Ricordando Portella della ginestra


La strage di Portella della Ginestra rappresenta la perdita dell’innocenza della democrazia italiana, almeno quanto l’omicidio di J.F.K. rappresenta la stessa cosa per quella americana. Un perdita precoce che suona quasi come un destino predeterminato.

C’è tutto in quella strage di lavoratori, tutto quello che verrà: l’anticomunismo che caratterizzerà buona parte della nostra politica, il timore che “gli ultimi” alzino la teste rivendichino i propri diritti, la mafia utilizzata da parti  dello stato e dell’imprenditoria  per fare il lavoro che, fino a qualche anno prima, avevano fatto le squadracce fasciste, i depistaggi, le ambiguità, le collusioni e le intersezioni che si sono ripetute in tutti gli eventi cruciali della storia italiana recente.

Il bandito Giuliano, usato e poi tradito, assassino assassinato per ragion di Stato, è solo uno dei tanti criminali che, in momenti topici della nostra storia, hanno svolto il lavoro sporco, hanno messo bombe sui treni, nelle stazioni, durante manifestazioni sindacali, hanno fomentato scontri di piazza, hanno commesso omicidi eccellenti.

La mafia, non un anti stato, come è stata dipinta per troppo tempo, piuttosto un complemento oscuro dello Stato, ha giocato in questi eventi un ruolo da protagonista e, purtroppo, continua a giocarlo nell’indifferenza  colpevole e complice, della politica e del mondo dell’imprenditoria, che non sono cambiati poi molto da quegli anni.

Portella della Ginestra è un’offesa non ancora sanata ai lavoratori, a quei principi di internazionalismo e solidarietà una volta vivi e, oggi, sempre più trasformati in memoria pallida ed evanescente.

Bene hanno fatto i sindacati confederali, che con tutte le contraddizioni e gli errori di percorso restano portatori di valori e difensori di diritti, a scegliere quella piana insanguinata per la manifestazione odierna, a ribadire il valore simbolico e sacrale di un luogo dove la nostra democrazia ha svelato una parte della sua anima. Bene hanno fatto a ricordare che alcuni dei morti di quel giorno portavano cognomi albanesi,bene hanno fatto a sottolineare che la lotta per il lavoro è internazionale e globale.

Questo è un paese con una democrazia incompiuta, che non ha mai fatto i conti con la propria storia e chi non sa guardarsi indietro non troverà mai il coraggio di guardare avanti. E’ anche un paese dove latita il senso della responsabilità individuale, non esiste una coscienza civile condivisa e non esiste una concezione del bene comune. La Resistenza, l’unica pagina gloriosa della storia dell’Italia unita, è stata lotta di una parte contro l’altra, vinta dalla parte minoritaria. L’affermazione di uno sconsolato Pavese secondo cui l’Italia era e sarebbe rimasto un paese fascista, trova, purtroppo, conferme quasi quotidiane nella ricerca dell’uomo forte, nel populismo razzista e anti sindacale, nel qualunquismo dominante e forcaiolo.

Portella è una ferita ancora aperta nella nostra storia e quei lavoratori continuano a popolare la piana in cerca di giustizia e di libertà. Non potremo mai considerarci davvero liberi, se quella ferita non verrà sanata.  La strada, al momento, sembra ancora lunga.

Buon Primo Maggio a chi crede che un altro mondo e un’altra Italia è possibile.

La scuola devastata


 

la-buona-scuola-siamo-noi-2

Se si può imputare un grave colpa a questo governo, e a parere di chi scrive se ne possono imputare parecchie, è certamente la riforma della scuola. Un anno fa, in questo spazio, prevedevo i danni che avrebbe procurato e le previsioni si sono rivelate esatte.

Basta considerare cosa sta succedendo in questi giorni con la presunta valutazione del merito: commissioni impegnate a stabilire criteri che non siano oggetto di ricorso e che si inventano le categoria più assurde come l’autorevolezza o la disponibilità, quasi fossero misurabili oggettivamente e quindi soggette a indiscutibile giudizio. Dirigenti che si affannano a inserire nella graduatoria del merito il proprio cerchio magico, altri che esercitano arbitrariamente il proprio (presunto) potere,  altri ancora che provano a usare equilibrio e senso della misura, rammaricandosi di questa nuova e surreale incombenza piovuta sulle loro spalle. Le indicazioni del governo? Il bonus non va attribuito a tutti ma neanche a pochi. Stop.

Nei corridoi delle scuole i coltelli volano ad altezza d’uomo e chi si disinteressa della questione e continua a portare avanti il proprio lavoro, fortunatamente moltissimi, viene guardato con sospetto o apostrofato malamente per il proprio distacco da gente che non ha mai fatto un giorno di sciopero se non coincideva con un viaggio organizzato.

Non parliamo poi dei sindacati, che si affannano ad affermare che il bonus è oggetto di contrattazione, senza chiedersi quanto sia moralmente giusto che chi è stato eletto per tutelare i lavoratori contribuisca a decidere a chi deve andare l’elemosina di stato e a chi no.

Il governo Renzi ha trasformato i luoghi della cooperazione e del lavoro condiviso in piste per una corsa di bighe e questo è semplicemente vergognoso.

Purtroppo, quella reazione che la categoria ha avuto a Giugno e che i sindacati non sono riusciti a cavalcare, per debolezza oggettiva, incapacità e tutela di sacche di potere, è in mano a chi non trova miglior espediente per esprimerla che una retorica vecchia e vuota che fa il paio con la retorica del magnifico trio Renzi-Faraone- Giannini, più simile ai bulgari di Aldo, Giovanni e Giacomo che al trio Lescano.  Sono stanco di leggere la nostalgia per una scuola che non è mai esista perché, esclusi i primi anni della Repubblica e il ventennio fascista, non ha mai rappresentato un priorità per il governo ma una spiacevole incombenza.

La scuola non era perfetta prima della riforma, ma la riforma non ha risolto i problemi vecchi e ne ha aggiunto di nuovi, questa è la verità. La riforma ignora totalmente la formazione dei ragazzi, il mestiere dell’insegnare, l’etica del lavoro di chi, quotidianamente si siede ogni mattina alla cattedra per dare corpo e voce alla Costituzione.

Ha invece aggravato la già kafkiana burocrazia, ha sdoganato il servilismo e, l’abuso di autorità, ha aumentato a livelli insostenibili la conflittualità interna e la competizione, ha cercato di mettere la museruola e il guinzaglio a una categoria che, per fortuna, ha letto Il potere dei senza potere  di Havel e conosce il potere eversivo del lavoro ben fatto.

Il 20 maggio spero che siano loro, quelli del lavoro ben fatto, a svuotare le scuole e a riempire le sale delle assemblee chiedendo ai sindacati di avere qualcosa che fino adesso è mancato nel contrasto alla riforma: il coraggio.

Il ministro Giannini non capisce, le capita spesso, il motivo di questo sciopero a fronte dell’ennesima oceanica ondata di assunzioni annunciata.

Sarà forse che siamo stufi di farci prendere in giro? Sarà che abbiamo il contratto bloccato da sette anni e il governo è già stato condannato per questo dalla Corte Costituzionale? Sarà che le scuole sono ancora piene di precari e il governo continua a dimenticare il personale Ata, tranne quando si tratta di diminuirlo? Sarà che gli insegnanti di sostegno cambiano due o tre volte nel corso dell’anno, con grave danno per gli alunni, perché non si sanno stilare le graduatorie?  Sarà che da settembre, con l’assunzione diretta da parte del dirigente, il clientelismo diventa legge e noi diventiamo tutti precari? Sarà che la legge sulla sicurezza in moltissime scuole viene regolarmente derogata? Sarà che il governo ha creato ambiti territoriali assurdi per limitare la mobilità interna  e ha costretto senza alcun motivo centinaia di insegnanti a cambiare regione bandendo quest’anno il concorso nelle regioni di partenza? Sarà che il governo ha finanziato la lotta fratricida per il merito a scapito dei fondi d’istituto che vanno usati per lavorare con i ragazzi?

Ha idea il ministro del modo in cui è stato organizzato il concorso che si sta svolgendo in questi giorni? Esattamente come il ministro e i suoi sodali hanno gestito la riforma: nel modo peggiore possibile.

L’insostenibile ( e comprensibile) tendenza del sindacato ad evitare la lotta.


Calvino

Ci sono colleghi insegnanti che in varie regioni d’Italia stanno lottando contro una riforma ingiusta che, se applicata pienamente, cancellerà, di fatto, il concetto di scuola pubblica così come lo conosciamo.

Ci sono colleghi insegnanti che, in varie regioni d’Italia, si sono adeguati cercando di ritagliarsi il proprio piccolo spazio di infimo potere e garantirsi bonus e prebende per il futuro.

Ci sono colleghi insegnanti, in varie regioni d’Italia, che attendono segnali di vita da un sindacato che sembrava aver ritrovato consensi e voglia di lottare, per poi tornare allo stato letargico dopo la pausa estiva.

Sono un insegnante e un sindacalista confederale,partecipo ad assemblee che sono tornate numerose e, per la prima volta da tanti anni a questa parte, non veniamo assaliti, criticati, attaccati, ma la gente guarda a noi in cerca di risposte e soluzioni che non possiamo quasi mai dargli.Gli insegnanti sono smarriti, spaventati, confusi e cercano qualcuno che li porti fuori dal guado.

Sento di dirigenti che (per ora) mantengono un atteggiamento equilibrato e democratico e di altri che invece danno letteralmente di testa,agendo più da ducetti che da funzionari pubblici.

Ho sempre pensato che alla base dell’azione sindacale debba esserci la mediazione, la ricerca di un accordo con la controparte che, possibilmente, risulti moderatamente vantaggioso per tutti. Sono anche convinto che quando quest’accordo non arriva, si debba lottare per cercare di ottenere quegli stessi obiettivi. Arrendersi e aspettare non porta frutti.

Contestualizzando, parlando dell’attuale situazione della scuola, entrano in gioco numerosi fattori che determinano la ritrosia dei confederali ad avviare una seria azione di contrasto e lotta:

1) Una grande confusione generata dal fatto che non sono ancora stati emanati i decreti attuativi e non si capisce quale uso voglia fare il governo delle deleghe (o meglio, si capisce benissimo ma facciamo finta di non capire).

2) L’apertura del tavolo contrattuale che, se si rivelassero fondati i rumori di corridoio che parlano di offerte di aumento offensive, difficilmente avverrà ma che tuttavia va reclamata con convinzione, supportati da una sentenza della corte europea e una della corte di cassazione. Il pericolo è la contrattazione decentrata che sancirebbe la divisione delle scuole in istituti di serie A e di serie C, con tutto quello che ne consegue e la trasformazione dei dirigenti in gerarchi, con aumento esponenziale di patologie come il clientelismo, il leccaculismo, ecc.

3) Una unità sindacale precaria, che miracolosamente ancora regge ma chi fa sindacato sa benissimo che i colpi bassi, le meschine ripicche, le ambiguità, gli scontri tra componenti delle varie sigle sono all’ordine del giorno nei territori.

4) La consapevolezza di scontrarsi con un governo che gode di una copertura mediatica mai così completa dai tempi del ventennio e di un consenso (inspiegabilmente) ancora ampio.

5) L’ambiguità di fondo di un sindacato che difende i Dirigenti e tutti gli altri, posizione che, ma lo dico da anni, non è più sostenibile.

6) Una categoria tra le meno sindacalizzate, divisa, frammentata in microcosmi, disinformata  sui propri diritti, spesso avvezza a chiedere per favore ciò che le spetta di diritto. Che la parte avversa alla riforma sia maggioritaria, considerando tutti i comparti, non è assolutamente scontato.

7) L’impopolarità diffusa della categoria che favorirebbe, unita al potere mediatico della controparte, un gioco al massacro da cui usciremmo senza dubbio sconfitti.

Tuttavia ritengo che l’attendismo sia controproducente e vada a erodere il consenso acquisito nei mesi precedenti. La riforma è legge dello Stato, ergere barricate sarebbe inutile ma, dal momento che è stata scritta da incompetenti, le scappatoie per annullarla ci sono, annullarla in modo assolutamente legale, naturalmente. Tuttavia sarebbe necessaria una coscienza di categoria diversa, una grande assunzione di responsabilità e la rinuncia di pochi a piccoli privilegi per garantire il bene di tutti. Non è retorica affermare che “il sindacato siamo noi” ma una semplice constatazione.

Non ci sono i presupposti per un’azione di lotta condivisa e non abbiamo mai avuto la forza per un’azione di lotta prolungata anche se, ad ogni assemblea, sento parlare di “sciopero a oltranza”. Una parte della categoria sogna ancora di poter lottare come gli operai e dimentica che non lo fanno più neanche gli operai.

Il sindacato sta sicuramente tentennando ma è la categoria per la maggior parte dei suoi componenti, a manifestare una certa ansia di normalizzazione, a chiedere che si ristabilisca il quieto vivere nelle scuole.

Un quieto vivere che, a mio parere, per molto tempo non avremo più.

Scuola: parola d’ordine normalizzazione (dello schifo)


Foto Roberto Monaldo / LaPresse
03-09-2014 Roma (Italia)
Politica
Palazzo Chigi - Il ministro Giannini illustra le linee guida sulla scuola
Nella foto Stefania Giannini

Photo Roberto Monaldo / LaPresse
03-09-2014 Rome (Italy)
Chamber of Deputies - 
Press Conference of the Education minister on school reform
In the photo Stefania Giannini
 pecore-voto

MI ero illuso, insieme a pochi altri, che la levata di scudi della scuola pubblica avrebbe sortito qualche effetto, che non si sarebbe fermata la riforma ma per lo meno, si sarebbe attuata una strategia forte di contrasto a un provvedimento distruttivo.

Mi ero illuso che, dopo aver blaterato ai quattro venti di professionalità, i colleghi nelle scuole si sarebbero assunti la responsabilità di continuare a fare il proprio lavoro senza delegare compiti a nessuno e senza obbedire a un capo.

Mi ero illuso che si potesse tornare a mettere al centro del nostro lavoro il rapporto educativo, il dialogo, la formazione, rifiutando nei fatti concetti odiosi come meritocrazia, selezione, produttività.

Non sono mai stato tra quelli che pensavano che fosse necessario coinvolgere i genitori o che questi ultimi sarebbero stati dalla nostra parte: per molte ragioni che sarebbe troppo lungo spiegare, i genitori stanno sempre più da un’altra parte, diversa dalla nostra.

MI ero illuso insieme a pochi altri, per poi ritrovare, dopo l’estate, la solita situazione. Gente che saldamente si propone per i soliti incarichi, sempre gli stessi,gente che lo accetta perché questo gli permette di delegare ad altri un po’  di responsabilità e coltivare il proprio orticello, l’isolamento e chiacchiere dietro le spalle nei confronti di chi non fa finta che non sia cambiato nulla e cerca di far capire a chi ha di fronte che è cambiato tutto.

Quando poi a una riunione di delegati sindacali, la maggior parte delle domande vertono su come spendere i cinquecento euro, cominci a provare un pesante senso di in utilità e un po’ di nausea.

Contratto bloccato da sei anni, caos nelle assunzioni e scuole sotto organico, la bufala dell’organico potenziato, una riforma che precarizza il sistema, potere assoluto a una categoria che non solo non è scesa in piazza ma per metà è formata da persone che sognano il ritorno alla scuola di Gentile e per l’altra metà da persone che faranno quello che  gli si dice per portarsi a casa un bonus generoso a fine anno, con rare e lodevoli eccezioni, beninteso, e la preoccupazione dei colleghi è come spendere un’elemosina fuori luogo, che umilia i docenti, irrita il personale Ata, che da questa riforma è quello più danneggiato, e non serve assolutamente a nulla.

Ho avuto il privilegio di imparare il mestiere da un gruppo di insegnanti straordinari, Neira, Claudio, Gianna, Franca e altri, un paio lavorano ancora con me, gli altri, per loro fortuna, sono in pensione. Gente che accoglieva i colleghi facendoli sentire a casa, che concepiva il lavoro come un dovere da assolvere fino in fondo e aveva la cognizione della natura sociale del nostro lavoro, gente che faceva sempre e comunque la differenza e si crucciava quando non ci riusciva, gente che aveva senso di appartenenza, spirito di categoria, coscienza sindacale, coscienza sociale e non avrebbe mai tramato per fare andare via un collega, magari lo avrebbe preso da parte spiegandogli perché stava irritando gli altri. In parole povere, insegnanti, nel senso più nobile e alto del termine.

Quella gente sono i miei modelli, quelli che hanno plasmato il mio modo di lavorare, di rapportarmi con i ragazzi e con i colleghi. Io non sarò mai alla loro altezza,  ma ci provo, ostinatamente, senza demordere. Anche se mi sento sempre più solo.

Un articolo che ho condiviso ieri, a proposito di una collega che descriveva lo squallido silenzio delle sale professori, mi ha fatto capire, una volta di più, che il problema sono le persone, non il governo di turno o la schifosa legge di turno. e che formando una generazione di insegnanti che si adeguano, che cercano il quieto vivere, che aspirano a una routine reiterativa, che bramano classi di bambini morti e silenti che escono dalle aule in fila per due, che vivono la scuola come un torre d’avorio non come un luogo dove si gioca il futuro della nostra società, che non aspirano a fare la differenza, il potere ha già vinto la sua partita.

Quando tra un anno partirà davvero il progetto di Renzi e ci renderemo conta di cosa è già cambiato, cominceranno le accuse ai sindacati e il solito bla bla di chi invece di alzare il culo quando doveva, invece di rinunciare a qualcosa per lottare con gli altri,invece di dare l’esempio, ha preferito restare in silenzio o mantenere il proprio piccolo spazio di potere. 

Comincerà il consueto rito in cui gli italiani eccellono: scaricare sugli altri le proprie responsabilità e creare comodi capri espiatori.

Con tutto ciò, naturalmente, né io né pochi altri smetteremo di lottare e di provare a fare la differenza. Per guardarci allo specchio sapendo di aver svolto fino in fondo il nostro dovere e perché quelle persone che ci hanno insegnato il lavoro, quegli insegnanti veri, non provino la stessa sensazione di in utilità.

Il paese dei diritti negati


SONY DSC

Il modo volgare e grossolano con cui il presidente del consiglio ha stigmatizzato quanto accaduto ieri al Colosseo a Roma, mostra ancora una volta lo sprezzo per i diritti sindacali dei lavoratori.

Ha omesso di dire, il presidente, che negli ultimi vent’anni la cultura ha subito tagli paragonabili solo all’operazione di macelleria a cui è stato sottoposto il pubblico impiego. Personale dimezzato, visite ai musei garantite da volontari, questa è la realtà di quelli che, per decreto, sono diventati beni pubblici essenziali.

Peccato che, per decreto, il presidente del consiglio non abbia incrementato i fondi, ridotti praticamente a nulla, per la tutela e l’archivio delle opere d’arte.

E’ solo l’ennesimo anno dell’unica vera battaglia che questo governo sembra aver intrapreso: quella contro i sindacati. Sindacati che, con tutte le loro colpe, restano un presidio civile, un baluardo sempre più debole e vulnerabile, a difesa dei diritti dei lavoratori e dei cittadini.

In questo quadro si spiegano le quotidiane bugie di Renzi e del ministro Giannini riguardo la buona scuola. Le cifre parlano di 37200 assunzioni a oggi (ma non dovevano essere centocinquantamila?) e di una richiesta di ottantamila supplenti (ma non dovevano essere azzerati?), senza contare che quasi tutte le scuole hanno cominciato l’anno scolastico senza docenti e, dato ancora più grave, senza insegnanti di sostegno ( ma non doveva cominciare tutto in modo regolare?).

La verità è che questa finta riforma è fallita prima ancora di cominciare e il suo unico risultato sarà quello di ledere fortemente il dritto alla libertà d’insegnamento e il diritto allo studio dei ragazzi. In un silenzio assordante da parte dei dirigenti scolastici e delle famiglie.

Ci si chiede anche perché il presidente della regione Lombardia Maroni possa emettere un provvedimento razzista come quello riguardante gli albergatori che ospitano i profughi, senza che nessuno dica niente, senza che ci sia un intervento da parte del governo che ricordi a Maroni  la Costituzione.D’altronde, Calderoli può liberamente dare dell’orango mangia banane  ad una collega nera e sfuggire all’accusa di razzismo grazie ai voti di una pseudo sinistra che ha dimenticato tutte le sue battaglie.

Dei diritti violati dei profughi parlano i giornali tutti i giorni e lo storytelling del governo è quello di un’Italia accogliente e lungimirante. Renzi dimentica che questo è il paese dove forze fasciste e razziste come la Lega e Forza nuova guadagnano consensi, dimentica che un profugo, per vedere riconosciuti i propri diritti, deve aspettare anni, dimentica le promesse sullo jus soli, dimentica le discriminazioni quotidiane a cui sono sottoposti gli stranieri nel nostro paese. Dimentica i quartieri dormitorio, gli accampamenti dei rom e le ruspe, il caporalato e lo sfruttamento dei lavoratori stranieri.

Il ritorno alla ribalta del caso Cucchi riporta l’attenzione su un altri importante diritto violato: quello alla giustizia. Non c’è stata giustizia per Cucchi, Aldovrandi e chissà quanti altri di cui il nome non arriva in prima pagina, non c’è giustizia per i detenuti ammassati come bestie nelle nostre carceri, non c’è stata giustizia per chi dormiva alla Diaz quella notte, non c’è stata giustizia per le vittime delle stragi e per tante, troppe vittime di mafia.

Questo è un paese di vecchi e nuovi diritti violati, la vera narrazione, non quella dei giornali, è una narrazione di infamie, abusi, di corruzione e collusioni, di ipocrisia che scorre a fiumi. Basta guardare alla negazione della mafia e del suo potere, come se ignorare il problema significasse risolverlo. Basta leggere il linciaggio quotidiano a cui è sottoposto Saviano, colpevole di aver sollevato il velo di Maia su una realtà sotto gli occhi di tutti ma di cui è meglio non parlare.

Il problema è che alla gente tutto questo non importa: preferiscono bersi le bugie di un giovanotto arrogante e poco amico della grammatica piuttosto che rimboccarsi le maniche, anzi, chi si rimbocca le maniche, chi se le rimbocca davvero, il volontariato, le cooperative, oggi viene messo sotto accusa, forse perché dà il cattivo esempio.

Questo paese non sta rischiando una svolta totalitaria, questo paese la desidera ardentemente e sta facendo il possibile, con il suo silenzio, perché si verifichi il più presto possibile. Anche se voi vi credette assolti siete lo stesso coinvolti. E conniventi.

Gli applausi degli imprenditori a Renzi


Matteo-Renzi1-620x350

A Cernobbio si riunisce ogni anno il gotha dell’imprenditoria italiana. Molti sono inquisiti, molti lo sono stati, molti, sono amici del premier. Tutti lo hanno applaudito quando ha detto quello che volevano sentirsi dire.

Tra quelli che applaudivano c’era anche quel suo amico che qualche mese fa ha parlato di forti limitazioni del diritto di sciopero perché aveva perso l’aereo.

Potrei chiuderlo qui questo articolo: il leader di quella che un tempo era la sinistra applaudito dagli imprenditori.

Renzi è andato oltre le più rosee aspettative di quella gente: ha cancellato i diritti dei lavoratori, marginalizzato i sindacati, annacquato in modo da renderle più o meno facilmente bypassabili leggi importanti come quella sugli ecoreati e quella sulla corruzione. Prossimamente, cancellerà anche le tasse sulla casa permettendo al suo ricco pubblico di risparmiare qualche migliaio di euro insieme alle molte migliaia di euro che annualmente evadono.

Perché a Cernobbio Renzi non ha parlato di evasione fiscale, di innovazione e ricerca, di un coraggio che manca da sempre al novante per cento dell’imprenditoria nostrana: no, ha fatto come sempre l’elogio di sé stesso e l’elogio dei presenti perché non si sa mai, un un po’ di condiscendenza con chi ha la grana può sempre venire utile.

Renzi è democratico: ama i Marchionne e le Marcegaglia, i piccoli e i grandi senza riserve. A lui sono antipatici gli operai, i poveri in genere, ultimamente  detesta particolarmente gli insegnanti.

Questo paese si sta avviando a un deregulation sfrontata e senza controllo, senza tenere conto dei danni che la deregulation ha fatto in tutto il mondo. Renzi non ha nulla di nuovo, è un clone mal fatto, una pallida copia di un leader mediocre e bugiardo che ha già reso questo paese il palco cadente di una brutta opera buffa.

Non c’è nessun disegno dietro le sue azioni, come qualunque dilettante Renzi scimmiotta gli altri: distrugge la scuola pubblica come la Thatcher, azzera i sindacati come Reagan, ogni tanto dice qualcosa di vagamente liberal come Blair, sfrutta i temi caldi per blaterare al vento come faceva Berlusconi. La sua non è la sintesi propria del genio, ma la scopiazzatura squallida dell’emulo frustrato.

La scelta di campo è ormai chiara: toglie ai poveri per dare ai ricchi, lo stesso vacuo refrain di Berlusconi, la stessa vecchia storia che ascoltiamo da vent’anni. La novità è che qualcuno ancora gli crede e qui non parliamo di nostalgici del ventennio o figli della Milano da bere, l’elettorato base di Berlusconi, parliamo di brave persone, gente che ha sempre votato a sinistra, si è sempre occupata di chi aveva accanto e ha sempre creduto nella fedeltà al partito.

Il partito non esiste più, la sinistra non esiste più e ci vorranno anni perché possa tornare fuori dalla montagna di merda sotto cui l’ha sepolta il piccolo principe. Renzi non esiste, è l’avatar di un incubo, il logorroico ectoplasma di uno yuppie.

Se quella base non si scuoterà dalla letargia, Renzi continuerà ad andare avanti fino a quando non si voterà di nuovo e, a quel punto, saremo davvero sul baratro. Ma se si sveglia in tempo, se morde le caviglie a questa banda di pagliacci, se in ogni sezione di partito comincia a montare la rivolta contro questo schifo, forse c’è ancora speranza, prima che i bravi borghesi, conquistati dalla sua ipocrisia, passino a votarlo in massa e traformino questo paese in una discarica fognaria.

Presidente, batta un colpo prima che distruggano la scuola pubblica


presidente Mattarella

 

Egregio Presidente Mattarella,

lei è un costituzionalista ed è stato ministro della pubblica istruzione, mi chiedo come possa assistere in silenzio allo schifoso ricatto che il presidente del Consiglio ha fatto sulle assunzioni dei precari nella scuola pubblica, alle meschine bugie di squallidi comprimari come la Serracchiani e il servo di scena Faraone che parlano di assunzioni organiche a un riforma che di organico non ha nulla. Un ricatto a lavoratori che da anni aspettano un posto fisso è l’espediente più vile e meschino che un politico possa usare e lo qualifica per quello che è.

Mi chiedo come possa stare in silenzio di fronte al paradosso di un esecutivo non eletto, guidato da un megalomane affetto da narcisismo patologico e infantilismo, in calo inarrestabile di consensi, che si appresta a chiedere la fiducia su un provvedimento che demolisce un settore strutturale dello Stato.

Non si è mai visto nulla di simile in nessun paese civile, o meglio, sì, si è visto, nell’Italia di Mussolini. Ma quella riforma, brutta e classista, la scrisse Giovanni Gentile, una delle menti migliori del tempo, questa l’ha scritta Faraone, uno che la mente non si sa neppure se ce l’abbia. Dietro Mussolini c’era un’idea, da combattere senza riserve, dietro Faraone c’è solo arroganza e stupidità senza fondo.

Signor Presidente, gli insegnanti non stanno difendendo inesistenti privilegi, ma la loro dignità e gli articoli 33 e 34 della Costituzione che sanciscono il diritto allo studio e la libertà d’insegnamento che verrebbero cancellati se il testo passasse così com’è. Senza dimenticare l’articolo 3 e i diritti di migliaia di alunni stranieri su cui non viene spesa nemmeno una riga nel testo del Ddl.

Diceva don Milani che una scuola selettiva uccide la cultura: noi la pensiamo così, noi crediamo che la scuola, soprattutto la scuola dell’obbligo non debba creare uomini-merce da immettere sul mercato del lavoro, ma debba contribuire a formare uomini e donne responsabili e consapevoli, n non crediamo che la scuola, soprattutto quella dell’obbligo, debba preparare al lavoro ma siamo fermamente convinti che debba preparare alla vita.

Troviamo inquietante quest’enfasi posta sul ponte scuola-lavoro da parte di chi ha appena cancellato lo statuto dei lavoratori, ci viene il sospetto che si voglia tornare a un’idea di scuola a due binari: su uno si forma la classe dirigente, sull’altro la manodopera a basso costo. Questa visione ci ripugna e ci preoccupa.

Come ci ripugna e ci preoccupa l’antisindacalismo volgare e abietto, le bugie tendenziose, il sorriso sprezzante di chi non ha mai lavorato un giorno in vita sua e pretende di dire agli altri come devono svolgere il proprio lavoro.

Troviamo spaventoso che si voglia riproporre nella scuola, luogo di collegialità e condivisione, il modello che il presidente del consiglio ha imposto nel   partito: un uomo solo al comando, non importa quanto incompetente o mentalmente instabile, e uno stuolo di servi a ossequiarlo a riverirlo.

Non ci illudiamo, signor Presidente: i servi e i cretini proliferano anche tra di noi e si stanno già preparando a riverire il giovin signore di turno ma, per la natura del nostro lavoro, per la responsabilità che comporta, sono in numero minore che in altre categorie e la maggior parte di noi sta preparando la resistenza.,

Noi non ci stiamo a questa visione della scuola, signor Presidente, e se nonostante buon senso  lo sconsigli, questa riforma passerà, la combatteremo in ogni scuola, annullandola, ridicolizzandola, cancellandola.

Ma di lei abbiamo stima, per la sua storia, per la sua integrità, per questo la preghiamo di non apporre la sua firma su una legge assurda, inutile, grottesca, che metterebbe a grave rischio il futuro dei nostri ragazzi e del nostro paese.

Cordialmente suo

Un insegnante della scuola pubblica italiana