visualizzato in forma iconica ed eterna il senso di fare scuola nell’affresco “La scuola di Atene”: imparare significa incontrarsi, confrontarsi, dialogare: nessuno dei grandi raffigurati sale su un pulpito, o si trova in posizione preminente rispetto agli altri, tutti hanno qualcosa da imparare da tutti.

Non a caso, “nuove” metodologie didattiche come la flipped classroom , il cooperative learning, il peer to peer, adottate da decenni nei paese anglosassoni e nei paesi del nord, pongono l’accento sulla figura dell’insegnante come motivatore, guida, non come sacerdote di un sapere consolidato che dispensa i suoi insegnamenti dal pulpito- cattedra. Cambiamento di paradigma necessario con l’avvento delle nuove tecnologie e con ragazzi nativi digitali, che sviluppano modalità di apprendimento e strutture cognitive differenti da quelle di venti, trent’anni fa.

Virgilio, nel capolavoro dantesco, guida Dante, ma è il poeta che “fa” il percorso, che apprende, che accresce le sue conoscenze ponendo le giuste domande e facendo tesoro delle risposte. Al netto delle tematiche religiose e salvifiche del poema, Virgilio stimola la sua curiosità e il suo desiderio di conoscenza. Questo deve fare, a mio avviso, un insegnante oggi.

Un altro dei nostri compiti è quello di far rispettare le regole, regole chiare e condivise. A scuola, per la prima volta nella vita, i ragazzi sperimentano un embrione di contratto sociale, subiscono un imprinting che, in un mondo perfetto, dovrebbe condurli domani a diventare persone civili, che rispettano la legge e assegnano il giusto discredito sociale a chi non lo fa. A scuola, entrano in rapporto con il mondo, ad esempio nelle classi multi etniche, con i problemi, le potenzialità e i mali del mondo, e sta a noi porre le basi perché domani possano renderlo migliore.

Come si vede, gli insegnanti hanno compiti complessi, ben diversi da quell’insegnare nozioni che il genitore che non sa fare il genitore evidenzia nella sua brutta lettera. Se il nostro lavoro si limitasse a trasmettere nozioni, intanto sarebbe molto più semplice, in secondo luogo sarebbe inutile, perché potremmo essere sostituiti da Wikipedia o da  qualcuna delle innumerevoli risorse presenti in rete. Il nozionismo, che tanto ci ha ammorbato quando gli studenti eravamo noi, fortunatamente è morto con la diffusione di Internet. “ Ciò che non sai di tua scienza in realtà non sai” scriveva Brecht, sono parole che scrivo alla lavagna il primo giorno di scuola nelle mie nuove classi, parole che ogni insegnante dovrebbe porsi come obiettivo: bisogna accendere nei ragazzi il desiderio di sapere.

Tuttavia il genitore che non sa fare il genitore pone un problema reale:è innegabile che le famiglie, e a volte anche i ragazzi, invece di vivere la scuola come il luogo in cui si sviluppa la coscienza critica, si affinano gli strumenti cognitivi, si impara a diventare cittadini, a entrare in relazione con gli altri e col mondo, la vivano come un luogo “altro”, dove la vita è come sospesa e legata a regole diverse da quella reale. Questa nella migliore delle ipotesi, altre volte, come nel caso del genitore che non sa fare il genitore, la scuola è vissuta come un peso, come una intromissione delle istituzioni nella sfera privata, in modo conflittuale.

La responsabilità di questo è anche nostra ma non solo nostra: i governi che si sono succeduti negli ultimi venticinque anni, hanno delegittimato il ruolo degli insegnanti e squalificato quello della scuola, fino a ridurla a quello che è oggi, su cui non mi dilungo perché troppo ne ho scritto.

Quel genitore non sa fare il genitore perché non capisce che rispettare regole condivise, come quella di fare i compiti assegnati, è il primo passo per riconoscere negli altri noi stessi, per passare dal narcisismo adolescenziale alla condivisone e alla cooperazione, non ha capito che la scuola è palestra di vita, palestra privilegiata: perché è l’unico luogo, l’unico momento della vita, in cui un ragazzo sentirà di essere come gli altri, di avere le stesse possibilità, gli stessi diritti e gli stessi doveri di tutti gli altri. Sarà poi la vita a disilluderlo, molto presto, senza bisogno che lo faccia un padre supponente, ignorante e incosciente.

Chiudo con una nota personale: io non assegno compiti per le vacanze ma non biasimo e non critico i colleghi che lo fanno. perché a scuola ho imparato a rispettare chi ha opinioni diverse.

La scuola che non c’è


Ricomincia domani ( ma è già cominciata per alcuni) la scuola, anche se questo termine andrebbe rimodulato, reinvestito di altre assonanze rispetto a quanto siamo stati abituati a fare fino all’anno passato.

Lungi da me affermare che prima la scuola italiana godesse di buona salute, ma è possibile oggi, dopo un anno di sperimentazione della riforma, affermare senza tema di smentita che:

1) Tutte le promesse del governo (azzeramento dei precari, aggiornamento tecnologico, merito, razionalizzazione e potenziamento delle risorse, bla bla bla) sono state disattese, tutte, nessuna esclusa.

2) Il ministero dell’Istruzione e l’amministrazione scolastica in generale denunciano un’arroganza e una incompetenza che raramente si è vista nel servizio pubblico.basta vedere il modo in cui sono stati gestiti i concorsi, l’arruolamento, ecc. Roba da terzo mondo, altro che scuola 2.0! Per non parlare della mobilità: norme cervellotiche e assurde che valgono per tutti tranne che per la moglie di quello che non è stato eletto, ovviamente, così insegnanti del sud sono costretti a trasferirsi al nord o a rinunciare al lavoro senza alcun motivo razionale, solo per il ghiribizzo di gente che non solo non sa nulla di scuola ma non sa nulla di come vivono le persone normali, quelle senza benefit, con uno stipendio da fame e una famiglia da mantenere.

3) Il merito si è rivelato quello che era evidente si sarebbe rivelato: una regalia che, nella maggior parte dei casi, non valorizza un accidente ma serve a creare coorti di fedeli, avvilente sia per i dirigenti onesti ( e ce ne sono) sia per gli insegnanti.Chi ha meritato la premialità e l’ha ricevuta, prova imbarazzo verso i colleghi che hanno lavorato con lui e come lui, senza averla ricevuta, chi non l’ha meritata e l’ha ricevuta, non prova nessun imbarazzo, chi avrebbe voglia di dare di più e non ha ricevuto nessun riconoscimento sarà indotto a fare di meno, perché: chi glielo fa fare?

Per inciso, lo spirito della norma sul merito andava in direzione opposta, la premialità avrebbe dovuto valorizzare, non punire chi canta fuori dal coro, stimolare non deprimere, essere il più possibile allargata non limitata ai cerchi magici e, soprattutto, non avrebbe dovuto essere assegnata a chi è già stato premiato da esoneri e congrui riconoscimenti con il fondo d’Istituto.,  Ma si sa che tra lo scrivere e il fare…

4) Gli insegnanti, come categoria, non esistono. I propositi di battaglia si sono sciolti come neve al sole e sono rimasti nelle mani di chi si illude che  una categoria che sciopera al 15% improvvisamente leverà la testa se si alzeranno le barricate ( che, detto per inciso, non possono essere alzate: siamo categoria soggetta a precettazione). La normalizzazione impera: qualcuno tace per paura, qualcuno perché talmente schifato da non averne più voglia, qualcuno perché servo e gli sta bene così. E nei corridoi i coltelli corrono silenziosi verso le spalle di tutti, con buona pace della collegialità, defunta non appena la 107 è stata varata. Amen. Amen anche per i sindacati di categoria,cancellati da quelli che rappresentano nel momento cruciale, anche loro normalizzati, in cerca di residui spazi di potere.

5) Nessuno al governo si assumerà la responsabilità del disastro: né il ministro dell’istruzione, il peggiore degli ultimi vent’anni ( e con la Gelmini pensavamo di aver toccato ogni fondo possibile) né tantomeno quello che non è stato eletto o il suo fedele servo, Faraone. Scaricheranno le colpe sulla categoria che, per la sua accidia, una parte delle colpe se le merita.

6) E’ solo l’inizio: i regolamenti di conti interni, le ripicche, le smanie di potere di chi nulla conta e crede di contare, i colpi bassi, le chiacchiere alle spalle, sono diventate e diventeranno pane quotidiano nelle scuole del regno, avvelenando gli ambienti ed esasperando molti che vorrebbero solo svolgere il proprio lavoro in santa pace.

7) I veri e unici sconfitti in questa commedia degli errori sono i ragazzi: l’inevitabile scadimento della didattica per la demotivazione degli insegnanti, la corsa alle promozioni facili perché fa punteggio nei rapporti di autovalutazione, i progetti inutili e di facciata che le scuole organizzeranno perché in linea con le direttive del governo,saranno tutto tempo rubato al loro diritto di formarsi culturalmente e umanamente. D’altronde, di loro non interessa nulla a nessuno: non votano, non contano. Ancor meno interessano i ragazzi stranieri: non votano, non voteranno, sono meno di zero. 

Ecco, questa è la scuola del nuovo corso e forse sarebbe opportuno trovare un nuovo termine più adeguato, più sincero per definirla. Questa è la scuola che comincerà domani in molte regioni del paese e molti insegnanti, come me, che fino a qualche tempo fa attendevano la fine delle vacanze e l’inizio delle lezioni con un misto di rammarico e di  piacevole attesa, oggi si sentono un po’ nauseati e non esattamente motivati. Anzi, oggi, si sentono sconfitti.

Un anno di buona scuola: missione compiuta.


Dopo un anno di sperimentazione della riforma detta Buona scuola, mai termine fu più improprio,.si può serenamente affermare che l’intento del governo di distruggere quel poco di buono che restava della scuola pubblica è stato portato a compimento.

L’aziendalizzazione della scuola porta nella casella dei dati positivi solo un numero di assunzioni molto inferiore alle roboanti dichiarazioni di inizio anno. Per il resto, un disastro.

Si parva licet componere magnis, e in questo caso è lecito eccome, in molte scuole italiane si è creata una struttura di potere che è la fotocopia di quella del governo: un cerchio magico ristretto, formato dal dirigente e dal suo staff, che dispensa favori agli amici e punizioni ai nemici, una maggioranza silenziosa di docenti che, in silenzio, cerca come sempre di svolgere al meglio il proprio lavoro tirando a campare, un gruppo, di solito limitato, di docenti “contro”, alcuni ideologizzati, altri paraculi, altri semplicemente disgustati dall’andazzo, destinato all’emarginazione.

Aggiungete a questo un aumento grottesco della burocrazia, l’ostilità aperta di molte famiglie che, grazie anche alle dichiarazioni di membri del governo che quando esternano tengono il cervello in standby, si sentono in dovere di contestare tutto e tutti e di spiegare agli insegnanti come devono svolgere il proprio lavoro, l’avvelenamento dei rapporti interni in molte scuole, dovuto a un aumento della competitività, alla paura di non riuscire a ritagliarsi un posto al sole o allo sdoganamento della stronzaggine che nel nuovo corso è requisito fondamentale per farsi valere, e avete un quadro di quello che sta succedendo..

Last but not least, il bonus, una miserabile elemosina che sta diventando causa di forti contrasti all’interno dei collegi docenti per il semplice fatto che il legislatore non ha legiferato e ha lasciato carta bianca a ogni istituto sulla definizione dei criteri di accesso all’elemosina. E i coltelli volano nei corridoi meglio che in un film cinese di John Woo.

Non parliamo poi dei concorsi che non abilitano più, così lo Stato può succhiare denari con corsi di abilitazione che cambiano nome ogni anno, delle prove dei concorsi, stilate da esperti durante un coca party, o del meccanismo kafkiano per valutare l’anno di prova dei nuovi immessi in ruolo, o degli ambiti territoriali che presuppongono doti di ubiquità, o delle norme che costringono un insegnante di Palermo ad andare a lavorare a Trento salvo scoprire qualche mese dopo, quando viene bandito il concorso, che a Palermo le cattedre ci sono.

Se non fosse tragico, se non fosse una schifosa manovra  basata sul bisogno di lavoro delle persone, se non stessero tentando in tutti i modi di trasformare gli insegnanti in servi muti, ci sarebbe da sganasciarsi dalle risate.

E i ragazzi? La professionalità della stragrande maggioranza degli insegnanti, una professionalità non riconosciuta e derisa da chi dovrebbe valorizzarla, per fortuna ha permesso che non subissero gli effetti di tutto questo, almeno per il momento. Ma i problemi strutturali della scuola sono ancora tutti lì: programmi vecchi, didattica da aggiornare, dotazioni tecnologiche distribuite in modo diseguale sul territorio, insegnanti di sostegno e curricolari che cambiano in corso d’anno grazie alle cervellotiche nuove norme sulle assunzioni, mancanza di un disegno per un autentico rilancio della scuola, programmi per l’integrazione e per il contenimento del disagio che non siano affidati solo alla buona volontà dei docenti, fondi d’Istituto usati per pagare altri invece che chi lavora con i ragazzi, ecc.

Tutti fattori che provocano una palese discriminazione nella fruizione del diritto allo studio, tra regione e regione, tra città e città, tra quartiere e quartiere, una discriminazione scandalosa, anticostituzionale, sotto gli occhi di tutti, di cui sembra non importare nulla a nessuno..

Il futuro sarà la chiamata diretta d parte dei dirigenti, la legalizzazione del clientelismo, il sogno proibito di ogni piccolo autocrate, il completamento della trasformazione dei docenti da professionisti del sapere in Fantozzi.

Si è chiuso un brutto anno per la scuola ieri, solo parzialmente addolcito dai sorrisi dei ragazzi, che, come mi diceva una mia ex alunna, diventata collega, sono gli unici a cui dobbiamo rendere conto del nostro lavoro. Ed è per questo, solo per questo che, nonostante tutto, continuiamo a crederci.