Memoria dell’infamia presente


Foto tratta da: Gruppoabele.org

Centosettanta di meno. Questa è la reazione di molti degli elettori dell’attuale governo alla notizia dell’ennesima strage del Mediterraneo, centosettanta di meno. Reazione reiterata sui social con orgoglio compiaciuto, infame quanto le parole del ministro che si scarica della responsabilità politica della strage addossandola alle Ong che sono tornate nel Mediterraneo ( c’è solo una nave, la Sea watch, per la cronaca) con parole ipocrite e false   quanto la costernazione espressa dal Presidente del Consiglio e le puerili, demenziali, insopportabili banalità di Di mMaio che non sa fare di meglio che attaccare di nuovo la Francia.

Siamo governati da piccoli mostri e viviamo accanto a piccoli mostri, infami appunto, talmente squallidi da non poter essere nominati (questo significa infame in greco), da essere destinati, presto o tardi, all’oblio.

Questa settimana si celebra la Giornata della Memoria e a Marzo si celebrerà la Giornata delle Memoria delle vittime innocenti di mafia.

MI chiedo che senso abbia celebrare le vittime dell’Olocausto di fronte a quest’Olocausto quotidiano, silenzioso, che non merita nemmeno grandi titoli sui giornali. Come gli ebrei, i migranti sono tutti uguali nell’immaginario dell’infamia, indistinguibili, forme vuote, come gli involucri dello splendido romanzo di Giulio Cavalli, privi di identità, tutti nemici, tutti loro che minacciano noi.

E’ così che l’odio ci ha sommerso, che i mostri hanno preso il sopravvento, che l’Olocausto continua e le mafie fanno affari indisturbate, senza neanche bisogno di uccidere più di tanto, almeno direttamente.

Mi chiedo che senso abbia celebrare le vittime innocenti di mafia quando, in un paese dove la Camorra comanda, qualcuno bacia le mani al ministro, qualcuno chiede di fare fuori Saviano e lui sorride compiaciuto.

Ci siamo persi nelle celebrazioni, abbiamo incorniciato il male nella memoria pensando che bastasse marciare insieme una volta l’anno, fare un minuto di silenzio, pronunciare nobili discorsi per esorcizzarlo.

Abbiamo perso di vista l’obiettivo, il senso con cui sono nate quelle celebrazioni e abbiamo confuso il fatto esteriore col suo significato.

Abbiamo dimenticato che la libertà non è un diritto acquisito, ma soprattutto, che non possiamo essere davvero liberi se un uomo è perseguitato dalla guerra, oppresso dalla fame, minacciato dalla mafia: la nostra libertà non può basarsi sull’oppressione degli altri.

Abbiamo dimenticato di essere internazionalisti per diventare globalisti, abbiamo confuso la democrazia col privilegio, abbiamo piano piano trasformato l’attenzione per il mondo nell’indifferenza.

Ci siamo specchiati nella nostra retorica, crogiolati nella nostra cultura, convinti che il fatto di aver letto qualche libro ci rendesse superiori e vincitori nei confronti dei miserabili che gioiscono delle stragi e abbiamo perso.

L’odio razziale e le mafie non si combattono restando comodamente seduti nelle nostre case o nei luoghi di ritrovo, facendo convegni e manifestazioni, la rivoluzione non è un appuntamento per il the, diceva Mao, la rivoluzione è un atto di violenza. Abbiamo cominciato a perdere quando abbiamo smesso di sdegnarci, quando abbiamo cominciato ad essere equidistanti, a non schierarci, ad avere paura di stigmatizzare l’odio che stava salendo, quando siamo diventati pacati, sorridenti, talvolta ironici e sprezzanti ma solo un po’, per non offendere nessuno.

Siamo diventati moderati, maggioranza silenziosa e passiva, capace di gesti esteriori ma priva di convinzione, spinta più dalla necessità di dare un contentino alla nostra coscienza che dalla rabbia.

Ma la colpa più grande, è quella di aver smesso di credere che non doveva necessariamente andare così.

Nella mia scuola, come in altre cento, abbiamo posato una pietra d’inciampo per celebrare il Giorno della memoria  e nel farlo, ho ricordato ai ragazzi che c’è un filo sottile che unisce il loro coetaneo morto annegato con la sua pagella nella tasca, Anna Frank, Ettie Hillesum e le troppe vittime di quell’immane massacro: il filo dell’oppressione, della violenza, dell’odio verso l’altro, un filo che solo i ragazzi domani potranno spezzare per cominciare davvero a ricordare qualcosa che non c’è più. Non è stata una celebrazione, non c’è contraddizione con quanto ho scritto sopra: loro non hanno una memoria condivisa, non sanno cosa è successo, per loro le celebrazioni hanno ancora un senso. Il futuro è loro, il futuro sono loro, perché noi abbiamo fallito.

Quanto a un ministro che difende a priori con una battuta dei poliziotti che potrebbero aver commesso un possibile abuso che ha causato la morte di un fermato, straniero, tanto per cambiare, e che mente sapendo di mentire commentando l’ennesima strage, non posso che chiedermi e chiedervi se questo è un uomo.