Dov’è finito il furore?


Ho già provato un paio di volte a riprendere in mano Furore, di Steinbeck, uno dei libri feticcio della mia adolescenza. Non ci sono riuscito.

Amo le riletture, specie a distanza di anni, spesso diventano scoperte di aspetti di un libro che, causa la giovinezza o semplicemente il momento della vita, erano stati trascurati o ignorati; eppure non riesco a rileggere Steinbeck.

Mi sono chiesto se non fosse per il ritmo lento, ormai fuori moda, della narrazione, se anch’io non sia preda di quel bisogno di consumare in fretta ogni cosa, anche le pagine scritte e senta il bisogno di tempi narrativi più veloci, incalzanti, stringenti, da scorrere in fretta e poi dimenticare, se nella lettura non cerchi più nuove prospettive, pensieri profondi, frasi che ti sferzano come un rasoiata ma solo fuga dalla realtà quotidiana..

O forse, semplicemente, sono cambiate le mie idee, il mio modo di vedere il mondo e sono diventato cinico e disincantato di fronte all’idealismo un po’ ingenuo di Steinbeck.

Poi ho capito. Il problema è che quell’America descritta nel libro, crudele, disumana,spietata, la lotta tra poveri, il razzismo dilagante, quell’America che il sangue di tanti militanti, le lotte per i diritti civili, le cartoline precetto per il Vietnam bruciate, il Watergate, aveano cambiato senza più la possibilità di tornare indietro, o almeno così credevamo, è tornata.

Anzi, quell’Amerika, non è mai andata via, come sta a testimoniare l’ascesa alla presidenza di un individuo volgare, sconcio, narcisista e senza scrupoli, una parodia del peggio che il paese è riuscita a dare negli ultimi sessant’anni.

Steinbeck, Sherwood Anderson, la beat generation, Ginsberg, Gregory Corso, Burroughs, Dylan e poi Faulkner, Hemingway, Auster, De Lillo, non sono serviti a niente. Mettere a nudo il malessere di una nazione, analizzarne in modo spietato le contraddizioni per provare a risolverle, interrogarsi sulle proprie colpe e su quelle dei padri, è stato inutile.

L’America di oggi, se quell’uomo avesse rivinto le elezioni, probabilmente sarebbe diventata neo segregazionista, l’America di oggi è quella che abbiamo contestato dopo Allende, che abbiamo odiato per quello che ha fatto in Salvador, in Argentina, in Brasile, ovunque siano arrivati i suoi tentacoli, è un incubo che credevamo di non fare più, un assurdo ritorno al passato.

L’America di oggi è un paese diviso con mai, senza idee, senza un movimento studentesco in grado di incendiare di nuovo le coscienze, un paese deliberatamente fatto a pezzi dalla pandemia, in nome dell’unica divinità che abbia mai, veramente, adorato: il profitto, un paese per metà disposto a consegnarsi ciecamente nelle mani di uno psicopatico.

Ecco perché non riesco a leggere Steinbeck: quest’America che non è riuscita a capitalizzare quanto di buono aveva al suo interno, quest’America di nuovo pronta a dare le colpe dei suoi fallimenti all’altro, non importa se sia cinese, nero o messicano, il colore è un optional, quest’America senza furore e senza passioni ma traboccante di rabbia e frustrazione, senza freni nella sua dilagante disumanità e ipocrisia, mi ricorda troppo l’Italia.

Un mondo connesso con l’indifferenza


indifferenza

Silvestro, protagonista del capolavoro di Vittorini, soffriva per i mali del mondo; Che Guevara diceva che non può esserci felicità se da qualche parte nel mondo un uomo è oppresso; gli studenti del ’68, quando la speranza di cambiare il mondo divampò e si spense rapidamente come un bel sogno, dicevano I care, me ne curo; a Genova, nel 2001, giovani e meno giovani gridavano che un mondo diverso, più giusto, con meno diseguaglianze, più sostenibile, è possibile.

Sogni, lampi di speranze spente in una giungla boliviana, dal piombo del terrorismo o dalle torture nella caserma di Bolzaneto, un tensione verso l’altro che oggi sembra scomparsa sia dall’agenda politica della sinistra, sia da quella destra destra, se non i termini di bieco populismo, di politica anti sistema che, in realtà, vuole mettere a tacere chi al Sistema si oppone. Quel che è peggio è che sembra sparita anche nella gente, sempre più chiusa, impaurita, restia ad accettare l’altro, che si tratti dei migranti o di chi, semplicemente, la pensa in modo diverso. Il rifiuto al posto del confronto.

E’ un mondo, quello di oggi, dove chi prova a spendersi per gli altri viene dileggiato, diffamato o, nella migliore delle ipotesi, ignorato. Se poi trova consenso, arrivano le minacce, come il fantoccio impiccato di Greta a un viadotto dell’autostrada. O gli insulti, come quelli piovuta su Carola, prima e dopo il suo intervento a Bruxelles. Chi si spende per gli altri mette a nudo davanti allo specchio la pochezza umana di chi non lo fa, per questo irrita.

E’ un mondo connesso nell’indifferenza globale, che dibatte sul particolare dimenticando l’universale, sempre più simile al mondo descritto da Guicciardini: egoista, teso all’autoffermazione individualistica, privo di valori. Anzi si può dire che Guicciardini abbia ormai soppiantato definitivamente, come modello di riferimento, quel Machiavelli citato spesso a sproposito, che mascherava dietro l’apparente  cinismo un  forte  idealismo e un amore disperato per il popolo.

Il pensiero liquido ha lasciato il posto alla tentazione del pensiero unico, o del pensiero flessibile, mutuato dalle opinioni volubili del capo, non importa se si tratti dell’ego della bilancia che prossimamente riunirà gli stati generali alla Leopolda o dell’inutile Di Maio. Il pensiero liquido ha lasciato il posto al non pensiero, all’azzeramento dello spirito critico e alla trasformazione delle fazioni politiche in sette con i rispettivi, infervorati adepti.

E’ un mondo pericoloso, dove un squallido cialtrone come Donald Trump fa e dice quello che, fino a poco tempo fa, sarebbe stato inaudito e indicibile senza trovare nessuno che riesca a contrastarlo, neanche tra le fila del suo partito, che ha annoverato in passato anche persone decenti ma che preferisce l’esercizio del potere all’esercizio razionale del potere, anche se al potere c’è un demente.

Il mondo italiano si contraddistingue per un di più di squallore, di pavida ipocrisia. Solo così si spiega il silenzio del Pd, in particolare, sulle donne e bambini morti al largo delle nostre coste. Con il pretesto di non voler dare fiato alla propaganda razzista della destra si finisce per cadere in un’ignavia colpevole, per certi versi, ancora peggiore.

Siamo insomma passati dal soffrire per i mali del mondo a fottercene allegramente, a fare finta che quei morti siano una triste fatalità e non il frutto di immondi compromessi. Molto meglio applaudire un’inutile riforma che diminuisce la dmeocrazia, piuttosto che dedicare un minuto di silenzio a quei morti che pesano sulla cosceinza di quelli che applaudivano più forte.

Non manca, ovviamente, un tocco di grottesco che si concretizza nei cinquecento pseudo scienziati che negano l’evidenza attaccando Greta, o negli articoli di certa sinistra per cui tutto ciò che è mediatico è il male, come ieri loe ra tutto ciò che era popolare,  e accusa una ragazza di sedici anni di porre problemi e non di proporre soluzioni. E’ evidente che Popper non abita più qui.

Invece di preparare un neo umanesimo, necessario e auspicabile per cambiare il presente, stiamo scivolando in un neo oscurantismo, un medioevo prossimo venturo che non lascia presagire nulla di buono.

Un faro nella nebbia


foto tratta da gg.geowiev.info

Duemila persone che in una città  governata dal centro destra partecipano a un presidio contro il decreto sicurezza, a favore della dignità e della difesa dei diritti umani, non sono molti ma, di questi tempi, non sono di certo pochi. E’ accaduto a Genova, qualche giorno fa, ed è confortante, perché questa città, nel bene e, nel recente passato, soprattutto nel male, ha spesso segnato la strada.

Io non c’ero al presidio, non perché non condivida pienamente i valori di chi era presente ma perché, dopo vent’anni di sindacato, sono piuttosto disincantato verso questa forma di manifestazione delle proprie opinioni. Invidio quelli che erano presenti, tutti, perché hanno una fiducia nella possibilità di sensibilizzare il prossimo che io comincio a non avere più, o almeno, la riservo al mio lavoro quotidiano di insegnante. Io credo che a cambiare le cose debba essere la politica e che l’influenza della gente, oltre che manipolabile con estrema facilità, sia al giorno d’oggi assolutamente irrisoria nelle scelte dei governi.

Ma sarebbe bello se non fosse così, sarebbe bello se fosse un inizio, se si potesse costruire un ponte ideale, vero, incrollabile tra quelle duemila persone e i sacerdoti che da ottobre celebrano messa in una chiesa dell’Aja per impedire che una famiglia armena venga espulsa, eh già, non è solo l’Italia ad avere l’esclusiva del potere cieco e della discriminazione, un ponte che continui superando l’oceano e arrivi al confine messicano, scavalcando qualunque muro l’idiozia di un presidente criminale possa costruire, un ponte che passi per l’Africa, la Siria, la Cina, un ponte di solidarietà che tocchi chiunque vede violati i propri diritti e che circondi il mondo, diventando una strada aperta, senza dogane, senza decreti, senza divise pronte a impedire il passaggio, un ponte talmente alto da essere irraggiungibile per chi ha pensieri bassi, per chi pensa che la soluzione sia l’odio, per chi non ha il coraggio di specchiarsi nell’altro e scoprire sé stesso.

Solo così Genova potrà sanare davvero quella ferita aperta che vedo ogni mattina, quell’assenza più forte di ogni presenza, solo così renderà davvero omaggio alle vittime, molte delle quali erano straniere, lo si ricorda poco e mal volentieri, solo così darà un senso  a quelle morti atroci, ingiuste, laceranti.

Solo costruendo ponti di pace e solidarietà Genova potrà tornare davvero Superba, ritrovare orgoglio e dignità. Forse ci andrò al prossimo presidio, forse d’ora in poi dedicherò questo spazio a storie belle di civiltà e amore, come quella dei sacerdoti protestanti dell’Aja, forse la smetterò di amplificare gesti e parole di piccoli uomini con piccole menti e pensieri meschini per dare visibilità ai costruttori di ponti.  

Duemila persone in una città di destra, e fa male dirlo, anche a me che vi abito e non la amo più da tempo,  forse sono poche, forse sono moltissime, forse sono un grido nel silenzio, forse le fondamenta del ponte che verrà, difficile dirlo. Ma fa bene pensare che siano una luce nella nebbia, il segnale fioco ma visibile, di una nuova rotta.