Il pensiero squallido della destra italiana


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Un’alta carica della regione Liguria, che non nomino perché mi auguro che il suo nome torni nell’oblio al più presto, ha stigmatizzato il comportamento della sindachessa di centro destra di Savona, rea di aver preso parte a una manifestazione antifascista in una città medaglia d’oro della Resistenza.  Lo ha fatto sulla sua pagina facebook, il da tze bao dei nuovi padroni del paese, con argomenti talmente triviali e capziosi da da suscitare, oltre che rabbia e sdegno,  imbarazzo in chi legge.

Fedele suddita del verbo di Salvini non ha esitato, mostrando una statura morale sul cui livello tutti possono giudicare, ad attaccare chi difende i diritti civili e la Costituzione argomentando riguardo l’omicidio orribile della ragazza sedicenne di Roma e vomitando i soliti, scatologici attacchi contro gli immigrati, facendo, naturalmente di tutt’erba un fascio. Dimenticando per altro da donna, che il novanta per cento dei femminicidi sono compiuti da italiani, parenti, mariti traditi, compagni che non accettano la rottura, ecc., e che il delitto si di Roma si è consumato in un clima di degrado e abbandono per risolvere il quale nella finanziaria del governo in cui si riconosce, non c’è scritta una riga.

Lo stesso genio della politica, tempo fa, durante una manifestazione di Libera contro la mafia, aveva lasciato il corteo sdegnata perché dagli altoparlanti si suonava Bella ciao, canzone secondo lei di parte. Qui non è questione di fascismo, ma di pura stupidità.

A me non preoccupa il fascismo. Il fascismo erano assalti vigliacchi nel cuore della notte nelle case dei contadini, violenze consumate sempre e comunque in cinquanta contro uno, omicidi brutali, la violenza come strumento politico al servizio della grande borghesia, la viltà come metodo. Il fascismo era guidato da un voltagabbana che aveva tradito ogni bandiera, un narcisista patologico amorale e immorale ma dotato, indubbiamente, della capacità di sentire l odore del vento e di cavalcarlo. Il fascismo godeva dell’appoggio delle forze dell’ordine e di quelli che oggi chiamiamo poteri forti. Non tornerà, perché persino gli italiani di oggi non lo tollererebbero e perché il fascismo aveva dietro un pensiero, per quanto spregevole e abietto, che questa destra non ha.

Ecco, non mi spaventa il fascismo ma il pensiero squallido e opportunista dei ras della destra, scusate l’improprio termine del ventennio, anzi il non pensiero, che supera il concetto di pensiero liquido e diventa pensiero volatile, cangiante, un pensiero per ogni stagione e per ogni sussulto dello stomaco della gente.

Non temo il fascismo, temo il crollo delle istituzioni, quando rappresentate da individui come quella sopra descritta e il caos, temo la scomparsa della politica a scapito della sete di potere di pochi, temo l’ignoranza e la cecità di quel popolo che, lungi dall’essere sovrano, ammesso che lo sia mai stato, non è mai stato schiavo come da vent’anni a questa parte.

E il Pd? Chiederebbe a questo punto il solito cinquestelle imbelle. Al Pd basterebbe togliersi dai piedi Renzi e i renziani, che forse hanno .pagato e continuano a pagare un prezzo troppo alto per il loro reale demerito ma che hanno ormai rotto le palle a tutti, a destra e sinistra; tolti di mezzo loro, ormai improponibili, basterebbe mettere alla guida del partito un normodotato per riguadagnare quel venti, ventiquattro per cento di consensi storici della sinistra e fare un’opposizione sensata e puntuale. Già fare opposizione, sarebbe una novità.

Certo è che ci vorranno anni per riportare questo paese a un livello accettabile di dignità civile, per ripulire le ferite lasciate da una classe politica che non è tale, piuttosto un manipolo per metà di idioti ( non per questo meno colpevoli) e per metà di razzisti e disonesti al soldo della grande borghesia italiana, la palla al piede di questo pase.

Certo è che prima che si possa ricominciare, bisognerà ancora toccare parecchi fondi.

Il consenso di cui gode Salvini, l’alfiere del non pensiero, è lo specchio del non pensiero della gente, disacculturata, disinformata ad arte, indifferente e capace di guardare solo un metro davanti ai suoi occhi, di lato è già troppo. E’ così che ragiona la destra italiana postfascista ed è così che sta portando il paese alla rovina.

Agli ex compagni che trovano nei provvedimenti del governo accenni di politica sociale  anti sistema (ma dai! Questi sono i servi del Sistema) oltre a consigliare  una ripulita agli occhiali  dalle illusioni senili, vorrei ricordare che sostenendo questo governo sostengono anche individui come quella che ha stigmatizzato una manifestazione antirazzista, che sostengono il razzismo , la liberalizzazione delle armi, ecc. Perché, cari compagni, o si sta da una parte o dall’altra, non esistono distinguo in politica.

Io, personalmente, sto sempre dalla stessa.

Non si torna indietro


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Se anche la massa di incoscienti, inetti e disonesti che governa questo paese scomparisse domani, non esiste nessuna possibilità per questo paese di riacquistare una “normalità” a breve termine.

Il solco tracciato dopo le ultime elezioni è troppo profondo per essere colmato da una sinistra che continua ostinatamente a rifiutarsi di comprendere il presente, divisa com’è tra la tentazione dell’uomo forte e una retorica ormai da tempo stantia, o da una destra che non è mai diventata democratica, spostandosi verso il centro a misura delle destre europee, non quelle radicali, ovviamente, che restano e resteranno marginali nel continente.

Non si torna indietro dal razzismo, e più in generale, dall’ossessiva ricerca di un nemico su cui scaricare la proprie responsabilità, non importa si chiami Renzi, Autostrade per l’Italia, migranti, Europa, purché ci sia, che è l’unica forma politica conosciuta da sempre dalla Lega e abbracciata con entusiasmo da un Movimento Cinque stelle abile anche più del Pd a suicidarsi. Quello del capro espiatorio, d’altronde, è un espediente antico come il mondo, il sacrificio di sangue attorno a cui, condividendo la colpa, si ricompatta la comunità.

Non si torna indietro dall’idea, vecchia ma sempre buona, di Stato etico ( cosa è morale comprare e cosa no, cosa è giusto scrivere e cosa no, cosa è giusto dire e cosa no) che evoca fantasmi ben peggiori del farsesco reddito di cittadinanza approvato dal governo con un gioco delle tre carte la cui posta pagheremo noi e i nostri figli. Peccato che lo Stato etico non si applichi ai condoni e che sia morale fare lo sconto a chi ha rubato. Peccato non si applichi neanche a chi cita un mafioso per denigrare un onesto.

Non si torna indietro da una nuova propaganda, vuota e becera come la vecchia ma veicolata da strumenti nuovi, più veloci, più efficaci, in grado di raggiungere in pochi secondi milioni di persone.

Il mezzo, ormai, ha soppiantato il messaggio, il veicolo conta più del passeggero.  E’ una novità devastante, perché domani al timone potrebbero esserci individui più intelligenti, più pericolosi, più lucidi nel guidare il paese verso un autoritarismo per cui è epistemologicamente un errore l’evocazione ossessiva del fascismo da parte di chi continua a usare vecchie categorie per definire un nuovo presente, ma bisognerebbe coniare un nuovo termine: socialcrazia, retismo, facebbokismo, fate voi. Ci saranno semiologi e linguisti che certamente riusciranno a trovare un termine adatto a definire il fenomeno, perché le parole sono importanti: se vuoi combattere un nemico, per prima cosa, devi definirlo.

Non si torna indietro da gente che ha abiurato a qualunque forma di spirito critico a favore dell’urlo, del vituperio, dell’esternazione di una rabbia cieca e ottusa che si scaglia su chiunque esprima un pensiero contrario. Questo tempo vede la morte del confronto, del dialogo, della mediazione. Questo è il tempo dell’ignoranza che si prende la propria rivincita sulla cultura.

Io comprendo le persone di sinistra che si aggrappano ostinatamente all’idea, del tutto assurda alla prova dei fatti, che questo governo stia facendo qualcosa per gli ultimi, che davvero abbia avviato il primo atto della guerra contro la povertà. Sono sufficienti due conti fatti su un tovagliolo per capire che la realtà è ben diversa, o evidenziare come, per esempio, il reddito di cittadinanza al sud senza una politica chiara e forte di lotta alla criminalità organizzata, che non esiste nel Def, è del tutto inutile, soldi gettati al vento che non aiuteranno nessuno. O ancora, che tagliare i fondi per il recupero delle periferie, dei grandi quartieri dormitorio, e dare il reddito di cittadinanza suona come una ironica e crudele presa in giro che non elimina neanche superficialmente l’angoscia di vivere ogni giorno un non tempo in un non luogo. Tutto questo tralasciando l’assenza di una politica sul lavoro a lungo termine che rende il reddito di cittadinanza assolutamente inutile ovunque.

Ma, come ho scritto, capisco quelle persone, i vecchi poeti, i sognatori di un tempo che hanno marciato, lottato, gridato, cercato di dare l’esempio in un nome di un’idea che si è sciolta come neve al sole della modernità. Ammettere che si è sbagliato tutto, è dura, sia per chi resta ostinatamente fedele a un partito che non esiste più, sia per chi è passato dall’altra parte. Ammettere che siamo di fronte a una terra desolata, che dei sogni di ieri sono rimaste solo macerie ricordi, fa male.

Quello che non capisco è come possano non accorgersi che le loro idee prevedevano cooperazione, non divisione, solidarietà, non chiusura, internazionalismo non autarchia. Ecco, questo proprio mi sfugge. Ma si sa, i rivoluzionari di ieri diventano i conservatori di oggi.

Nonostante tutto, resto convinto che esista una maggioranza silenziosa sia a sinistra, quella vera, quella che non si riconosce in nessuno dei ridicoli partiti che offendono l’idea stessa di sinistra, sia nel mondo cattolico, quello cooperativo e sociale, sia nel mondo delle cooperative, quelle che lavorano nel silenzio e salvano vite,  una maggioranza silenziosa basata sul concetto del lavoro ben fatto, della coerenza, della resilienza attiva, una maggioranza silenziosa che quotidianamente, silenziosamente, ostinatamente resiste e continuerà a resistere, una maggioranza silenziosa che invece di cambiare bandiera o restare ostinatamente legata al passato, continua a dare l’esempio.

Ed è l’unico pensiero che permette ancora di respirare nel mare di merda in cui navighiamo.

Sotto il vestito ( e gli slogan) niente


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Questo governo non ha una linea politica, ormai è chiaro a tutti. Non esiste un programma, un progetto sensato e a lungo termine che vada oltre gli slogan e il sadico infierire del ministro dell’Interno su chi non può difendersi.  Non c’è politica, confronto, discussione, non ci sono proposte di cambiamenti strutturali.

Provvedimenti come il reddito di cittadinanza o la flat tax, che se attuati avrebbero conseguenze disastrose e comporterebbero inevitabilmente altri tagli dolorosi al welfare, leggi sanità e scuola, possono anche soddisfare la pancia di chi ha la vista corta e i tappi nelle orecchie, ma non hanno nulla di strutturale, non producono lavoro, non cambiano di una virgola la situazione in cui versa il paese e non possono essere sostenuti a lunga scadenza.

Per quanto riguarda poi la sicurezza, uno dei cavalli di battaglia del governo, a parte le menzogne e i presunti abusi di potere, non ci sono in vista provvedimenti che vadano nella direzione di un contrasto forte e deciso verso il potere delle mafie, verso la corruzione e l’evasione fiscale, c’è solo qualche inasprimento (legittimo) di provvedimenti già esistenti, come la proposta di escludere a vita dagli appalti pubblici chi è stato condannato per corruzione (che approvo).

Per non parlare del tira e molla con un’ Europa che, ci piaccia o no, e ci piace poco, è casa nostra e con cui siamo costretti a fare i conti, in tutti i sensi, se non vogliamo diventare il paese più ricco del terzo mondo.

Ma se Atene piange, Sparta, l’opposizione, non ride.

Al di là della retorica ormai stantia sull’ antifascismo, i valori della Costituzione e il bla bla bla sulla democrazia, gli esponenti del Pd continuano a parlare come se non avessero portato a termine l’ultima legislatura, facendo qualcosa di buono ma ponendo anche solide basi per quello che sarebbe accaduto in seguito.

Il problema non è la svolta liberista, inevitabile se solo si usa il cervello, non è, come scriveva un editorialista di Repubblica, il fatto che Renzi stesse con Marchionne e non con gli operai, il problema sta nel fatto che Marchionne era l’esponente di un liberismo cinico, spregiudicato, un liberismo che pone al di sopra di ogni valore l’aumento dei dividendi dell’azienda e trasforma le persone in numeri. Il problema è la svolte verso quel liberismo.

Come il comunismo non si manifesta in una sola forma, quello cinese è stato diverso da quello cubano, l’eurocomunismo è stata altra cosa rispetto a Mosca, ecc., così il liberismo non comporta necessariamente l’azzeramento del welfare, la cancellazione dei diritti dei lavoratori, la precarizzazione selvaggia del lavoro.

La fuga di cervelli dall’Italia non è casuale: oggi, le condizioni di lavoro nei grandi paesi europei sono migliori che nel nostro, gli stipendi più alti, i contratti a tempo indeterminato più facili da ottenere, la qualità della vita migliore. Eppure parliamo di Olanda, Svezia, Islanda, Germania, paesi alfieri del liberismo ma anche di un welfare moderno ed efficiente. Paesi dove si può dare una concessione autostradale ai privati senza che vengano giù i ponti anzi, con qualche prospettiva di miglioramento del servizio.

La differenza la fa proprio quel popolo che compare così spesso sulle labbra dei nostri incapaci populisti e degli altrettanto incapaci oppositori, la differenza la fa una civiltà e un senso civico, un rispetto per la cosa pubblica diversi dai nostri, la differenza la fanno le tasse pagate da quasi tutti che finiscono in servizi efficienti, in un welfare che funziona.

Quello che non capisce l’opposizione, è che questo governo attualmente composto da nulla facenti che intascano lauti assegni mensili pagati da tutti noi, si combatte non con i proclami e la retorica,  ma con una radicale inversione di rotta programmatica che deve essere, per forza di cose, transnazionale e non guardare più solo al proprio, devastato orto di casa.

Nelle dichiarazioni di Zingaretti, come in quelle dei renziani, non c’è nulla, niente di concreto, manca una visione, una scadenziario con progetti concreti, una visione che guardi lontano, manca una speranza per la gente. Parole vecchie, concetti vecchi  lontani da questo tempo, assoluta mancanza d’idee.

Anche sull’immigrazione, tema che mi è caro, non si va oltre il dire che Salvini è cattivo e chi sta dall’altra parte è buono, senza che chi sta dall’altra parte proponga una regolamentazione dell’accoglienza sensata, che coniughi umanità e rispetto delle leggi, solidarietà e regole condivise, regole, possibilmente, europee.

E’ arrivato il momento di premere sull’Europa perché ci sia una svolta nelle politiche sociali, perché ci si avvii verso un’Europa delle persone, dopo aver costruito l’Europa delle banche. Solo una sinistra nuova, europea, unita, che vada oltre gli equilibrismi di Macron e la rigidità della Merkel, può riuscire nell’intento, perché l’ha sempre fatto in passato, perché tutto quello di buono che è venuto dal dopoguerra a oggi per le persone comuni, è venuto da sinistra.

Una sinistra che non dev’essere anti liberista, quello è un sogno finito, ma proporre un altro liberismo, che esiste, funziona, può essere preso a modello. Una sinistra che torni a cambiare la gente, che riesca di nuovo a  trovare parole e soluzioni chiare, forti e incontestabili che possano essere comprese e accettate da tutti. Una sinistra che torni a curarsi della gente.

C’è bisogno di politica e di politici in Europa, non di  dilettanti allo sbaraglio o vecchi marpioni che vanno avanti a bugie,  c’è bisogno di cambiare le persone, ripotarle alla ragione, riunirle di nuovo attorno a valori forti e condivisi.

Altrimenti quello che ci aspetta, l’abbiamo già visto, lo vediamo ogni giorno, lo possiamo leggere, per quei pochi che ancora ritengono utile aprire un libro per viaggiare con la mente, nei libri di storia.

La questione sociale dimenticata


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Criticare il liberismo, la globalizzazione, ecc., come si legge da più parti e considerare il sistema in cui viviamo l’unico responsabile delle migrazioni, non serve a nulla, oltre a non essere del tutto corretto.

Il più grande movimento antiliberista che si sia mai organizzato, si è sciolto come neve al sole sotto le manganellate di Genova nel 2001. Il tempo delle grandi utopie è ormai finito. Dare la colpa delle migrazioni al liberismo è un modo elegante per dimenticare che stiamo parlando di esseri umani, per scaricarsi la coscienza. E’ anche un modo, un po’ meno elegante, per dimenticare che il nostro relativo benessere deriva dallo sfruttamento indiscriminato e dal controllo totale da parte dell’Occidente,  dei paesi da cui partono i flussi migratori.

Qualunque ne sia la causa, le migrazioni sono un fenomeno globale, non solo europeo, che non si può risolvere alzando muri e aizzando guerre tra poveri. Sono anche un ottimo mezzo per distogliere l’attenzione dai reali problemi dei paesi quelli sì, creati dalla finanza e da un’economia che ormai ha sostituito la politica lasciandogli spazi esigui di manovra.

La criminale distorsione informativa sui migranti, gli sporchi giochi politici sulla loro pelle, stanno allontanando l’attenzione della gente dal problema principale che un governo politico dovrebbe porsi: la questione sociale.

In Italia ci sono tre morti sul lavoro ogni giorno, le mafie mobilizzano centoventi miliardi di euro l’anno e un altro centinaio di miliardi si volatilizzano grazie alla corruzione e all’evasione fiscale, arrotondando per difetto. Il paese vive in molte zone una condizione di allarme ambientale, viaggia a due velocità con un sud che sta vivendo una nuova involuzione. L’emigrazione interna è in aumento così come quella verso l’Europa, dove i giovani trovano condizioni di lavoro migliori. Il lavoro latita, i diritti dei lavoratori sono un ricordo e lo sfruttamento è ormai consuetudine acquisita.

Settori strategici come la scuola, sono da decenni oggetto di tagli senza alcun senso o di investimenti totalmente privi di razionalità, come quelli della Buona scuola, la Sanità resta ancora una delle migliori al mondo ma viene anch’essa sottoposta a tagli costanti.

Renzi, forse, aveva realmente intenzione di cambiare le cose, potrei perfino dargliene atto, ma dal Jobs act alla riforma che ha messo fine alla sua carriera politica, per arrivare alla Buona scuola, ha sbagliato tutto quello che poteva sbagliare e anche di più.

Non si può pensare che un governo reazionario e fascista come quello di Salvini, possa nenache cominciare a risolvere uno solo di questi problemi; la politica della destra, dai tempi del fascismo, è fatta di apparenza, carezze alle classi dominanti e manganellate a quelle più deboli. I Cinque stelle, come ampiamente previsto, hanno cominciato una lenta e inesorabile dissoluzione che si completerà alle prossime elezioni.

In queste condizioni, storicamente, si crea nel breve o nel medio periodo, un’opposizione significativa che rischia, però, di commettere gli stessi errori di chi vuole combattere, usando gli strumenti del populismo e del qualunquismo, partendo da analisi sensate e arrivando a conclusioni totalmente errate.

Il mito del potere al popolo è uan cretinata: al democrazia rappresentativa è, appunto rappresentativa e implica una classe politica per sua natura elitaria, il che non sarebbe necessariamente un male. Il mito della lotta al sistema è ancora più demenziale: il sistema non si sconfigge, anche perché fa comodo a tutti, però si può cambiarlo dall’interno.

Il problema del nostro paese è culturale, manca una èlite intellettuale di sinistra ( di destra non è mai esistita) che invece di guardare a destra torni a guardare alla gente, non per seguirne la pancia ma per educare, informare, confrontarsi. A furia di pontificare sui massimi sistemi ci si è dimenticati delle periferie, dei quartieri, di una gioventù sempre più allo sbando e sempre più drogata, confusa, incazzata.

Abbiamo sempre sulla bocca Gramsci, Pasolini, Berlinguer, ma ci siamo dimenticati di cosa dicevano veramente, ne citiamo solo frasi avulse dal contesto, prive di sostanza senza ciò che le rpecede e le segue.

Allo stesso modo, pretendiamo di combattere il fascismo con una retorica e degli strumenti che erano già superati trent’anni fa, parlando a gente per cui Mussolini è solo un nome che spesso accostano a quello di politici, attori, cantanti. Allo stesso modo in cui si è banalizzato il messaggio del Che, facendolo diventare un’icona da maglietta, sta accadendo con il duce, che è solo un nome, il simbolo di un’idea di ordine e sicurezza che durante il ventennio non si è mai realizzata. Forse informare i ragazzi di Casapound sulla corruzione ai tempi del ventennio può servire di più che fare proclami sdegnati.

Non è più tempo di piazze piene e di proclami retorici, serve un’idea politica concreta, servono leader che sappiano parlare alla gente e una classe dirigente che sappia educarla la gente, proponendo modelli migliori di quelli che abbiamo avuto negli ultimi vent’anni ( e ci vuole davvero poco).

Al momento non si vede nulla del genere all’orizzonte, ma si sa, quando la notte è buia, basta anche una piccola luce a dare speranza e indicare la strada.

Aiuto i fascisti! Scusate, ma nel 2001 da Bolzaneto siete passati?


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Con grande rilievo Repubblica riporta oggi l’”aggressione” fascista avvenuta durante una riunione di gruppi pro migranti.  A stupire è l’editoriale accorato sulla sfrontatezza dei nuovi gruppi fascisti, che non restano più nascosti e non hanno paura di mostrarsi e di mostrare la consueta pacatezza di modi e la padronanza presso che piena della lingua. Un vero allarme, da far tremar le vene e i polsi. Rabbrividisco già.

Scusate, ma nel luglio 2001 nessuno è mai passato da Bolzaneto? Nessuno ha letto il resoconto di quello che è avvenuto in quella caserma? I cori imposti ai fermati, faccetta nera, ecc.? Nessuno ha sentito l’intercettazione della poliziotta che si rallegrava per la morte di una zecca comunista (Carlo Giuliani, n.d.r.)?.

Protetti dalla divisa e dal governo Berlusconi, nessuno di quei vigliacchi, scusate non riesco a chiamarli poliziotti, io della polizia ho rispetto,è stato punito. Sono dunque almeno diciassette anni che i fascisti godono di impunità assoluta nel nostro paese. E sono pure armati.

Scomparsa la sinistra, scomparsa anche la sinistra extraparlamentare e quindi liberato il terreno, questi giovani e patriottici decerebrati hanno trovato l’opportunità di guadagnare il loro quarto d’ora di celebrità. Almeno non hanno torturato nessuno. Sono fascisti 2.0: dei loro antenati hanno solo la massa cerebrale e la capacità di non capire una minchia su come va il mondo.-

Dire che in Italia ci sono i fascisti è come dire che c’è la mafia, è ovvio. Come i topi che affollano le nostre città nascosti nel sottosuolo, elaborando rancore e odio come il protagonista del libro del grande Feodor, finalmente eccoli mostrarsi in tutto il loro splendore decadente. Peccato che i fascisti 2.0 sono brutti e fanno ridere.

Parlano anche, riescono persino, a tratti, a esprimere linee di pensiero. Fanno paura? Ma chi, questi ragazzotti ben pasciuti che credono che Anna Frank sia una favola e i forni crematori un’invenzione giudaica? Ma dite davvero? Paura di questi? No, questi non mi fanno paura, i loro amici in divisa sì, quelli di Bolzaneto, i picchiatori della Diaz, Alemanno, che ha definito “zecche” quelli che lo contestavano, la classe è classe, anche lui un po’ di paura la fa. Ma giusto come incontrare Brunetta di notte  e confonderlo con un pechinese arrabbiato. 

Ma per favore, se dobbiamo raccattare voti a sinistra portiamo avanti battaglie di civiltà, approviamo lo ius soli  contro tutto e tutti, rimettiamo in mare le Ong e mandiamo a fanculo i libici, ma non tiriamo fuori i fascisti. Quelli veri, quelli bastardi, hanno fatto saltare treni, stazioni, hanno messo bombe nelle piazze, non facevano azioni dimostrative, portavano l’unica cosa che il fascismo ha portato a questo paese: morte e distruzione. Questi sono fascisti 2.0, i fascisti dei Simpson.

Lasciamo  perdere questi mocciosi con seri disturbi di apprendimento e occupiamoci dei problemi seri e reali di questo paese.  Proviamo a fare una campagna elettorale che parli di lotta alle mafie, di droga, di soluzioni possibili al disagio giovanile, di periferie degradate, di lotta alla corruzione e all’evasione fiscale, di risanamento del territorio, di ristrutturazione dei centri storici e di rifiuto alla cementificazione, ecc.ecc.

I fascisti non vi voteranno, non sono ancora arrivati al vocabolario, ma forse qualche voto di chi, come il sottoscritto, ha più paura di voi che di loro, lo recuperate…

Provate a dire e fare qualcosa di sinistra…poi se vediamo che è pericoloso tornare a fare quello che fate adesso. Cos’è, esattamente, che fate adesso? Ah,dimenticavo, vi occupate di fake news, falsi allarmi, ecc.

La sinistra massimalista non ha più senso, una sinistra nuova, sì.


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Da sindacalista, sono profondamente contrariato dell’ennesima, inutile prova muscolare della Cgil che sembra voler lanciare il nuovo Movimento MDP-Si che correrà come avversario del Pd renziano.

Mi sembra un ritorno al passato, una vacua ricerca di un consenso che non tornerà mai ai livelli di un tempo, perché i tempi sono cambiati, soprattutto mi sembra gravissimo e autolesionista abbandonare il tavolo delle trattative e rinunciare a quello che si è ottenuto in nome, appunto, di un massimalismo sindacale che era già fuori dal tempo al culmine del suo splendore, figurarsi oggi.

Ma io sono un militante della Cisl, quindi il mio giudizio è sicuramente viziato da parzialità. Quindi, abbandoniamo, per ora. il discorso sindacale.

Quello che non vorrei è che la “nuova” sinistra commettesse l’errore imperdonabile di porsi in continuità con il passato, di guardare indietro invece che avanti, di voler combattere il radicalismo della destra ( così si chiama, giornalisti illetterati, non populismo che è altra cosa) con un neo radicalismo di sinistra altrettanto ottuso, antistorico, stereotipato e vecchio. Insomma non vorrei che Mdp e Si seguissero l’esempio della Camusso (scusate, ho detto che non ne parlavo più).

Se deciderò di votare Mdp, e al momento mi sembra l’unica scelta possibile, lo farò perché ho molta stima di Pippo Civati e del suo amico Letta, se deciderà di tornare in campo, non certo per Bersani, D’Alema o Grasso, gente che ha portato a Renzi, cioè al disastro Civati e Letta sono uomini di sinistra con in mente un’idea di social democrazia moderna, che non rifiuta in toto il liberalismo ma solo le sue istanze più ciniche e disumane, che sa guardare avanti, che ha una visione del mondo diversa.

Io credo che una società più giusta sia possibile anche all’interno del sistema capitalista, se l’Italia trova una coalizione di governo formata da uomini  seri e competenti, se questa coalizione smette di mentire alla gente, se non insegue la destra mirando a provvedimenti che solleticano la pancia di quella gente, se insomma prende una direzione diversa dalla politica di Renzi e da un governo che è stato un vero capolavoro di incompetenza e approssimazione.  Il paese  non ha bisogno di visionari, giustizialisti  o neo demagoghi che facciano risuonare i consueti slogan vecchi di cent’anni, ma di una classe dirigente nuova, preparata e lungimirante.

Troppo comodo per un Pd che ha fallito obiettivi e promesse, che ha dato vita a una serie di riforme sbagliate e raffazzonate, che ha addirittura, negli ultimi tempi, svoltato a destra su questioni di principio, come quella degli immigrati, dire che con la divisione si favorisce la destra. Troppo comodo recuperare la solita litania del voto utile per arginare la destra fascista quando la destra fascista l’avete riesumata voi.

Perché Berlusconi e Salvini li ha resuscitati il Pd, erano morti e il Pd gli ha ridato vita sbagliando tutto quello che si poteva sbagliare, impedendo a Renzi di frenare la propria megalomania e accompagnandolo al disastroso referendum che ne ha sancito la fine politica. A meno di non credere alla farsa delle primarie e a un consenso a sinistra che solo lui crede ancora di avere.

La verità è che il Pd targato Renzi ha fallito tutti gli appuntamenti importantti,ha perso la Liguria e la Sicilia, non ha portato a termine nessuna delle riforme che si era prefisso e l’apparente miglioramento della situazione economica, esiguo, quasi impercettibile, è dovuto a un momento di congiuntura favorevole, non certo a provvedimenti controproducenti come il jobs act, i voucher, i bonus, ecc.

Renzi non ci ha traghettato fuori dalla crisi, come vuole la schiera dei suoi estimatori, ci ha resi più poveri, un po’ meno liberi, molto meno fiduciosi nel futuro.  E ha distrutto il più grande partito di sinistra dell’Europa occidentale.

Soprattutto, ci ha sommerso di bugie.

Mi aspetto dalla nuova sinistra un cambio di passo: provvedimenti seri, chiari, che non salvino le masse proletarie ma non cerchino neanche di azzerarle, una narrazione più aderente alla realtà e meno simile a quella della famiglia del Mulino bianco, politiche sociali forti, una tassazione progressiva ormai irrinunciabile in un paese civile, un contrasto deciso e fermo all’evasione fiscale, un piano a lungo termine ( non quinquennale, lo dico per i maligni) sul lavoro e sul rilancio dei settori più a rischio, nuove infrastrutture che non violentino il territorio e non richiamino alla memoria il gigantismo fascista (niente Ponte sullo stretto, per favore, ampliamo la rete ferroviaria siciliana, piuttosto), meno cemento e più ristrutturazioni, più cultura e meno tv spazzatura. Mi aspetto inoltre un piano strutturale di risanamento delle periferie e soluzioni serie, condivise con le realtà sane del quarto settore riguardo il problema dei migranti.  Tanto che ci siamo mi piacerebbe che in campagna elettorale, vista l’aria che tira, si ribadisse la necessità di mantenere il carcere duro per i mafiosi e si pensasse  a un approccio diverso riguardo al problema delle droghe (liberalizzazione? Consumo responsabile? Non so, il discorso sarebbe lungo).

In sintesi, mi aspetto la possibilità di avere un paese più civile, più moderno, più libero.

Naturalmente, tutto questo è realizzabile se si ha il coraggio di guardare avanti  e si lascia perdere la tentazione di un impossibile revival. la scelta della Camusso  e le parole di Landini, a mio parere, non lasciano ben sperare. Quella sinistra è e sarà sempre più marginale.

Se tutto si risolverà in una gara a chi è in grado di riempire le piazze e gridare più forte, allora chi crede in una sinistra moderna, nei suoi valori, nella sua capacità di far diventare il mondo un posto migliore, sarà stato tradito per l’ennesima volta. E francamente, cominciamo ad averne le scatole piene.

I diritti dei lavoratori a Genova: un pallido ricordo.


E’ un autunno triste quello di Genova, città che un tempo ha dominato sul mondo, che spesso ha segnato la strada e che oggi è immersa in una profonda crisi economica e di valori. Segna la strada ancora una volta, Genova, ma è una strada che porta a un dirupo.

Ieri la notizia dei seicento esuberi all’Ilva, con l’oscenità del licenziamento e riassunzione con cancellazione dell’anzianità. Anni fa si sarebbero mobilitati tutti, oggi la notizia è già scomparsa dal giornale cittadino per lasciare spazio a un’altra notizia, per certi versi peggiore: i dati dei controlli dell’ispettorato del lavoro ligure eseguiti durante l’estate.

Quasi il novanta per cento delle imprese controllate risulta irregolare: si va da più di duecento lavoratori in nero a più di sessanta lavoratori a cui non venivano concessi riposi settimanali o giornalieri, più di 350 provvedimenti per violazioni alle norme di sicurezza, falsi voucher, ecc.ecc.

Un’illegalità diffusa in vari settori, dalla ristorazione all’edilizia, talmente diffusa che, probabilmente, le cifre allucinanti comparse sul giornale sono solo la punta dell’iceberg.

Non c’è da stupirsi: era inevitabile che il jobs act, una deregulation incontrollata in un paese dove la deregulation esisteva già di fatto,avrebbe presto fatto maturare i suoi frutti avvelenati.

Le spiegazioni sono, come dicono quelli  intelligenti, multifattoriali: una politica del lavoro regionale che in Liguria non esiste da decenni, una politica nazionale asservita agli interessi delle multinazionali e più preoccupata di mettere in ginocchio i sindacati che di avviare un piano a lunga scadenza per rilanciare il lavoro e non i consumi, la perdita della coscienza di classe dei lavoratori, l’egoismo diffuso,  l’incapacità di comprendere che quattro soldi in più non ti restituiranno la salute e che, se rinunci ai diritti tu, di fatto, poni le basi per cancellarli, la crisi dei sindacati, in parte giustificata dalle divisioni degli anni scorsi e da atteggiamenti spesso discutibili, in parte dovuta a campagne stampa architettate ad arte, in parte assolutamente ingiustificata,ecc.ecc.

In particolare a Genova, aleggia lo spettro di quella che fu la sinistra. Una sinistra che ha perso identità e valori e che dovrà interrogarsi, presto o tardi, su quello che ha fatto a questa città. Per anni ha avuto un potere quasi assoluto percorrendo la parabola della Democrazia cristiana: giocando un ruolo fondamentale per la tutela dei diritti dei lavoratori e dei diritti civili tout court, promuovendo solidarietà e accoglienza, raccogliendo i giovani nelle sezioni e offrendo valori e punti di riferimento,. Poi, gradualmente si è trasformata nel suo nemico storico, con un clientelismo esteso e diffuso, i favori agli amici e alle aziende amiche, il monopolio culturale, gli scandali, fino al nulla di oggi. Genova è lo specchio del passaggio dal Pci al Pd, con tutte le sue gradazioni intermedie.

Non è che, ovviamente, chi ha sostituito la sinistra al governo della città e della regione abbia fatto meglio o stia facendo meglio: ormai le giunte sono comitati d’affari e la politica ha perso senso e dignità. Ma da uomo di sinistra, sono disgustato dal punto di arrivo che quella che era la mia area politica di riferimento ha scelto. Il suo capolavoro è stato consegnare il comune a una giunta a maggioranza leghista, con la presenza di una componente neofascista.

Il punto zero sono le manifestazioni razziste pregiudiziali e insensate di Multedo, un quartiere operaio che si schiera, non tutto per fortuna, contro gli ultimi, è la dimostrazione di questa caduta, di un decadimento civile che sarà sempre più difficile frenare. Il punto zero sono le giustificazioni che vengono portate da varie parti per queste manifestazioni. Beh, signori, Genova non è mai stata questo, Genova non chiudeva le porte al prossimo. Invece di giustificare l’ingiustificabile, dovremmo interrogarci su come porvi argine.

L’impatto sociale sul ponente genovese degli esuberi dell’Ilva, se nessuno farà nulla per impedirli, sarà altissimo: aumenterà la disperazione, la paura, la diffidenza, i capri espiatori, ecc., in una coazione a ripetere che abbiamo già visto e che la politica continua a rifiutarsi di prendere in considerazione. Coazione a ripetere che comporta i diritti violati di cui sopra, perché dubito che un lavoratore che ha perso il posto, vada a consultare il contratto.

I valori civili e i valori dei lavoratori, una volta, coincidevano, e coincidevano con i valori della sinistra e con i valori di quella parte del mondo cattolico in cui mi riconosco, quella che si rifà alla dottrina sociale della Chiesa, quella che ha considerato una svolta la beatificazione dell’arcivescovo Romero e che si trova in linea con le considerazioni del Santo Padre. Non certo quella che lo accusa di eresia.

Oggi, è rimasto solo Francesco a dire la verità, a fare il punto della situazione, e l’ha ribadita, chiara e forte, a Genova, la verità, pochi mesi fa, proprio di fronte a quegli operai dell’Ilva che oggi rischiano, per l’ennesima volta, il posto di lavoro.  Io c’ero, ho visto i volti rudi di quei lavoratori ascoltare con attenzione, applaudire convinti, sentirsi orgogliosi di quello che erano. Non meritano di essere  di nuovo umiliati e offesi.

La speranza è che qualcuno se le ricordi quelle parole e questa città sappia rialzare la testa, come ha fatto in passato, e scenda in piazza per i lavoratori dell’Ilva, dell’Ericsson e di tutte le altre aziende in crisi, per il diritto alla dignità e al lavoro di tutti, anche degli ultimi.

Lo spero, ma non ci credo.